1 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Da Scarface a Gomorra

Gomorradi Mario Pezzella

La terza serie di Gomorra è ben fatta, un buon prodotto di genere, che non ha nulla da invidiare a quelli americani. Stupisce però che Saviano, i registi, gli attori rispondano con profonda irritazione quando gli si pone il problema di una eventuale identificazione dello spettatore con i personaggi criminali. Eppure che una possibilità del genere esista lo aveva notato lo stesso Saviano in Gomorra libro, descrivendo l’oscura fascinazione che attrae i seguaci del capo camorrista e non si lascia ridurre a motivazioni unicamente economiche e utilitarie: “Avere potere per dieci anni, per un anno, per un’ora. Non importa la durata: vivere, comandare per davvero, questo conta. Vincere nell’arena del mercato e arrivare a fissare il sole con gli occhi come faceva in carcere Raffaele Giuliano, boss di Forcella, sfidandolo, mostrando che il suo sguardo non si accecava neanche dinanzi alla luce prima”. Questo godimento osceno del potere, spinto fino alla distruzione e all’autodistruzione, fa parte del lato oscuro dell’economia del capitale, che nel parossismo criminale si esprime senza riserve, si espone nella sua radicalità.

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3 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Sempre a Napoli, nel 1799

Ermanno Readi Antonio Tricomi

Si sa quali tesi Raffaele La Capria affidi nel 1986 all’Armonia perduta, libro che egli stesso reputa «una mitografia conoscitiva» volta a cogliere «non una verità storica» ma «una verità poetica», presentandosi come «una fiction», più che «un saggio», in cui l’autore ripercorre «la storia di Napoli» anzitutto per raccontare la propria «storia interiore», il «poetico litigio» tra lui e la sua città d’origine. Che gli sembra, come altre, «una città della decadenza, una di quelle città dove per ragioni note o misteriose ad un certo momento la storia si è fermata». Circostanza a parer suo verificatasi nel 1799, l’anno («sanguinoso») della rivoluzione (fallita). Fu allora, sostiene La Capria, che «l’immagine della “città interiore”», serbata da ogni napoletano, venne «lacerata», per cui «si ruppe la spirituale armonia che la reggeva» e apparve «condannata a morte o bandita per sempre la classe e la cultura grande borghese che la legava all’Europa». Napoli diventò il feudo di una piccola borghesia «dominata dalla paura della plebe» e propensa, «per restaurare ad ogni costo l’armonia perduta o solo sognata», a «recitarla», a costruire «una forma di civiltà fondata sulla Recita Collettiva». A dar vita, cioè, a quanto lo scrittore definisce «napoletanità», ossia «una manieristica», ipocrita «riduzione piccolo borghese della civiltà precedente» in grado di determinare il profilo identitario della città sino alla metà del secolo scorso e, anzi, sino a oggi, giacché «la piccola sparuta borghesia napoletana scampata ai massacri del ’99» riuscì ad «addomesticare la grande plebe numericamente sovrastante che l’assediava», convertendo «il feroce plebeo dei giorni della rivoluzione nel bonario personaggio che vediamo nelle commedie di De Filippo». E seppe raggiungeretale obiettivo anche perché abile a servirsi, stravolgendolo, del dialetto dei bassifondi, che «rese affabile e accattivante», che «cantò» e «diffuse in mille modi seducenti fino a incantare la plebe che a poco a poco diventò quella che quel dialetto le suggeriva di essere».

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16 dicembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Niente di nuovo a Gomorra

la paranza dei bambinidi Antonio Tricomi

La paranza dei bambini (Feltrinelli, Milano 2016, pp. 347, euro 18,50) non aggiunge pressoché nulla alla riflessione offertaci da Saviano, dieci anni fa, con Gomorra. Sembra anzi scaturire da una riscrittura di quel volume che abbia agito in due direzioni risultate infine logicamente complementari.

Anzitutto, l’autore si è speso in un lavoro di riconversione del proprio libro d’esordio in un congegno testuale di altro tipo. Ha cioè provveduto a tradurre una non-fiction novel in romanzo neppure troppo incline al saggismo ma perlopiù schiacciato sul racconto, in tal modo ripercorrendo, anche per trarne ispirazione, una strada già battuta non tanto dal cinema, quanto dalla televisione. Difatti, se il film di Matteo Garrone tratto da Gomorra nel 2008, facendo sua un’etica, ancor prima che un’estetica, di matrice documentaria, o comunque non rigidamente narrativa, si manteneva fedele alla natura saggistica, ben più che romanzesca, del volume di cui offriva il corrispettivo cinematografico, la serie televisiva ugualmente ispirata all’opera di Saviano – quale che ne sia il valore, a giudizio di alcuni addirittura incontestabile – trasforma in ogni caso quest’ultima in pura fiction.

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12 ottobre 2016
pubblicato da Il Ponte

Saviano, la Colombia non è Casal di Principe

Farcdi Aldo Garzia

Con la consueta verve polemica, Roberto Saviano prende a pugni il recente accordo di pace tra governo colombiano e guerriglia delle Farc, peraltro affossato dai colombiani con solo il 37% di partecipanti al voto e la maggioranza di “no” allo specifico referendum. Invece che indagare su questo risultato a sorpresa, lo scrittore (sulla Repubblica dell’8 ottobre) dice la sua sulle Farc (hanno fatto finta di fare una guerriglia comunista, in verità erano solo narcotrafficanti), sul perché la trattativa sia stata condotta a Cuba (l’Avana sarebbe la capitale occulta del commercio di droga verso gli Stati Uniti), sulla politica di Washington che avrebbe stretto d’assedio – soprattutto dalla presidenza di Bush junior in poi – il traffico di stupefacenti. Il sostegno di Saviano alla possibile pace è di conseguenza a dir poco molto tiepido.

L’avvio dello scontro armato in Colombia è datato 1948, dopo l’assassinio di Jorge Eliécer Gaitán, candidato progressista alla presidenza. È in quel passaggio che le Farc muovono i primi passi. In tutti questi decenni non è stato possibile sconfiggere la guerriglia, nonostante le stragi e la terribile repressione. Chiedersi come mai sarebbe utile: forse qualche consenso lo aveva. L’autore di Gomorra dimentica un altro passaggio clou. Alla fine degli anni novanta l’Unión Patriótica tentò la soluzione politica del conflitto: i suoi esponenti furono eliminati fisicamente (Bernardo Jaramillo, candidato alla presidenza, fu ucciso nell’aeroporto di Bogotà). L’ex presidente Alvaro Uribe, attualmente capofila del “no” alla pace e probabile vincitore delle prossime elezioni, si caratterizzò per la spietata repressione e per la chiusura di ogni spiraglio di negoziato.

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14 novembre 2014
pubblicato da Il Ponte

Trent’anni dopo. Su «Diario napoletano» di Rosi e La Capria

Diario napoletanodi Mario Pezzella

Trent’anni dopo Mani sulla città, nel 1993, La Capria (sceneggiatore) e Rosi (regista) ne hanno girato un sequel documentario: la continuità è dichiarata fin dall’inizio, con una ripresa aerea di Napoli, che si ricollega a quella celebre del primo film1. L’immensa panoramica sulla speculazione edilizia vecchia e nuova si conclude alle Vele (allora non famose quanto oggi), dove atterriamo, per così dire, dalla visione d’insieme dell’elicottero.

Nella sequenza che segue, una fila di ragazzini lazzari e plebei, dediti allo spaccio e al furto, sono interrogati da un poliziotto, con fare civile, quasi da assistente sociale. Tra l’interrogante e gli inquisiti c’è un abisso incolmabile di incomprensione. Alla sollecitudine illuminista dell’uomo della legge, gli altri rispondono con frasi fatte, evidentemente prefabbricate, senza nascondere l’aria di scherno stampata in faccia. Ripetono i loro clichés difensivi, con tono di sfida (quasi a dire: vediamo se sei così fesso da crederci; un po’ come i “selvaggi” Dogon che – secondo M. Griaule – recitavano la sceneggiata etnologica, attesa e richiesta dall’“esperto” occidentale). Non usano la lingua per comunicare: il loro dialetto vagamente italianizzato è una concessione derisoria alle istituzioni, ma è soprattutto la maschera del loro silenzio reale, di fronte al poliziotto “buono”, per loro irriducibilmente estraneo. Più delle parole dice la fisiognomica dei volti. Rosi li riprende in primo piano, uno dopo l’altro, accomunati da una lontananza inespressiva, da una remota radice, difesa arcaica e indifferente a ciò che sta avvenendo. Pietrificati in assenza di storia, come immersi in un mimetismo inconsapevole con l’ambiente, che li renda invisibili ai colpi predatori.

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