7 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Bielorussia: l’Europa che non c’è

di Stefano Lanza

Nel 2005 un inventivo speechwriter suggerisce all’allora segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, l’espressione outposts of tyranny («avamposti della tirannide») per indicare sei paesi del globo caratterizzati da regimi totalitari. Nel frattempo ci sono state fluttuazioni, riavvicinamenti (per esempio la distensione tra Stati Uniti e Cuba o il breve disgelo con l’Iran nella presidenza Obama) e riallontanamenti, cosicché forse il numero delle «società della paura», le fear societies contrapposte con fine assonanza alle free societies, le «società libere», si può considerare a oggi invariato. Nel gruppo di irriducibili sarebbero dunque da confermare – salvo cambiamenti intercorsi a decorrere dalla stesura del presente contributo – tre Stati asiatici (l’immancabile Corea del Nord, l’Iran, la geopoliticamente più defilata Birmania), uno africano (lo Zimbabwe), Cuba e la Repubblica di Bielorussia. Da considerarsi probabilmente implicita aggravante è che quest’ultima è una nazione europea, il continente cioè dove ha avuto i natali la democrazia e dove sono stati posti i principi del libero pensiero e dei diritti della persona, uomo e cittadino.

Presidente della Bielorussia è Aliaksandr Lukashenka (o anche Lukashenko, Lukašenko, a seconda della traslitterazione dal cirillico1), politico sessantenne cui bisogna riconoscere, se non la coerenza, almeno una certa resilienza. Parlamentare nel 1990, l’unico oppostosi all’Accordo di Belavezha per la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ebbe buon gioco quale presidente della commissione anti-corruzione nel denunciare una settantina tra politici e funzionari suscitando uno scandalo nazionale che portò all’indizione delle presidenziali nel 1994. Già vincitore in pectore al primo turno con il 44,8% dei voti, superò al ballottaggio il suo avversario, allora premier e in un primo tempo dato per favorito, con uno schiacciante 80,1%. Va detto che in questa occasione gli osservatori internazionali non avanzarono critiche su un possibile carattere antidemocratico delle elezioni e anche l’equilibrata rivista online di cose bielorusse, il «BelarusDigest», le ha definite come «prime e uniche relativamente democratiche».

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2 febbraio 2017
pubblicato da Il Ponte

Terremoti capitali

Donald Trumpdi Lanfranco Binni

Il 27 gennaio, nel «giorno della memoria», il presidente degli Stati Uniti d’America ha firmato il suo editto contro i musulmani; ricordo che «musulmani» erano chiamati nei lager i deportati, per i loro corpi scavati dalla fame, dal gelo e dalle malattie. Pochi giorni prima Donald Trump aveva ricevuto l’entusiastico sostegno del premier israeliano Netanyahu al suo progetto di estendere il muro al confine con il Messico: «Il presidente Trump ha ragione. Ho costruito un muro lungo il confine meridionale di Israele e si è fermata tutta l’immigrazione clandestina. Grande successo. Grande idea». Rivedo i muri intorno ai ghetti ebraici, oggi riservati dagli israeliani ai palestinesi, per segregarli e rapinarne i territori. Nella crisi globale del capitalismo tutto si tiene, in cortocircuito: dalle guerre economiche tra Stati e continenti, ai conflitti militari sul campo, alle campagne terroristiche, alle concentrazioni oligarchiche e autocratiche dei poteri, al passato che non passa mai.

Quanto sta accadendo all’interno degli Stati Uniti d’America e nei rapporti tra gli Usa. e il mondo non permette letture di superficie. L’elezione di un neonazista alla presidenza del più forte impero occidentale non è un incidente della Storia, e Trump non è una macchietta mediatica; il cosiddetto «protezionismo» del sistema politico statunitense non è un ritorno al passato, e del resto il capitalismo statunitense non è mai stato autarchico e protezionista. Sono altri i ragionamenti da fare: quel fenomeno di concentrazione dei poteri che caratterizza la fase attuale del capitalismo internazionale, che trasforma gli Stati in fortezze per scontri globali, conclusa la fase di un progresso economico espansivo in presenza di mercati sempre più ridotti, e di catastrofi in atto (dai cambiamenti climatici in corso al prossimo esaurimento del petrolio), ha il suo epicentro profondo nel tempio del capitalismo imperialistico. La parola d’ordine America first non è soltanto un appello populista alla pancia razzista e violenta della «supremazia bianca» (certo, è anche questo), e non è una dichiarazione di rinuncia alle politiche imperialistiche: è anzi il rilancio, da posizioni rafforzate, da retrovie sicure e presidiate, di un capitalismo totalitario che si fa direttamente Stato per governare rigidamente l’economia, la società, i rapporti con il mondo.

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23 marzo 2016
pubblicato da Lanfranco Binni

Nuovi cieli e nuova terra

 democrazia direttadi Lanfranco Binni

In Siria non è andata come doveva andare. La spartizione neocoloniale del paese è rinviata a tempi migliori. Contrordine: va interrotta l’evacuazione forzata della popolazione civile e bisogna promuovere il rientro, forzato, dei profughi; via dall’Europa, compatibilmente con le esigenze tedesche di capitale umano di qualità; i campi di concentramento in Turchia saranno aree di transito per il rientro in Siria, mentre al governo turco è stato concesso di lucrare sui profughi con finanziamenti europei. La Nato passa al piano B: consolidare la Turchia come avamposto dell’Occidente contro la Russia (la guerra ai curdi siriani e irakeni, la feroce repressione della società turca, sono effetti collaterali da «comprendere»), spostare il focus degli interventi militari dalla Siria alla Libia, all’intero continente africano. Il cambio di strategia comporta la dislocazione nell’area libica di quello che resta dell’Isis, indebolito dalla sconfitta militare in Siria e da conflitti crescenti con la galassia del jiadismo, in primo luogo con le reti di al Qaeda.

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15 ottobre 2014
pubblicato da Il Ponte

Il mondo va pazzo per il Medio Oriente

Medio Orientedi Gian Paolo Calchi Novati

In occasione del centenario della Grande guerra i potenti della Terra pronunciarono pressoché all’unanimità un mea culpa postumo. Anche a costo, come lamentarono alcuni storici, di rimuovere o sminuire le cause profonde del conflitto, i disegni e gli interessi degli Stati, persino i sentimenti spontanei o indotti dei popoli (che alla fine pagarono il prezzo piú alto). Passarono solo poche settimane e si poté verificare che era stato solo uno sfoggio di retorica. La guerra resta la sola “arma” – è proprio il caso di usare questo termine – a cui pensano i governi e di cui apparentemente dispone la diplomazia. Nel suo insieme, l’intervento dell’Occidente nell’area Medio Oriente-Nordafrica di questi anni ha contribuito soprattutto ad attizzare un’inarrestabile escalation di violenza e destabilizzazione. Eppure Barack Obama, un democratico in fama di liberal, il piú “terzomondiale” dei presidenti americani per nascita ed esperienze di vita, non fa altro che ordinare di accendere i motori. La stampa finge di ragionare ma gli opinion leaders arrivano alle stesse conclusioni. Solo la Chiesa cattolica ha mantenuto una sostanziale coerenza lungo la traiettoria interpretativa dell’«inutile strage». Non per niente papa Francesco, da Piazza San Pietro, ha evocato l’immagine di una terza guerra mondiale e a Redipuglia ha definito la guerra «una follia».

I fronti caldi sono disseminati in un teatro che si estende su tre continenti dall’Europa orientale all’Asia passando per le Afriche. I soggetti coinvolti e i motivi del contendere sono diversi e non necessariamente legati fra di loro. Nessuno dei molti focolai attivi mina di per sé l’ordine internazionale. Ma ognuno di essi è la manifestazione di tendenze profonde e di lungo periodo che incidono sul sistema internazionale nel suo complesso. Dopo la fine del bipolarismo non esiste un antagonismo precisabile a livello globale, sebbene gli Stati Uniti abbiano creduto di veder riprodotto uno schema duale, piú congeniale alla strategia di una nazione “indispensabile” votata al ruolo di potenza egemone e di gendarme, identificandolo, a seconda delle circostanze e dell’evoluzione degli eventi, nella sfida del terrorismo internazionale o nelle ambizioni imperiali della Russia. L’ineluttabile confronto con il gigantismo della Cina è lasciato sullo sfondo. Il Medio Oriente, sempre piú nella variante di Grande Medio Oriente, occupa una posizione centrale non solo per ragioni di geopolitica – al crocevia com’è di tre continenti – ma perché con esso si connettono in un senso o nell’altro le varie cause globali (il jihadismo, l’energia, il riarmo nucleare).

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18 settembre 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

Nell’occhio del ciclone

occhio del ciclonedi Lanfranco Binni

Se perfino il più alto pastore della chiesa cattolica parla di terza guerra mondiale in corso, «a pezzi», non ancora globale, e allerta il suo gregge contro i lupi della guerra, gli spacciatori di armi, gli speculatori finanziari, i politicanti corrotti, e cerca di svegliare le sue pecore dal torpore servile e connivente, la situazione del mondo è davvero grave. Non bastano i disastri ambientali del «progresso» capitalistico che stanno distruggendo il pianeta, non bastano le tragedie delle migrazioni forzate di terra in terra in ogni direzione, non bastano le mutazioni antropologiche indotte dal «mercato», a trasformare in scimmie pseudotecnologiche gli esseri umani, a farne macchine per il consumo; tutto questo non basta, servono guerre e grandi devastazioni, per impadronirsi delle risorse energetiche e contenere la sovrappopolazione. E bisogna fare in fretta.

Il quadro geopolitico è drammaticamente chiaro: alla crisi strutturale del capitalismo finanziario, che da tempo ha superato i suoi limiti di «sviluppo sostenibile», l’Occidente statunitense ed europeo (ne fa parte anche Israele) risponde con strategie di aggressione e dominio, disgregando stati, disarticolando assetti istituzionali, intervenendo militarmente (direttamente o per procura) e attraverso le armi delle campagne mediatiche: la distruzione dell’Iraq, le «primavere» arabe per distruggere la Libia e la Siria, per normalizzare l’Egitto, la «primavera» ucraina per allargare ad est la Nato e l’area di «libero mercato» del trattato transatlantico, il massacro di Gaza per fiaccare la resistenza all’occupazione, prevenire gli accordi tra il governo palestinese e la Cina e sabotare l’istituzione di uno stato palestinese. Bisogna «fare in fretta» perché il terrorismo occidentale sta incontrando crescenti reazioni, e la strategia del caos, figlia del pragmatismo statunitense e ispirata al vecchio adagio divide et impera declinato da un’oligarchia incolta e senza storia, ha il respiro corto e rivela facilmente i suoi congegni: esemplare la vicenda dell’Isis, organizzato e finanziato dagli Stati uniti contro la Siria nel disegno di disgregare ogni assetto statuale nell’area Iraq-Siria-Iran e di eliminare una retrovia storica dei palestinesi; oggi l’Isis, con il suo sedicente stato islamico, è presentato dai media occidentali come la più feroce minaccia all’Occidente, ma è davvero così? Con il pretesto di salvare l’umanità dai crimini dell’Isis, nel suo ultimo discorso alla nazione il premio Nobel per la pace Obama si è riservato una guerra di lunga durata, a partire dai bombardamenti del territorio siriano e dal sostegno agli «islamici moderati» contro l’esercito siriano. Anche i combattenti dell’Isis erano stati definiti «moderati» all’inizio della campagna americana contro la Siria, e la decisione di bombardare l’esercito siriano era già stata presa da Obama nel 2013, costretto a rinviarla per le reazioni internazionali. Ancora pretesti: l’assassinio dei tre giovani israeliani in Cisgiordania fu immediatamente attribuito ad Hamas e innescò l’attacco al ghetto di Gaza (2000 morti, di cui 500 bambini); quel delitto, al quale Hamas si è sempre dichiarata estranea, si è rivelato un ottimo investimento per il governo israeliano, che notoriamente infiltra propri agenti provocatori nella galassia delle formazioni palestinesi.

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1 aprile 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

I cecchini della libertà

di Lanfranco Binni

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 4 de Il Ponte – aprile 2014]

I cecchini della libertàArriva la tempesta. Alla vigilia della prossima crisi finanziaria globale, preannunciata dalla crisi del 2008, la guerra in corso tra poteri finanziari e politici per il controllo delle aree di influenza e di dominio sta accelerando strategie attive di posizionamento degli attori principali su tutti gli scenari. L’iniziativa è agli Stati Uniti e all’Unione europea. Ci sono società da disintegrare, mercati da «liberare», processi «democratici» da imporre con la forza delle armi e con le armi della comunicazione. Il percorso è tracciato dagli anni novanta del secolo scorso: Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, «primavere arabe», Libia, Iran, Siria, Grecia, oggi Ucraina e Venezuela, prossimamente Russia e Cina. Sono soltanto gli scenari principali, ai quali si aggiungono le numerose guerre locali, più o meno “coperte”, in tutto il mondo.

Dagli anni novanta, dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, lo schema tattico politico-militare è sempre lo stesso, sperimentato e attuato dall’Unione europea a guida tedesca e dagli Stati Uniti nella disgregazione della Federazione jugoslava: in quel caso, il sostegno all’indipendenza della Croazia e della Slovenia, con politiche di divisione e pulizia “etnica” che avrebbero massacrato la multietnica Bosnia Erzegovina, fino all’indipendenza del Kosovo sancita da un referendum secessionista preparato dai bombardamenti della Nato. Le successive aggressioni americane all’Iraq e all’Afghanistan, con la partecipazione attiva dell’Unione europea e della Nato, introdussero il nuovo delitto internazionale delle «guerre umanitarie» a copertura degli interessi della “democrazia” occidentale: risorse energetiche e dominio su aree strategiche da un punto di vista geo-politico. Stati Uniti e Unione europea conducono un gioco di squadra, articolando gli strumenti tattici nel rispetto dei propri interessi economici, talvolta contraddittori.

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