4 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

Liberi e Uguali, ma per che cosa?

di Marcello Rossi

Liberté, égalité, fraternité, il motto nazionale della Repubblica francese, risalente al 1700 e associato alla rivoluzione dell’Ottantanove, sembra essere stato l’ispiratore del nome del nuovo raggruppamento della sinistra italiana, ma con una variante significativa in quanto nella versione di questa sinistra è caduto l’ultimo elemento del motto, fraternité, che per l’appunto è l’elemento veramente rivoluzionario. Voglio dire che liberté ed égalité rientrano a pieno titolo in una teoria liberale della società, mentre fraternité – concetto che ovviamente non va letto in chiave religiosa – va oltre il liberalismo e apre a una società socialista. Ma questo aspetto sembra essere sfuggito – e pour cause, dico io – ai fondatori del nuovo raggruppamento che, per quanto siano contro il renzismo, non per questo assumono il socialismo a loro punto di riferimento. Se così è, niente di nuovo sotto il cielo della sinistra italiana.

«Nasciamo liberi e uguali per ridare dignità al lavoro», ha detto Fassina il 4 dicembre scorso al telegiornale di Rai 3. Una dichiarazione sibillina perché per la dignità del lavoro la libertà e l’uguaglianza senz’altro servono, ma non sono gli elementi dirimenti: occorrerebbe anche sapere a chi appartengono la materia prima e i mezzi di produzione. In altre parole, quale modo di produzione adottare. E tuttavia questa dichiarazione nasconde qualcosa: nasconde l’idea di un’economia keynesiana, la filosofia cioè del Partito democratico veltroniano, prodiano e in parte anche bersaniano che, ritenendo, tra le altre cose, le liberalizzazioni “di sinistra”, non va oltre un riformismo vago e inconsistente, proponendoci come soluzione finale non il socialismo ma un ormai desueto “capitalismo dal volto umano”.

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26 ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

La grande furbata

La grande furbatadi Rino Genovese

Concludendo la sua trionfale kermesse fiorentina, Matteo Renzi l’ha detto piuttosto chiaramente: “Andatevene pure, non me ne frega niente”: questo il messaggio indirizzato alla minoranza Pd. Che, per fargli dispetto, non se ne va. Così l’acuto compagno Fassina, il pugnace compagno D’Attorre, il dolce compagno Civati restano nel partito in attesa di logorarne il segretario e presidente del Consiglio. Logorando logorando, tuttavia, finiranno con il logorare se stessi. È vero che la crisi morde e il tempo di Renzi non è infinito. Ma lui ha sotto il tavolo la carta vincente, quella delle elezioni anticipate, in modo da andare davanti al paese come il leader che avrebbe voluto il cambiamento e invece è stato frenato dalla minoranza Pd: della cui zavorra, del resto, può facilmente liberarsi facendo dei gruppi parlamentari a propria immagine e somiglianza (ora invece sono quelli scelti da Bersani).

Per la minoranza Pd non ci sarebbe altra strada che affrontare a viso aperto la partita elettorale a cui Renzi, con tutta la sua prosopopea, si sta preparando. La scissione è nelle cose quando è addirittura il segretario che la fomenta. A questo punto la sfida andrebbe raccolta – per non trovarsi a dovere uscire dal partito successivamente in posizione di svantaggio ulteriore.

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29 maggio 2014
pubblicato da Rino Genovese

L’ipotesi peggiore? Quella di Migliore

di Rino Genovese

Gennaro MiglioreChe Stefano Fassina, in un’intervista post-elettorale, salti sul carro del vincitore, sia pure con stile, passi, era previsto. Ammesso che ci sia mai stata una sinistra interna al Pd – come corrente organizzata, intendo, e non come una sommatoria di personalità tra loro molto differenti –, è del tutto nelle cose che di fronte a un risultato imponente come quello ottenuto da Renzi (a conferma della sua abilità, non di una linea politica) un esponente della minoranza si adegui e cominci magari a riflettere su che cosa ottenerne in cambio, visto che nella pura tradizione democristiana il nemico vinto può, e anzi deve, essere riciclato più che rottamato. Se a qualche personaggio del passato Renzi andrebbe paragonato, questi potrebbe essere Fanfani che, a suo tempo, di dinamismo ne aveva da vendere (e realizzò anche qualche effettiva riforma, come ricorda Vittorio Foa in Questo Novecento); peccato però che la sua vocazione semiautoritaria, o gaullista, dovette sempre fare i conti con i potentati dc che a un certo punto lo misero da parte. Che possa toccare a Renzi una sorte del genere, sembra invece piuttosto improbabile proprio per la inconsistenza delle non-correnti interne al Pd.

Ma quello che non si comprende, o addirittura è stupefacente, è come Gennaro Migliore, capogruppo alla Camera di Sel – stiamo parlando di un partito di opposizione – possa pensare di proporre un’unificazione con il Pd in queste condizioni. Anche ammesso che Migliore riuscisse a portarsi dietro l’intero suo piccolo partito, questo non sarebbe altro che un minuscolo ingrediente, un po’ di prezzemolo, all’interno del grande minestrone centrista che Renzi sta preparando. E come si potrebbe essere oggi a sinistra – stiamo parlando di una sinistra senza aggettivi, né moderata né radicale – dentro un calderone la cui nota dominante appare sempre più democristiana con accenti leaderistico-berlusconiani, rinunciando così a qualsiasi autonomia organizzativa? Questo di Migliore non è opportunismo – che dalla sua può avere anche una certa machiavellica grandezza –, è solo cretinismo: entrare in un partito e non contare nulla. O meglio: contare solo il breve spazio di una stagione parlamentare come quella che ora si apre, per fare delle riforme costituzionali di cui non c’è alcun vero bisogno e una legge elettorale che, stando alla proposta, è pessima, a rischio d’incostituzionalità quanto la precedente… No, non ci siamo proprio, caro Migliore.

16 maggio 2014
pubblicato da Rino Genovese

Prendere sul serio la crisi

Europadi Rino Genovese

L’Italia è ancora in recessione. Se la parola fa paura chiamatela stagnazione, ma il risultato non cambia. Il paese è fermo, depresso, bloccato nel risentimento e nel qualunquismo diffusi, che sono il portato peggiore della corruzione e il sintomo di una crisi che dura da tempo immemorabile. L’ultimo numero della rivista “Outlet”, distribuita dalla Manifestolibri, traccia una mappa impietosa della situazione emotiva del paese: ne viene fuori un piccolo mondo più o meno antico – quello della piccola e media impresa soprattutto – che potrebbe affidarsi a qualsiasi deriva antidemocratica ma, in realtà, è soltanto rassegnato.

In questo quadro Renzi è piovuto come un deus ex machina per coloro che non volevano altro se non un po’ di dinamismo giovanile. Renzi è stato la convalescenza incertissima da quella malattia grave e prolungata che si chiama berlusconismo. Comunque andranno, alla fine, le elezioni europee del 25 maggio, rifletteranno questo dato: l’Italia di destra – con le sue radici da sempre antidemocratiche – in larga misura sceglierà Renzi: e ciò per la semplice ragione che in lui risuona il canto della giovinezza. Non c’è che questo nell’ex sindaco di Firenze, la capacità di dare corpo all’illusione di un dinamismo legato all’età.

Ma la malattia, lungi dall’essere risolta, perdura. Si pensa che affidandosi a qualcuno che fa promesse di cambiamento possa arrivare il cambiamento; non ci si chiede – in che senso? L’Italia non ha affatto un problema di strutture costituzionali vetuste (come cercano di farci credere da una ventina d’anni), non di questo soffre il paese quanto piuttosto della mancanza di politiche di sviluppo e sociali adeguate a una crisi che si trascina nella mancanza d’innovazione in tutti i campi.

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13 marzo 2014
pubblicato da Il Ponte

La veloce marcia dentro le istituzioni

di Giancarlo Scarpari

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 3 de Il Ponte – marzo 2014]

veloce marcia dentro le istituzioniIl 10.12.2013, commentando sul «Corriere» Il trionfo di Matteo Renzi, Angelo Panebianco poteva tirare un sospiro di sollievo ed esclamare convinto: «oggi il Pci è davvero finito»; poi, con una punta di rammarico, aggiungeva che il processo non era però ancora concluso visto «l’insperato regalo» fatto dalla Corte costituzionale ai proporzionalisti di quel partito; avvertiva poi il neosegretario di stare bene attento ai «suoi nemici interni», quelli dell’«apparato», consigliandolo di sollevare la questione cruciale dell’«oro del Pci», messo «al sicuro in qualche Fondazione» e che invece doveva essere messo a sua disposizione a sostegno del nuovo corso impresso al partito. E Ostellino, su quelle stesse pagine, alcune settimane dopo, evocando Stalin per ben tre volte in poche righe, identificava quei «nemici» interni nella «sinistra massimalista del Pd», animata da una «vocazione totalitaria», tuttora legata alla «parola d’ordine cominformista: nessun nemico a sinistra» («Corriere della sera», del 28.01.2014).

Articoli del genere, per il linguaggio usato e per le immagini evocate, avrebbero forse trovato collocazione piú appropriata sulle pagine di «Libero» o del «Giornale», ma proprio per questo sono doppiamente interessanti: innanzitutto perché evidenziano come l’egemonia culturale della destra berlusconiana abbia lavorato in profondità, condizionando idee e linguaggio dei “liberali moderati”, trasformando l’ideologia anticomunista in senso comune e promuovendo cosí una radicalizzazione nel paese che alcuni scambiano oggi per un salutare bipolarismo; ma soprattutto perché, depurate dai fumi di quella ideologia, le frasi alludono a un processo reale, alla conclusione di un percorso che non riguarda certo il Pci, un partito morto e sepolto da un quarto di secolo, ma, semmai, il Pd, un partito ibrido sorto dai resti di varie formazioni della sinistra e che mirava a convogliarne le eredità nell’ambito di un piú vasto raggruppamento politico genericamente riformista.

In realtà, già al tempo dei Ds e della Margherita, le rispettive identità erano andate diluendosi, per l’assenza di qualsiasi programma conseguente in grado di renderle concrete; questo vuoto progressivo era stato via via riempito dalla ricerca di nuove ricette, che prescindevano da analisi approfondite e da verifiche empiriche, ma che, offerte con particolare insistenza dal mercato mediatico, venivano recepite acriticamente, talvolta addirittura con entusiasmo.
La flessibilità del lavoro, per esempio, era stata introdotta da Treu al tempo dei governi dell’«Ulivo» ed era diventata precarietà generalizzata sotto quelli di Berlusconi; ma entrambe, pur nella loro diversità, erano però il frutto della stessa logica, già allora dominante, che considerava prioritari gli interessi dell’impresa rispetto ai diritti dei lavoratori e che, contestata a parole, era stata in realtà accolta di fatto all’interno dei maggiori partiti della sinistra.

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