23 giugno 2017
pubblicato da Rino Genovese

La sinistra italiana e il socialismo europeo

socialismo europeodi Rino Genovese

Anzitutto una precisazione: non intendo riferirmi al piccolo partito denominato Sinistra italiana, quanto alla sinistra politica nel suo insieme, in Italia particolarmente frammentata. Quale la caratteristica della congerie di sigle che si agita al di fuori del Pd – considerando che questo sia un partito di centrosinistra, come si autodefinisce, o semplicemente di centro come sarebbe più corretto definirlo? È la mancanza di una caratterizzazione ideologica il tratto dominante, e a suo modo unificante, della sinistra italiana oggi – un’area che pure varrebbe il 10% circa dell’elettorato. Si va da alcuni residui del vecchio Partito socialista craxiano, che da tempo non si capisce più che cosa siano, fino a una manciata di partiti comunisti, tra cui spicca la ormai usurata Rifondazione. In mezzo, naturalmente, i fuoriusciti dal Pd, con il nome piuttosto anodino di “Articolo 1 – Movimento democratico progressista”, e quelli di Sinistra italiana con la maiuscola, che di recente hanno conquistato il record di un congresso costitutivo che ha dato vita a un’immediata scissione.

Nessuno di questi gruppi e movimenti politici sembra avere un’idea di quale sarebbe la sua finalità ultima – se si escludono le sigle comuniste che, da parte loro, hanno la presunzione di essere tutte le meglio piazzate per promuovere l’avvento del comunismo sulla terra. Ci si divide, e ci si logora, sul modo di presentarsi alle prossime elezioni (che, a questo punto si è capito, si terranno nei primi mesi del 2018), con non si sa ancora quale legge elettorale. Se dovesse restare nella sostanza quella uscita dagli interventi della Corte costituzionale, sarebbe sufficiente il 3% dei voti per ottenere una rappresentanza alla Camera; per quella al Senato, ci vorrebbe invece l’8%, che appare un miraggio ai più, ma eventualmente soltanto il 3% se ci si coalizza in un’alleanza elettorale che arrivi almeno al 20%. È sufficiente questa possibilità per far pensare a qualcuno che sia necessario un accordo, magari puramente elettorale, con il Pd di Renzi. Già, ma per fare che cosa? Si potrebbe ipotizzare semplicemente questo: per diventare centrali in parlamento, ottenere un piccolo potere di coalizione, impedendo le “larghe intese” e spostando la situazione a sinistra… Potrebbe anche essere una tattica, se non una strategia, ma poi – ancora – per fare che cosa?

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9 ottobre 2016
pubblicato da Il Ponte

La via portoghese e il vicolo italiano

portogallodi Luca Onesti

[Articolo apparso sulla rivista Il Ponte  numero 8-9 2016  Populismo, democrazia, insorgenze. Forme contemporanee del politico]

In copertina, «L’Espresso» del 30 marzo 1975 titolava: La via italiana e il vicolo portoghese. Nell’Italia in cui si apriva la via del “compromesso storico”, si guardava alla Rivoluzione portoghese del 25 aprile 1974 e agli sviluppi del Prec («Processo rivoluzionario in corso») del dopo-rivoluzione militare, con il timore che il Partito comunista portoghese, con il suo leader Álvaro Cunhal, potesse muovere, insieme al Mfa (il Movimento delle Forze Armate) i fili di una rivoluzione che, dopo la nazionalizzazione delle banche e delle compagnie di assicurazione, sembrava avviata, in maniera tumultuosa, verso l’occupazione delle terre e l’autogestione delle fabbriche, dunque verso la creazione di uno Stato socialista in Europa occidentale. Un vicolo cieco, faceva notare giustamente, per amore di «chiarezza e non per un invito alla moderazione», Massimo L. Salvadori sempre su quel numero dell’«Espresso»: era improbabile un sostegno dell’Urss (che, ricordiamo, aveva rinunciato a sostenere il Cile di Allende meno di due anni prima), e l’influenza degli Stati Uniti nell’area geografica atlantica era difficile da mettere in discussione. Si sarebbe andati incontro quindi con ogni probabilità, secondo Salvadori, soltanto a un rinnovamento democratico borghese. Così fu, ma si sarebbe dovuti passare attraverso un’altra data significativa, quella del golpe del 25 novembre 1975, che con la caduta del capo del governo del militare Vasco Gonçalves e con l’ascesa al potere del cosiddetto «Gruppo dei Nove», significò una svolta a destra della rivoluzione, la fine del Prec, l’inizio della fase costituente e poi della fase della democrazia portoghese che dura fino a oggi, caratterizzata dalla conventio ad excludendum del Partito comunista, che non sarebbe mai più andato al potere nel governo nazionale né tantomeno avrebbe più appoggiato, seppur dall’esterno, alcun governo.

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25 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Dal peggio non nasce il meglio

Le Pendi Mario Pezzella

Sul populismo, e sulle sue articolazioni e motivazioni politiche, ho scritto un saggio che uscirà nel prossimo numero speciale del «Ponte» e dunque non voglio ripetere qui le considerazioni che si potranno leggere tra poco in quella sede. Mi limito a un commento di cronaca politica e ad alcune osservazioni, dopo la lettura dell’editoriale del numero di luglio e la polemica che ne è seguita: più enunciazioni di stati d’animo che ragionamento.

L’Europa attuale, dominata dal capitale finanziario e dalla burocrazia di Bruxelles, non piace neanche a me; tuttavia starei attento a concentrare la critica sulle grandi banche, distinguendo da esse una “oligarchia” capitalista produttiva, nazionalista e alleata potenziale della protesta popolare (come esisterebbe in Inghilterra e in occasione della Brexit). È questo appunto che distingue una critica socialista – o se volete marxista – dell’economia da quella populista. Per il socialismo il capitale finanziario è un’articolazione necessaria nata in seno al capitale produttivo: può esserne una degenerazione, ma il potenziamento abnorme degli strumenti creditizi nasce per sopperire alla crisi di sovrapproduzione e consumo, che è caratteristica del movimento del capitale in generale. Pound – per esempio – poteva criticare duramente ed efficacemente le banche, ma allo stesso tempo era assolutamente incapace di vedere il nesso tra l’“usura”, l’“interesse” – e la necessità di stimolare l’inerzia della produzione, in una fase di crisi. In una fase di crisi noi stiamo vivendo, senza che neppure si intravveda la ripresa di un ciclo espansivo: questa crisi deriva però da quella di sovrapproduzione e sovraconsumo degli anni ottanta e novanta del Novecento, per compensare e occultare la quale si è potenziato in modo distorto la leva del credito (ricordo che fu Clinton a togliere ogni freno di controllo alle banche e a liberalizzare interamente la circolazione dei capitali). Questo è dunque il momento adatto – anche se intempestivo – per una critica della produzione astratta e della contraddittorietà strutturale del capitale (critica marxista) più che per una rivolta contro il suo solo aspetto finanziario (critica populista).

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12 luglio 2015
pubblicato da Rino Genovese

La destra europea contro la Grecia

destra europeadi Rino Genovese

Se ci fosse bisogno di un’unità di misura per stabilire cos’è la destra davvero – non quella fascista ma quella placidamente violenta e liberale –, allora la vicenda che si sta dipanando sotto i nostri occhi in queste ore potrebbe servire da metro. Si vuole farla pagare a un intero paese, mettere alla fame i greci più di quanto già non siano, rischiare un clima di disordine finanziario che può giovare solo ai neonazisti, e punire così dei liberi cittadini che hanno osato esprimersi a larga maggioranza per il no ai diktat.

Tsipras ha fatto benissimo a interpretare il no al referendum come un mandato più forte per trattare, non come una volontà di rottura e di uscita dall’euro. Ha dimostrato abilità politica sia nel prendersi il rischio di un voto popolare sia, successivamente, nell’accettare le dimissioni di Varoufakis in modo da rendere la trattativa più credibile. Ha poi fatto un passo che solo degli sprovveduti potevano considerare come una cessione delle armi: ha sottoposto al parlamento un pacchetto di misure atto a stanare la destra europea (che oggi ha il suo leader nel ministro delle finanze tedesco) al fine di mostrare chiaramente da che parte sta l’arroganza e chi vuole la rottura.

Come scrivevo nel mio precedente intervento sull’argomento, sta nella possibilità di trovare una sponda nel socialismo europeo il destino della battaglia anti-austerità in Europa. Di ciò, con la sua strategia stop and go, Tsipras appare del tutto cosciente. È mettendo a tacere le voci più estreme all’interno (si pensi che in Syriza c’è anche una componente trotzkista), e ricercando l’intesa con uno come Hollande all’esterno, che la partita greca può essere vinta. Nella consapevolezza che, se dovessero passare i falchi, non soltanto la zona euro ma la stessa fragile costruzione europea sarebbe a rischio implosione.

28 gennaio 2015
pubblicato da Il Ponte

Se non ora, quando? Syriza e l’Italia

Syriza e l’Italiadi Fabio Vander

La vittoria di Syriza è ovviamente una buona notizia. Avrà importanti ripercussioni e di lungo periodo in Europa. E non solo certo nella sinistra “radicale”. L’agenda può e deve cambiare. In fatto di politiche economiche in primis, ma poi soprattutto in fatto di politica qua talis.

A pensarci bene è la prima volta da anni che la sinistra riesce a porsi in Europa come protagonista. Che riesce, cioè, a occupare il centro della scena, da posizioni autonome e contribuendo appunto a mutare l’agenda.

Le note dolenti riprendono però non appena si ritorna con lo sguardo al panorama italiano. Qui gli strepiti di Sel e Rifondazione per la vittoria di Syriza hanno solo del provinciale. Quello che c’è da aspettarsi da gente che ha proposto la Lista Tsipras (unico caso in Europa di “importazione” di leader e di parole d’ordine) o la Brigata Kalimera.

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26 gennaio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Oggi in Grecia, domani in Italia?

Greciadi Rino Genovese

Dunque Syriza ce l’ha fatta: è arrivata a sfiorare la maggioranza assoluta dei seggi e Tsipras sarà il primo leader europeo apertamente contro l’austerità. Una buona notizia da molto tempo a questa parte. Ma, pur nell’aria di festa di queste ore, non possiamo non osservare che il clima nel continente resta molto difficile. Anzitutto – è il caso di sottolinearlo – il voto greco è la spia di una condizione di impoverimento – con il taglio selvaggio dei salari, degli stipendi e delle pensioni – a cui la “troika”, con la sua cura da cavallo, ha ridotto il paese. In altre parole, è più il frutto di una reazione all’insopportabilità di una ricetta di politica economica che una scelta di sinistra. C’è da rallegrarsi che, almeno per il momento, i greci non si siano indirizzati verso l’estrema destra – ma l’analisi razionale del dato oggettivo non può che registrare questo fatto: è lo strangolamento del paese che lo ha condotto tra le braccia di Syriza, a causa della intollerabilità della situazione.

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