18 luglio 2017
pubblicato da Rino Genovese

A che punto è la notte: piccolo ragionamento a favore del “cartello”

sinistra arcobalenodi Rino Genovese

La notte, naturalmente, è quella della sinistra politica italiana (non parliamo di quella di altri paesi, come la Francia, altrimenti non dovremmo scrivere un articolo ma un libro). Dopo assemblee, incontri, riunioni varie, siamo al punto di partenza: non s’intravede ancora, nemmeno con il cannocchiale, una lista unitaria per le prossime elezioni. C’è chi dice che dipenda dal verticismo di un ceto politico autoreferenziale  incapace di staccarsi dalle poltrone, o per meglio dire dal desiderio di ritornare in parlamento. Se fosse così, però, semplicemente così, avrebbero subito cercato di mettersi d’accordo tutti, e avrebbero dato vita a un cartello elettorale – la sola possibilità oggi – delle varie sigle a sinistra del Pd renziano (che, da parte sua, continua a perdere pezzi). Intendiamoci, il cartello non è la soluzione migliore, ma a mio parere è l’unica oggi sostenibile. Tra chi rimpiange il passato e insegue una riedizione del centrosinistra – sperando ancora che Renzi non sia Renzi, cioè quel tipo che cerca i voti a destra per cercare di fare poi, da posizioni di forza, una “grossa coalizione” con una parte della stessa destra –, e chi invece crede di potersi inventare un Podemos all’italiana (mi riferisco ai Montanari e alle Falcone) non c’è alcun vero denominatore comune che non sia, appunto, quello di superare la soglia di sbarramento (attualmente al 3%) per fare ingresso nella Camera dei deputati. Il cartello elettorale è nelle cose, tutto il resto no, inutile girarci attorno.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Tomaso Montanari

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Gli italiani sono chiamati a votare su una riforma costituzionale approvata a colpi di maggioranza politica, sotto l’abusiva pressione dell’Esecutivo, in un Parlamento rimasto in carica solo per il principio di continuità dello Stato dopo che una sentenza della Corte costituzionale ha dichiarato «rotto» il rapporto che lega il corpo elettorale e i suoi rappresentanti. Il potere che ha disposto e ottenuto tutto questo non va cercato nella esangue politica italiana, nello sfilacciato partito di maggioranza, nelle incresciose figure dei presidenti della Repubblica che a tutto ciò si sono prestati. No: il mandante è il mercato finanziario globale. E il progetto è molto chiaro: sostituire alla sovranità popolare la sovranità dei mercati; sostituire all’altissimo obiettivo del pieno sviluppo della persona umana, attuato attraverso la partecipazione alla democrazia, una nostra definitiva mutazione in consumatori silenziosi, governati da una intangibile oligarchia.

La relazione introduttiva al disegno di legge costituzionale lo dice senza infingimenti: la Costituzione si cambia per sostenere le «sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale». Era, questa, l’esplicita richiesta della più grande banca d’affari del mondo, la J. P. Morgan, che nel giugno del 2013 ha scritto: «Le Costituzioni e i sistemi politici dei Paesi della periferia meridionale dell’Europa […] tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che le sinistre conquistarono dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici periferici mostrano, in genere, le seguenti caratteristiche: governi deboli; Stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; […] e il diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo. […] Ma qualcosa sta cambiando: il test chiave avverrà l’anno prossimo in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l’opportunità di impegnarsi in importanti riforme politiche». Il nesso tra le richieste della banca e la riforma della Carta è stato platealmente ammesso dal «Corriere della sera», nell’aprile 2014: «Basterebbe rileggersi il rapporto stilato dalla J. P. Morgan il 28 maggio 2013, là dove indica nella “debolezza dei governi rispetto al Parlamento” e nelle “proteste contro ogni cambiamento” alcuni vizi congeniti del sistema italiano. Ecco una sfida decisiva della missione di Renzi. La velocità impressa dal premier, quindi, a Napolitano non dispiace». La Costituzione va cambiata perché lo chiede il mercato. E non solo la Costituzione: tutto il sistema democratico va smantellato. E allora si capisce perché la ministra dell’Istruzione del governo Renzi abbia affermato che «l’Italia paga un’impostazione eccessivamente teorica del sistema d’istruzione, legata alle nostre radici classiche. Sapere non significa necessariamente saper fare. Per formare persone altamente qualificate come il mercato richiede è necessario imprimere un’impronta più pratica all’istruzione italiana, svincolandola dai limiti che possono derivare da un’impostazione classica e troppo teorica».

Quando, nel settembre 1944, il rettore Piero Calamandrei riaprì l’Università di Firenze invitò gli studenti a tirar su dalle macerie, e a spolverare alla meglio, i libri di Galileo, Beccaria, Mazzini: «con questi libri possiamo rimetterci con fede al lavoro: ed esser certi che in questa nuova Europa che si annuncia dal sangue e dal dolore, l’Italia ha ancora qualcosa da dire». Anche oggi, nel 2016, l’Italia ha qualcosa da dire: dire no a questa svolta oligarchica è il primo passo per costruire un futuro diverso.

1 aprile 2014
pubblicato da Il Ponte

Appello di “Libertà e Giustizia”

[Pubblichiamo questo appello di Libertà e Giustizia]

Stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale n.1 del 2014, per creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali.
Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti) a guardare. La responsabilità del Pd è enorme poiché sta consentendo l’attuazione del piano che era di Berlusconi, un piano persistentemente osteggiato in passato a parole e ora in sordina accolto.
Il fatto che non sia Berlusconi ma il leader del Pd a prendere in mano il testimone della svolta autoritaria è ancora più grave perché neutralizza l’opinione di opposizione. Bisogna fermare subito questo progetto, e farlo con la stessa determinazione con la quale si riuscì a fermarlo quando Berlusconi lo ispirava. Non è l’appartenenza a un partito che vale a rendere giusto ciò che è sbagliato.
Una democrazia plebiscitaria non è scritta nella nostra Costituzione e non è cosa che nessun cittadino che ha rispetto per la sua libertà politica e civile può desiderare. Quale che sia il leader che la propone.

Primi firmatari:
Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Stefano Rodotà, Lorenza Carlassare, Alessandro Pace, Roberta De Monticelli, Salvatore Settis, Rosetta Loy, Corrado Stajano, Giovanna Borgese, Alberto Vannucci, Elisabetta Rubini, Gaetano Azzariti, Costanza Firrao, Alessandro Bruni, Simona Peverelli, Sergio Materia, Nando dalla Chiesa, Adriano Prosperi, Fabio Evangelisti, Barbara Spinelli, Paul Ginsborg, Maurizio Landini, Marco Revelli, Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio, Gino Strada, Paola Patuelli, Tomaso Montanari, Antonio Caputo, Cristina Scaletti.