27 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Due postille di fine anno

Gomorra 3di Mario Pezzella

Postilla su Gomorra 3

Ho visto anche le ultime puntate della serie, di cui ho parlato nel mio articolo del primo dicembre scorso. L’identificazione dello spettatore con l’eroe criminale, se possibile, si intensifica fin quasi all’irresistibile. Tutto il passato di tradimenti e omicidi di Ciro, uno dei due protagonisti, diventa irrilevante di fronte alla sua esaltazione finale: non è solo un eroe, è un santo, che si sacrifica per l’amico, una specie di Humphrey Bogart in stile Casablanca e in salsa di Scampia. Non c’è traccia di pentimento, è solo un gesto di gratuito eccesso; così che lo spettatore non può non ammirarne l’amoralità sublime. Difficile dire se questo possa portare a un’imitazione nei fatti, come sostiene il sindaco di Napoli De Magistris (sembra che le stese aumentino di numero e di intensità dopo le puntate di Gomorra). Certo è che non vedo traccia di torsione critica nella presentazione del personaggio: l’idea che sia mille volte meglio essere un Padrino, uno Scarface, un Ciro piuttosto che un grigio disoccupato umiliato e impaurito affiora irresistibile nella mente, ma soprattutto nel cuore, dello spettatore. Non c’è traccia nella serie di quella che chiamavo – nel mio articolo – l’indomabile stupidità e banalità del male, che è l’unica vera critica interna alla sua rappresentazione. I protagonisti della serie possono essere sconfitti, crudeli, traditori o eroi: ma non sono mai banali. Si muovono nell’atmosfera rarefatta di una tragedia senza catarsi. Lo spettacolo di Gomorra 3 – anche se di buon livello, lo confermo – non diventa mai critico di se stesso e dei suoi archetipi.

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20 dicembre 2017
pubblicato da Marcello Rossi

Avanti Savoia!

Vittorio Emanuele III di Savoiadi Marcello Rossi

[Nel marzo 2010 scrivevo sul «Ponte» l’articolo che riporto. Oggi, dopo sette anni da questo scritto, il governo italiano ha messo a disposizione di Casa Savoia un aereo per riportare in Italia, a spese nostre, le spoglie di Vittorio Emanuele III. Non ne sentivamo la mancanza. Vorremmo comunque evitare la vergogna che il “re fellone” venga tumulato nel Pantheon. Riaffermiamo con Calamandrei che quella dei Savoia è una presenza sciagurata, il ricordo di una spaventosa sconfitta morale e materiale.]

«Non chiediamo punizioni rigorose: le ville principesche in riva ai mari tropicali non sono prigioni crudeli. Ci lascino a ricostruire da noi queste povere catapecchie crollate. Ma se ne vadano, tutta la famiglia: comprendano, una volta tanto, il loro dovere di discrezione. Spariscano: ci liberino di questa loro sciagurata presenza che è il ricordo vivente di una spaventosa sconfitta morale». Con queste parole il 2 giugno 1946 Piero Calamandrei si rivolgeva ai Savoia perché lasciassero l’Italia. La «spaventosa sconfitta morale» era ovviamente il fascismo e gli esiti che questo aveva avuto con il consenso – e non solo – di Vittorio Emanuele III. Ma il discorso, da Vittorio Emanuele III, si potrebbe allargare alla storia di tutta la casa reale e chiamare in causa Vittorio Emanuele II, Umberto I e in qualche misura anche Umberto II, il re di maggio, perché se l’8 settembre 1943 questi avesse capito (e per capirlo non ci voleva una grande intelligenza) che era giunto il momento di schierarsi con la Resistenza, chi ci avrebbe poi scrollato di dosso questa sciagurata monarchia sabauda? La sua insipienza fu la nostra fortuna, ma fu questa l’unica volta in cui rispetto ai Savoia fummo fortunati.

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19 dicembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Una pessima decisione

Vittorio Emanuele IIIdi Rino Genovese

Chiunque l’abbia presa – sia il presidente del Consiglio Gentiloni, sia il capo dello Stato Mattarella – ha fatto un errore madornale. È una pessima decisione che grida vendetta al cospetto della storia. La spoglia di Vittorio Emanuele III poteva restare dov’era, ricordo di una vita sbagliata, di uno Statuto – quello albertino – tradito, di un regno mandato in malora. Tutti i democratici, coloro che hanno nel cuore l’antifascismo e la Resistenza, non possono dimenticare: Mussolini non andò al potere sull’onda di chissà quale successo elettorale, ma per un calcolo dei maggiorenti di allora, in primis della monarchia che gli consegnò le chiavi del potere. Con eccessiva e malriposta fiducia i galantuomini dell’Aventino sperarono che, almeno dopo l’assassinio di Matteotti, il re intervenisse a ristabilire la legalità costituzionale. Neanche per sogno. Vittorio Emanuele tirò diritto fino alla grottesca tragedia dell’impero, alle leggi razziali, alla catastrofe della guerra mondiale, da null’altro preoccupato se non di non troppo sfigurare dinanzi al suo amico-nemico che minacciava di sbarazzarsene un giorno o l’altro. Fu invece il re, alla fine, a licenziare il dittatore. Ma poche settimane dopo eccolo fuggire dinanzi al pericolo costituito dai nazisti.

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