4 agosto 2017
pubblicato da Il Ponte

Libertà e proprietà

flat taxdi Giancarlo Scarpari

La parabola del partito tendenzialmente maggioritario, il progetto ideato dal Pd di Veltroni e rilanciato dal Pd di Renzi, sembra effettivamente giunto alla sua logica conclusione.

Per poter decollare aveva avuto bisogno di iniettare nel partito, a uso e consumo soprattutto del nuovo elettorato da attrarre, una robusta iniezione di propaganda “anticomunista”, ricalcata sui modelli berlusconiani e tradottasi nella “rottamazione” di quel che restava della sua tradizione socialdemocratica, nella guerriglia mediatica condotta contro i dirigenti che la rappresentavano e nello scontro frontale praticato nei confronti del lavoro dipendente.

Il balzo del Pd registrato alle europee col 40% dei voti aveva convinto Renzi a proseguire con decisione per il sentiero tracciato.

Col miraggio di sempre nuove vittorie, la maggioranza del partito, messi da parte o archiviati principi e valori “del passato”, ha seguito il comandante e il cerchio magico che lo applaudiva; la minoranza ha subito per mesi le scelte del capo, sempre incerta sul da farsi, mentre sul carro del vincitore, dopo le giravolte e le retromarce del Cavaliere, erano nel frattempo saliti i “diversamente berlusconiani”.

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6 giugno 2017
pubblicato da Il Ponte

Appena fuori. Diario cinematografico (VI)

Get Outdi Antonio Tricomi

Zhang Yimou, The Great Wall (4 marzo 2017)

Ma quando comincia il film? Sono quasi due ore che qui si va avanti con il promo del nuovo giochino per la PlayStation. Pensavo d’essere venuto al cinema, non in un punto vendita della Sony.

Paul Verhoeven, Elle (3 aprile 2017)

Questo dunque sarebbe il film capace (nell’ordine) di: rifondare lo sfinito cinema d’autore; regalarci un ritratto della cinica borghesia contemporanea che sa riattualizzare o mettere a frutto la lezione tanto di Jean Renoir quanto di Claude Chabrol; rivitalizzare l’ormai solo ripetitiva commedia nera; risollevare il moribondo thriller all’europea. Certo, come no. E magari anche in grado (già che c’è) di: preparare l’insalata russa o la crème brûlée; rendere socialmente presentabili i capelli di Donald Trump o i film di Walter Veltroni.

Ma per favore! La profondità di pensiero, la visione del mondo e – in particolare – della donna, dei rapporti umani, del sesso, la complessità psicologica dei personaggi e la loro tenuta drammaturgica sono le medesime che si potevano riscontrare in Basic Instinct. Il quale, in confronto, si rivela un film ben più riuscito, perché esibisce, invece di mistificare, la consueta ispirazione del suo autore: un adolescenziale gusto, solo morboso, per una trasgressione banalmente intesa quale sadomasochistica sottomissione del desiderio maschile alla supposta carica irrefrenabilmente omoerotica di un godimento femminile intriso di smanie distruttive e autodistruttive, fantasie di stupro ed incesto, ciniche o intellettualmente raffinate impudicizie varie. Insomma, un distillato di puro maschilismo coi brufoli.

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11 settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

L’autunno della sinistra

L'autunno della sinistradi Fabio Vander

È uscito un interessante articolo di Tommaso Fattori, consigliere regionale della sinistra toscana, su «il manifesto». Individua come obiettivo primario quello di «una nuova sinistra maggioritaria e di governo», dato che dopo la crisi del 2008 l’Italia è stato fra i grandi paesi l’unico in cui la sinistra non ha saputo né rilanciarsi né tantomeno promuovere «la costruzione di un progetto forte d’alternativa». Assenza di cui si sarebbe poi giovato il Movimento 5 stelle.

Già, ma perché questo? Esistono responsabilità soggettive. Di soggetti politici. Segnatamente direi di Sel (il caso comatoso di Rifondazione è a parte). Vendola si è sempre rifiutato di costruire un nuovo soggetto politico di sinistra adatto “al giorno e all’ora”. Si è sempre messo di traverso. Volutamente, scientemente. Anche perché lui governava in Puglia e certo con il Pd.

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17 dicembre 2014
pubblicato da Il Ponte

Mafia capitale e politica nazionale

Mafia capitaledi Fabio Vander

Lo scandalo esploso a Roma, dove le indagini della magistratura hanno scoperchiato un mondo di collusioni fra politica locale e criminalità politico-mafiosa, sconcerta e pone interrogativi inquietanti. Interrogativi che investono la stessa politica nazionale, non solo i singoli soggetti organizzati, ma proprio la conformazione del sistema politico, le sue modalità di funzionamento, la qualità della classe dirigente e i suoi rapporti con i poteri forti, evidentemente non solo quelli legali. Anche il commissario straordinario del Pd romano Matteo Orfini ha riconosciuto che «la patologia del Pd è stato il consociativismo. Precedentemente c’erano stati anni in cui c’era stata un’eccessiva consuetudine con la destra di Alemanno che governava la città». Persino il deputato Morassut, assessore nelle precedenti giunte di centrosinistra, ha ammesso: «con la destra di Alemanno abbiamo avuto un atteggiamento consociativo».

Crisi politica e crisi morale (e criminale) sono dunque l’una dentro l’altra. Per molti versi in Italia è stato cosí anche in passato e certo scontiamo il degrado di vent’anni di berlusconismo, ma la cosa grave e inedita è che oggi sembrano non esserci piú alternative, né speranze. Il fatto che sia coinvolto pesantemente anche il maggior partito di governo, il Pd del premier Renzi, è la prova che le riserve morali si sono esaurite anche nel centrosinistra. Di nuovo il problema non è solo penale e morale, ma direttamente politico.

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2 ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Quando finirà il Pd?

Quando finirà il Pddi Rino Genovese

L’ultimo psicodramma intorno al jobs act e alla prospettiva di un’ulteriore sterilizzazione dell’articolo 18, dopo quella già attuata dal governo Monti, lo ha dimostrato: una parte del Pd – sarà per risentimento, sarà per intima convinzione – resiste alla prospettiva di vedere il partito trasformarsi in ciò che ormai è già: un comitato elettorale, la pura cassa di risonanza di un leader dal tratto marcatamente berlusconiano. Ma, per un residuo di lealtà nei confronti della “ditta” come la chiama Bersani, o più probabilmente perché spaventata dall’idea di dover ricominciare da capo facendo cadere un governo nell’immediato senza alternativa che non sia una qualche forma di eterodirezione da parte di Bruxelles, la minoranza del partito rilutta a trarre tutte le conseguenze dal suo atteggiamento politico. Del resto che cosa ci si potrebbe aspettare da chi, tenendo in piedi il governo Monti al di là di ogni ragionevole durata, ha compromesso irrimediabilmente il risultato elettorale successivo?

Alla lunga però il Pd non potrà che implodere (nella peggiore delle ipotesi) o scindersi (nella migliore): perché la sua stessa nascita come riflesso speculare del berlusconismo, nell’incapacità della sinistra di costruire una coalizione serbando un’identità al suo interno, fu un parto mostruoso, un’operazione alla Frankenstein che solo in un paese scombinato come l’Italia poteva essere pensata, e che ha aperto la strada – insieme con la bancarotta della Rifondazione bertinottiana – al fenomeno qualunquistico grillino, che tanta parte dell’elettorato di sinistra è riuscito a raccogliere intorno a sé. Senza capacità di farsi carico delle sofferenze sociali, sempre più votato alla gestione anziché al governo, avvitato in una mimesi che ebbe il suo apice con Veltroni (difatti il meno rottamato dei rottamandi) nei confronti dell’avversario berlusconiano (Michele Salvati arrivò a parlare di una Forza Italia di sinistra), smarrita ogni autonoma radice socialista con l’emulazione di un liberalismo solo vagamente sociale come quello di Blair (non è stato il rottamatore Renzi il primo blairiano… ma, incredibile dictu, proprio il rottamando D’Alema…), in breve genericamente assumendo il nome di Partito democratico (con un richiamo perfino troppo lusinghiero all’omonimo partito americano, capace se non altro di sostenere i diritti civili perché privo di una componente democristiana), espressione fuori tempo di una tarda strategia da “compromesso storico”, lo strano aggregato politico sorto per governare il paese al posto di una destra populista ha concluso il suo non brillante cammino firmando le grandi e le piccole intese con questa stessa destra. Dopo di ciò, il fallimento è conclamato e non ci sarebbe altro da fare se non mettere mano alla costruzione di qualcosa di diverso.

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23 giugno 2014
pubblicato da Rino Genovese

E tuttavia… La crisi di Sel

crisi di Seldi Rino Genovese

Il compagno Giuseppe Brogi, coordinatore regionale toscano di Sel, che ho avuto modo di ascoltare di recente nel corso di un’assemblea, ha svolto un’egregia analisi della situazione in cui versa in questo momento il suo partito, pronunciando più volte l’espressione “e tuttavia…”. Non si tratta di un tic linguistico: l’espressione, con il suo carattere concessivo-avversativo, riassume piuttosto il disorientamento in cui si trova oggi Sel. Cerco di spiegarmi. Questo partito era nato per essere un “ma anche” (ricordate l’intercalare portato agli onori del dibattito politico dall’imitazione che il comico Crozza faceva di Veltroni ai tempi in cui questi, con scarsa fortuna, fu il candidato alla presidenza del Consiglio?), nel senso che nello schieramento ampio di un centrosinistra di governo avrebbe dovuto rappresentare la sua componente di sinistra non confusionaria ma capace di collocarsi all’interno di un dignitoso compromesso politico. Il fatto che, per un lungo tratto, questo piccolo partito si sia identificato in maniera personalistica con Vendola, è stato vissuto come un che di transitorio, il prezzo da pagare a una mediatizzazione e spettacolarizzazione della politica cui nessuno, pur con le migliori intenzioni, può sottrarsi. Ciò che era veramente in gioco era la possibilità di contare, facendo valere le proprie ragioni, all’interno di un centrosinistra con un programma progressista.

Questa prospettiva è venuta meno nel 2013 con la non vittoria elettorale del Pd di Bersani e il pasticcio che ne è seguito, da cui si è (apparentemente) venuti fuori grazie al giovane uomo della provvidenza Matteo Renzi. È naturale che, in un paese politicamente emotivo come il nostro, Renzi goda al momento di un credito e di un consenso fuor di misura rispetto alle cose concrete che ha fatto e sta facendo. Tra queste c’è senz’altro l’ottima uscita riguardo ai famosi ottanta euro in più in busta paga per chi ne guadagna all’incirca mille. Qualcosa la cui giustezza è incontestabile, anche se fosse stata una trovata semplicemente elettoralistica. E tuttavia – ecco che compare la locuzione – ciò non è in alcun modo sufficiente a dare fiducia a Renzi su tutto il resto: in particolare non lo è, o non dovrebbe esserlo, per un gruppo parlamentare come quello di Sel collocato attualmente all’opposizione. La rotta verso il Pd, intrapresa da Migliore e da altri deputati, s’inscrive nella perfetta tradizione italiana del trasformismo parlamentare. Nulla più di questo: si va a incensare il vincitore del momento. E tuttavia – ecco che ricompare la locuzione – il progetto stesso di Sel si palesa come in crisi, per la semplice ragione che la possibilità di un centrosinistra articolato non esiste più con Renzi, che ha ripreso su nuove basi il discorso veltroniano circa la vocazione maggioritaria del Pd.

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27 maggio 2014
pubblicato da Rino Genovese

La vocazione maggioritaria del Pd

WALTER-VELTRONIdi Rino Genovese

In un’intervista all’indomani delle elezioni europee, l’ineffabile Veltroni ha dichiarato che è proprio quello di Renzi il Pd che avrebbe voluto, anche se purtroppo lui non è mai riuscito ad avere la determinazione e la “cattiveria” necessarie, di cui si è invece dimostrato capace l’ex sindaco di Firenze. E pour cause, verrebbe da dire: Veltroni non è infatti il buonista per eccellenza? Ma il punto non è qui. Sta piuttosto in un insieme di elementi – per nulla caratteriali ma politici – che ora cercherò di mettere in luce.

Cominciamo col dire che il Pd veltroniano aveva preso circa un milione di voti in più (stiamo parlando del 2008) di quello renziano. Cos’è accaduto, in effetti? Di mezzo c’è stato l’aumento dell’astensione – e questo spiega perché, con un numero minore di voti, Renzi abbia avuto sette o otto punti in percentuale in più rispetto a Veltroni. Ancora: c’è da considerare che Veltroni si trovò a competere, dopo il governo dell’Unione di Prodi, con un berlusconismo molto pimpante che lo distanziò, nel risultato delle rispettive coalizioni, di una decina di punti. Veltroni, inoltre, disse di volere “andare da solo” alle elezioni, ma poi non ci andò sottoscrivendo un accordo con il Di Pietro dell’epoca (che drenava una parte di quel qualunquismo in seguito espresso meglio, e in proporzioni ben maggiori, da Grillo).

Che cosa voglio dire con questo? Molto semplicemente che il veltronismo rappresenta tutt’al più la preistoria del Pd a vocazione maggioritaria. A quei tempi, che politicamente appaiono molto lontani, si trattava di rompere a sinistra (con una sinistra – bisogna dirlo – veramente riottosa e inconcludente), di superare lo schema del centrosinistra antiberlusconiano (si ricordi che Veltroni preferiva non nominare neppure il suo antagonista, indicandolo con una perifrasi) e di presentarsi all’elettorato con un volto “centrista” grazie a un maquillage che facesse dimenticare qualsiasi origine comunista (Veltroni è uno specialista in questo…). L’ipotesi fu battuta e di lì a poco il segretario dovette dimettersi, quasi si ritirò dalla politica mettendosi a scrivere romanzi. Anche se è significativo che proprio il rottamatore Renzi lo abbia richiamato in servizio, e che oggi si parli di Veltroni perfino come di un candidato alla presidenza della Repubblica.

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13 aprile 2014
pubblicato da Rino Genovese

Il mare aperto di una sinistra già berlusconizzata

di Claudio Bazzocchi

Mare apertoVorrei provare a seguire la riflessione che Gianni Cuperlo sta facendo in queste settimane, all’indomani dell’ascesa al governo di Matteo Renzi. Ebbene, di questa riflessione non condivido l’analisi sulla sconfitta congressuale e nemmeno su Renzi, descritto con troppa benevolenza. Penso comunque che la proposta avanzata da Cuperlo – di superare l’idea di una corrente tradizionale – possa invece essere accolta favorevolmente. E cercherò di spiegare perché.

La frattura

Cuperlo parla di frattura, sia per descrivere la crisi della destra e la caduta di Berlusconi sia per rappresentare il risultato del congresso e delle primarie del Pd, in cui la sinistra, con la sua tradizionale idea di partito, avrebbe subito una sconfitta epocale ad opera di quei milioni di cittadini in coda per dare un giudizio negativo e punire la classe dirigente del partito. Tale risultato imporrebbe dunque, secondo Cuperlo, la necessità di ripensare radicalmente categorie, culture, pratiche e linguaggi nonché l’idea stessa di partito. Si tratterebbe, dunque, di una frattura consumata in pochi mesi, a cui la sinistra dovrebbe essere in grado di rispondere con coraggio e velocità, evidentemente ben oltre i cambiamenti e le svolte degli ultimi trent’anni.

Questa idea della frattura non mi convince, dal momento che le primarie aperte non possono essere considerate un giudizio politicamente attendibile sulla sinistra italiana, la sua cultura e il suo linguaggio, che pure sono carenti e deboli nel rispondere alla crisi economica e politica contemporanea, ma non possono certo essere giudicati da portatori di risentimento antipolitico fomentato ad arte nei talk show televisivi, sui giornali della borghesia o tramite la satira dei comici alla moda, dotati di un armamentario retorico che ha ormai poco a che fare con la satira stessa.

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29 marzo 2014
pubblicato da Rino Genovese

Riparlando di Berlinguer

di Rino Genovese

Enrico BerlinguerEnrico Berlinguer è morto trent’anni fa in circostanze drammatiche, come un attore sulla scena. E Walter Veltroni non gli rende certo un favore dedicandogli un film che più brutto non si può: un’insensata agiografia priva sia di stile sia di contenuti. Si pensi che l’unica “rivelazione” offerta dal film, in cui a un certo punto sono inquadrate le pagelle del futuro segretario del Pci, è che il piccolo Enrico, nato nel 1922, andava male a scuola: non si sa se per semplice asineria o per spirito ribelle contro i metodi educativi fascisti. Ciò che manca completamente – e pour cause, si direbbe, essendo Veltroni uno degli affossatori della storia del comunismo in Italia – è il tentativo anche minimo di un bilancio critico circa la sua figura. Che non fu, al di là della onestà e della simpatia umana universalmente riconosciute, quella di un uomo politico innovativo, quanto piuttosto quella di un gestore alla fin fine immobile di un patrimonio ideale, quasi un “italo Amleto” incapace di prendere la decisione che avrebbe potuto davvero mutare la storia italiana: mi riferisco a una rottura formale e ufficiale con il mondo sovietico, anche a costo di spaccare il partito e di perdere voti.

Il Pci berlingueriano rimase uno strano ibrido: socialdemocratico, se non addirittura liberaldemocratico, nella sostanziale pratica politica e di amministrazione (ricordo qui che, per uno come lo svedese Olof Palme, tanto per fare il nome di un socialista europeo contemporaneo di Berlinguer, il superamento del capitalismo mediante una strategia di riforme era un obiettivo del tutto plausibile), e però ispirato al principio leninista del centralismo democratico, legato al mito della rivoluzione d’ottobre (che solo da ultimo, e con molte cautele, parve al segretario del Pci avere perso la “spinta propulsiva”). Un singolarissimo “né carne né pesce” che finì con l’incrementare il gioco degli specchi deformanti tipico della politica italiana in cui nessuno è mai quello che è, consentendo al Psi di Craxi (un personaggio di cui Berlinguer aveva chiaramente compreso le potenzialità distruttive per il più antico partito italiano) di stringere un’alleanza strategica con la Dc nella prospettiva dell’anticomunismo; laddove sarebbe stato logico e conseguente per Berlinguer, se non altro nell’ultima fase della sua vita, dichiarare una rottura che avrebbe potuto aprire il sistema, senz’affatto rinnegare quegli “elementi di socialismo” che – peraltro non si sa bene come – pensava d’introdurre nella vita nazionale.

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13 marzo 2014
pubblicato da Il Ponte

La veloce marcia dentro le istituzioni

di Giancarlo Scarpari

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 3 de Il Ponte – marzo 2014]

veloce marcia dentro le istituzioniIl 10.12.2013, commentando sul «Corriere» Il trionfo di Matteo Renzi, Angelo Panebianco poteva tirare un sospiro di sollievo ed esclamare convinto: «oggi il Pci è davvero finito»; poi, con una punta di rammarico, aggiungeva che il processo non era però ancora concluso visto «l’insperato regalo» fatto dalla Corte costituzionale ai proporzionalisti di quel partito; avvertiva poi il neosegretario di stare bene attento ai «suoi nemici interni», quelli dell’«apparato», consigliandolo di sollevare la questione cruciale dell’«oro del Pci», messo «al sicuro in qualche Fondazione» e che invece doveva essere messo a sua disposizione a sostegno del nuovo corso impresso al partito. E Ostellino, su quelle stesse pagine, alcune settimane dopo, evocando Stalin per ben tre volte in poche righe, identificava quei «nemici» interni nella «sinistra massimalista del Pd», animata da una «vocazione totalitaria», tuttora legata alla «parola d’ordine cominformista: nessun nemico a sinistra» («Corriere della sera», del 28.01.2014).

Articoli del genere, per il linguaggio usato e per le immagini evocate, avrebbero forse trovato collocazione piú appropriata sulle pagine di «Libero» o del «Giornale», ma proprio per questo sono doppiamente interessanti: innanzitutto perché evidenziano come l’egemonia culturale della destra berlusconiana abbia lavorato in profondità, condizionando idee e linguaggio dei “liberali moderati”, trasformando l’ideologia anticomunista in senso comune e promuovendo cosí una radicalizzazione nel paese che alcuni scambiano oggi per un salutare bipolarismo; ma soprattutto perché, depurate dai fumi di quella ideologia, le frasi alludono a un processo reale, alla conclusione di un percorso che non riguarda certo il Pci, un partito morto e sepolto da un quarto di secolo, ma, semmai, il Pd, un partito ibrido sorto dai resti di varie formazioni della sinistra e che mirava a convogliarne le eredità nell’ambito di un piú vasto raggruppamento politico genericamente riformista.

In realtà, già al tempo dei Ds e della Margherita, le rispettive identità erano andate diluendosi, per l’assenza di qualsiasi programma conseguente in grado di renderle concrete; questo vuoto progressivo era stato via via riempito dalla ricerca di nuove ricette, che prescindevano da analisi approfondite e da verifiche empiriche, ma che, offerte con particolare insistenza dal mercato mediatico, venivano recepite acriticamente, talvolta addirittura con entusiasmo.
La flessibilità del lavoro, per esempio, era stata introdotta da Treu al tempo dei governi dell’«Ulivo» ed era diventata precarietà generalizzata sotto quelli di Berlusconi; ma entrambe, pur nella loro diversità, erano però il frutto della stessa logica, già allora dominante, che considerava prioritari gli interessi dell’impresa rispetto ai diritti dei lavoratori e che, contestata a parole, era stata in realtà accolta di fatto all’interno dei maggiori partiti della sinistra.

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