Sul concetto di riforma riguardo a quello di comunicazione

Comunicazionedi Rino Genovese

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 5 de Il Ponte – maggio 2014]

Prendiamo le mosse da una citazione, che permette d’inquadrare il problema e, al tempo stesso, di occuparci di uno dei “grandi malati” d’Europa, cioè di quel Partito socialista francese che di recente, nell’editoriale di prima pagina, “Le Monde” ha definito addirittura un “astro morto”. Nella prima riunione del consiglio dei ministri, tenuta il 4 aprile scorso, il nuovo premier Manuel Valls (una sorta di Matteo Renzi in salsa francese) avrebbe dichiarato: “Nelle nostre democrazie moderne, la comunicazione non è una parola vuota. Essa è il veicolo dell’azione, della riforma al servizio dell’interesse generale. L’azione politica deve dunque essere condotta in una perfetta integrazione dei vincoli della comunicazione. Nell’epoca delle catene d’informazione continua, delle reti sociali, controllare il messaggio indirizzato ai francesi richiede la più grande professionalità. I ministri vi faranno caso, e starà a me di coordinare e di convalidare la comunicazione governativa” (da “Le Monde” del 18 aprile 2014).

È evidente qui che alcuni concetti teorici – come spesso accade con i politici di professione – sono usati pro domo e vanno letti nel loro contesto. Per avere pubblicato qualche anno fa un Trattato dei vincoli, che si occupava tra l’altro proprio dei vincoli della comunicazione, posso ritenermi autorizzato a fare le bucce al signor Valls, non senza prima avergli fatto tanto di cappello per la furbizia dimostrata. Che consiste in questo: Valls si riferisce alla comunicazione mediatica che, per quanto importante, è solo una parte della comunicazione in generale. Egli dice in sostanza ai suoi ministri: attenzione a come parlate con i giornalisti o nelle dichiarazioni televisive e radiofoniche, o ancora nei messaggi via twitter e simili: perché sarò io a gestire in prima persona la comunicazione del governo. Del resto, prima di essere ministro dell’interno e in seguito primo ministro, Valls è stato il responsabile comunicativo della campagna elettorale del presidente Hollande. Se ne intenderà, quindi, di comunicazione mediatica. Ma nella citazione c’è qualcosa di più: la consapevolezza di un legame stretto tra la nozione di “riforma” e quella di comunicazione. Qua si esce dalla pura e semplice comunicazione mediatica di cui Valls è esperto – e si passa a un altro problema, più grave e di portata più ampia: quale il nesso tra le due cose, apparentemente lontane, come l’azione riformatrice e la sua rappresentabilità nello spazio pubblico, come caso di volta in volta specifico della comunicazione sociale in generale?

Mi avvicino a poco a poco alla questione. Quando il nostro Riccardo Lombardi, all’inizio degli anni sessanta del Novecento, trascorse intere notti a battagliare con i conservatori dell’area governativa, nel momento del primo centrosinistra, per strappare la nazionalizzazione dell’energia elettrica, era convinto di stare portando avanti un’azione politica riformatrice… In realtà è molto dubbio che sia mai esistita una cosa del genere. Che vuol dire azione? Che significa riforma? A guardare bene, siamo sempre nel campo stretto della comunicazione: Lombardi che battaglia, parlando, per cercare di affermare il suo punto di vista; i conservatori che gli ribattono questo e quest’altro… Alla fine, più che a un accordo, si arriva a un compromesso (le riforme sono sempre dei compromessi) e la riforma “passa”: cioè, dopo essere stata approvata in parlamento attraverso un dibattito pubblico, viene comunicata sia agli uffici competenti, ai funzionari che si occuperanno di come attuarla, sia ai diretti interessati (nel caso della nazionalizzazione dell’energia elettrica agli espropriati cui sarà corrisposto un indennizzo, magari tramite un bonifico bancario che è un’altra forma di comunicazione) e al paese in generale, in cui ci saranno quelli che approveranno e quelli che disapproveranno la riforma a loro volta comunicando, scrivendone sui giornali o chiacchierando al bar.

Riformare – questa è quindi la tesi – è sempre comunicare. L’azione politica riformatrice in sé non esiste. O meglio, è la pretesa di un gesto cui è data effettualità e continuità (l’azione come serie di gesti…) solo all’interno della più ampia comunicazione sociale. Prendiamo lo slogan intorno alle “riforme di struttura”, cui Riccardo Lombardi, e poi i comunisti, davano un significato all’incirca opposto a ciò che s’intende oggi (Lombardi, con l’espressione, intendeva riferirisi a un superamento graduale della base economica capitalistica, oggi invece ci si riferisce per lo più a “controriforme” del mercato del lavoro che lo rendano sempre più flessibile): bene, quello slogan era un gesto comunicativo che per concretizzarsi, come nel caso della riforma dell’energia elettrica, aveva bisogno di tutta una trafila comunicativa ad ampio raggio, perfino estenuante. Ma questo è appunto riforma. Il resto, la sua diffusione attraverso i mass media, quello che è il problema di Valls, lasciamolo a lui e ai vari Renzi, che dell’idea di riforma non soltanto rovesciano il significato, ma anche e soprattutto fanno pura arte di propaganda. Perché a questo si riduce infine l’esortazione di Valls ai suoi ministri: lasciate che la propaganda del governo sia soltanto io a farla…

Dicevo all’inizio che, oltre a qualche lume sul concetto di riforma, la citazione riportata ci avrebbe consentito di mettere a fuoco, in parte, anche il dramma che sta vivendo il Partito socialista francese dopo la secca sconfitta alle amministrative di qualche settimana fa. Il problema comunicativo si è fatto così pressante che un presidente in crisi di consenso ha pensato bene di comunicare al paese che il suo ex responsabile della comunicazione (leggi: della propaganda) sarebbe diventato in quattro e quattr’otto primo ministro perché – questo il retropensiero di Hollande – era il meglio piazzato nei sondaggi, che a loro volta sono un altro momento della comunicazione in generale.

Ciò a cui non badano né Valls né Hollande, ma di cui si preoccupano invece non poco gli eletti del quadro intermedio socialista, i deputati che vedono i loro “feudi” elettorali minacciati, i sindaci e gli ex sindaci (dopo la batosta) sul territorio, è il rilancio di una politica riformatrice come comunicazione e contenzioso con le forze conservatrici, sia in Francia sia in Europa. Una comunicazione piccola piccola, ridotta al puro e semplice compulsare sondaggi, a una propaganda di corto respiro che afferma oggi ciò che è pronta a negare domani (come è successo riguardo al rispetto della regola del 3% del deficit di qui al 2015, prima rifiutata e poi riaccettata nel gioco delle parti tra Hollande e Valls), una comunicazione da piccoli stregoni della comunicazione, che la padroneggiano dicendo e disdicendo al tempo stesso, beh, è proprio il contrario di quanto faceva Riccardo Lombardi quando passava le notti in bianco a battagliare contestando, con il suo cipiglio severo, comunicando così nei fatti la volontà riformatrice sua e di larga parte del paese.

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