9 Giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Finale di sistema

Elezioni regionalidi Lanfranco Binni

La crisi del sistema politico italiano è entrata in una nuova fase di implosione. Sono decisamente interessanti i dati delle elezioni regionali del 31 maggio. Il primo dato in ordine di importanza è quello del non voto (48%): un cittadino su due non ha votato, e l’astensione ha colpito (passivamente e in buona misura attivamente) l’area politica della destra e della sinistra di sistema. Alle tradizionali ragioni dell’astensione (sono tutti ladri, sono tutti uguali) si sono aggiunte nuove ragioni di profondo dissenso politico, di dichiarata non partecipazione al gioco truccato di una democrazia rappresentativa infetta, dell’uso della cosiddetta volontà popolare da parte del partito unico della “nazione” che unisce destra e sinistra. Questa tendenza di astensionismo politico, già clamorosamente evidente nelle elezioni regionali del 2014 in Emilia Romagna, si è accentuata nelle regioni “rosse” (Liguria, Toscana, Umbria, Marche) mentre l’astensionismo non è aumentato in Campania e in Puglia. Il secondo dato è la salutare flessione del Pd, abbandonato da due milioni di elettori, in parte di antica tradizione Pci (rifluiti nell’astensionismo, nelle formazioni della “sinistra radicale”, nel Movimento 5 Stelle o nel populismo razzista della Lega) e in parte di destra (rifluiti nell’astensionismo o nella Lega). Il terzo dato è la forte affermazione del M5S, che prosegue, nonostante tutte le campagne dei media al servizio del sistema politico, la sua positiva crescita all’esterno del sistema, dentro e contro, su una linea di tenace autonomia che si dimostra vincente. Anche il M5S ha perso voti rispetto alle elezioni politiche del 2013, ma si va estendendo e qualificando il suo radicamento territoriale. Il quarto dato è la dispersione della destra berlusconiana, che non sembra trovare una via d’uscita nella “plebe” della Lega: i fiduciari della finanza internazionale sono nel Pd renziano. Il quinto dato è la sopravvivenza di sacche di resistenza testimoniale della “sinistra radicale”, spesso ridotte a un ruolo di ruota di scorta del Pd.

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9 Marzo 2015
pubblicato da Il Ponte

Obama, Netanyahu e la politica in Medio Oriente

Obamadi Vincenzo Accattatis

«Mr. Speaker, Mr. Vice President, Members of Congress, miei concittadini», siamo nel nuovo secolo da 15 anni. 15 anni di vita difficile: due lunghe e costose guerre e «una difficile recessione», «tempi duri per molti», ma lo Stato dell’Unione è solido, l’America è in ripresa economica e resta la nazione piú potente del mondo. Oggi, per la prima volta a partire dal 9 settembre, la nostra missione in Afghanistan è terminata. Anche la guerra in Iraq volge al termine. Siamo orgogliosi del coraggio e della capacità di sacrificio degli uomini e delle donne «della Generazione del 9 settembre», ma su guerra e pace occorre essere saggi  sto riprendendo dallo «State of the Union Address» di Obama del 20 gennaio scorso. Obama continua. Quale «Commander-in-Chief», il mio primo dovere è quello di difendere gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti guidano il mondo, ma «… the question is not whether America leads in the world, but how», il mondo si governa usando la testa, non solo le armi.

Obama risponde cosí a quanti l’hanno accusato e l’accusano di codardia, di non essere un presidente all’altezza. Alcuni titoli dell’«Economist» lo fustigano: The courage factor («The Economist», 19.03.2011), The reluctant warrior («The Economist», 26.03.2011), Fight this war, not the last one («The Economist», 07.09.2013). Con la sua codardia Obama mette in pericolo tutto l’Occidente: The weakened West («The Economist», 21.09.2013  titolo a tutta coperta) e Le professeur Obama et ses ambivalences distinguées («Le Monde», 30.05.2014 editoriale). In Occidente vi sono molti guerrieri.

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17 Agosto 2014
pubblicato da Rino Genovese

Armi ai curdi?

armi ai curdidi Rino Genovese

Questo pezzo non può cominciare se non con un antipatico: “L’avevamo detto!” Noi pacifisti che undici anni fa manifestammo contro la seconda guerra del Golfo, contro l’invasione dell’Iraq di Saddam da parte delle potenze occidentali (compresa, per quel che conta, l’Italia), avevamo la chiara percezione non solo dell’inganno statunitense (ricordiamo le menzogne di Colin Powell all’Onu) ma anche della totale insensatezza politica di una guerra che avrebbe messo a ferro e fuoco un paese per non ottenere nulla, neppure quella pax che regna in un deserto (riprendendo la famosa citazione da Tacito resa popolare ai tempi del Vietnam). Ciò che si è realizzato – in particolare dopo il ritiro delle truppe americane deciso da Obama – è un governo di coloro che in passato erano sotto (gli sciiti) ai danni di coloro che erano sopra (i sunniti) nell’eterno ritorno, a parti invertite, dell’eguale.

Certo, se nel frattempo non ci fosse stata la crisi del vicino regime siriano, con le sue prolungate e nefaste conseguenze, forse non saremmo stati colpiti dalle notizie dei massacri che arrivano oggi da quella parte del mondo – ma resta il fatto che in Iraq l’Occidente (sempre che abbia un senso quest’espressione), del resto proprio come in Afghanistan, si è lasciato invischiare in una guerra civile tra gruppi etnici e tendenze religiose differenti, dentro un neotribalismo di cui non è riuscito in alcun modo a venire a capo e che anzi ha aggravato.

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1 Aprile 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

I cecchini della libertà

di Lanfranco Binni

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 4 de Il Ponte – aprile 2014]

I cecchini della libertàArriva la tempesta. Alla vigilia della prossima crisi finanziaria globale, preannunciata dalla crisi del 2008, la guerra in corso tra poteri finanziari e politici per il controllo delle aree di influenza e di dominio sta accelerando strategie attive di posizionamento degli attori principali su tutti gli scenari. L’iniziativa è agli Stati Uniti e all’Unione europea. Ci sono società da disintegrare, mercati da «liberare», processi «democratici» da imporre con la forza delle armi e con le armi della comunicazione. Il percorso è tracciato dagli anni novanta del secolo scorso: Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, «primavere arabe», Libia, Iran, Siria, Grecia, oggi Ucraina e Venezuela, prossimamente Russia e Cina. Sono soltanto gli scenari principali, ai quali si aggiungono le numerose guerre locali, più o meno “coperte”, in tutto il mondo.

Dagli anni novanta, dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, lo schema tattico politico-militare è sempre lo stesso, sperimentato e attuato dall’Unione europea a guida tedesca e dagli Stati Uniti nella disgregazione della Federazione jugoslava: in quel caso, il sostegno all’indipendenza della Croazia e della Slovenia, con politiche di divisione e pulizia “etnica” che avrebbero massacrato la multietnica Bosnia Erzegovina, fino all’indipendenza del Kosovo sancita da un referendum secessionista preparato dai bombardamenti della Nato. Le successive aggressioni americane all’Iraq e all’Afghanistan, con la partecipazione attiva dell’Unione europea e della Nato, introdussero il nuovo delitto internazionale delle «guerre umanitarie» a copertura degli interessi della “democrazia” occidentale: risorse energetiche e dominio su aree strategiche da un punto di vista geo-politico. Stati Uniti e Unione europea conducono un gioco di squadra, articolando gli strumenti tattici nel rispetto dei propri interessi economici, talvolta contraddittori.

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