17 Febbraio 2020
pubblicato da Il Ponte

Elogio della censura

di Massimo Jasonni

Ci sono parole che il mondo moderno ha escluso dal vocabolario corrente, o, comunque, ha assunto in termini vieppiù negativi. Il Postmoderno, l’attualità sono venuti al seguito e hanno così finito per rimuovere, in via definitiva, tali parole. Censura ne è un esempio tipico.

Oggi una mera proposta di censura, o anche solo una pallida idea del censurare è, se è consentito un gioco di parole, di per sé censurabile: il verbo evoca non una critica costruttiva, ma una biasimevole repressione intellettuale, in sostanza si traduce in un’intollerabile violazione della libertà.

Ma forse è il caso di ripensarci su, raccogliendo alcune indicazioni della filologia e della storia.

Censura, da censeo – censēre, indica una catalogazione, che nella Roma antica fu iscrizione di popolo nei registri: attività talmente significativa sul piano civile, da indurre all’instaurazione di un’apposita magistratura. Più nel dettaglio, census ricorre sin dalle origini regie, poi consolari del mondo latino: Livio ne dice con riferimento ad alti giureconsulti, dediti all’arte militare, quindi in età matura degni delle mansioni complesse della classificazione demografica1. Parliamo di un ufficio pubblico non a caso a termine2, in genere non ripetibile e con connesse competenze amministrative e finanziarie. Semanticamente la nobiltà istituzionale è iscritta nello stesso censēre: ove traspare un giudizio maturo, un opinamento razionale e responsabile, per conseguenza l’espressione di una proficua discrezionalità operativa.

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