5 Settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Riforme e magistratura

Riforme e magistraturadi Giancarlo Scarpari

Per alcuni lustri un presidente del Consiglio si è rivolto alla magistratura ordinaria con insulti d’ogni genere e ha accusato quella costituzionale di essere comunista; ha parlato di una guerra di vent’anni e una stampa, quasi al completo egemonizzata, volendo apparire indipendente, ha sostenuto che sì i toni in alcuni casi potevano essere eccessivi, ma che in effetti in questi anni era sorto effettivamente un contrasto tra magistratura e politica (e non viceversa, come in realtà era avvenuto).

Terminato il ciclo di Berlusconi statista, con il suo licenziamento disposto dalla Bce, accompagnato dai sorrisi di compatimento del duo che guidava l’Europa e ratificato da ultimo dal presidente della Repubblica italiana, le cose non sono sostanzialmente cambiate: la lunga agonia del suo regime si è infatti dipanata nel tempo, attraverso i governi Monti, Letta e Renzi, che hanno evidenziato, sia pure in forme diverse, il reticolo di complicità e connivenze che quella lunga egemonia aveva generato e che tuttora persistono. Così Berlusconi, recuperato dalle “grandi intese” volute da Napolitano, condannato poi in via definitiva per frodi fiscali pluriennali, è riuscito a far ruotare ancora una volta il dibattito politico attorno alla sua persona: prima ha legato la permanenza al governo del suo partito alla concessione della grazia (oggetto persino di un inedito, ma non per questo meno anomalo, patteggiamento col presidente della Repubblica), poi, finito per uno scatto d’ira all’opposizione, ha ugualmente ottenuto la piena “agibilità politica”, pur essendo ai servizi sociali e continuando a essere inquisito per gravissimi reati, questa volta legati direttamente alle pubbliche funzioni da lui esercitate (compravendita di senatori e concussione del capo di gabinetto della questura di Milano).

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