8 Aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Appena fuori. Diario cinematografico (II)

Lo chiamavano Jeeg Robotdi Antonio Tricomi

Steven Spielberg, Il ponte delle spie (10 gennaio 2016)

In fondo, quando vai a vedere Spielberg, sai quello che ti aspetta. E dunque, se poi ti trovi lì a guardare nervosamente e di continuo l’orologio sperando che le due ore e mezza passino in fretta, la colpa è tutta tua, che hai scelto, chissà poi perché, di andare al cinema. E neppure puoi dire di esserti imbattuto nello Spielberg peggiore: il consueto distillato di americanismo dal volto umano, cioè in salsa democratica, ti è stato infatti largito con sufficiente pudicizia (merito, magari, del contributo alla sceneggiatura offerto dai fratelli Cohen). Che noia mortale, però, hai dovuto patire! Macchina narrativa perfettamente oliata, ci mancherebbe. Ma tutto già visto, tutto già detto, tutto invariabilmente uguale a se stesso. Duel e Lo squalo, E.T. e qualche Indiana Jones, quindi fiabe apocalittiche o edificanti e – ancor più – cartoni animati en travesti: il meglio di Spielberg – comunque la si pensi su di lui e dal punto di vista in senso stretto cinematografico – non resta, oltre ogni ragionevole dubbio, pur sempre questo?

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