3 Aprile 2019
pubblicato da Il Ponte

Povero Medioevo

medioevodi Massimo Jasonni

Ci sono categorie storiche che possono ben essere fatte oggetto di una semplificazione che mira a ricondurle ai loro minimi termini: questo vale, per esempio, per il Settecento o, in parallelo, per il pensiero illuministico, cui si è soliti ricorrere dimenticando che non esiste un Settecento, o un singolo flusso del pensiero illuministico, ma la storia testimonia, come acutamente ricordava Gómez[1], la molteplicità dei Settecento e il variegato disporsi delle filosofie dei lumi[2]. Niente di male in tutto ciò, perché l’aspirazione alla sintesi può trovare giustificazione nel fine didattico o in un disegno espositivo di estrema concisione.

Vi sono casi, viceversa, in cui le epoche storiche sono talmente protratte nel tempo e si rivelano così complesse nel corpo del loro intrinseco sviluppo da non consentire di farne un “liofilizzato”. Così è stato, nei giorni scorsi, per il termine Medioevo, improvvidamente affibbiato da taluni esponenti del nostro misero mondo politico – e da qualche giornalista eccitato da un possibile incremento dell’audience – al Congresso mondiale della famiglia, esauritosi domenica scorsa a Verona. La Lega ne ha fatto, qua e là, una bandiera a suo dire eretta contro l’oscurantismo; il M5S si è addirittura spaccato al suo interno, dividendosi tra chi a quel festival nemmeno consentiva si portasse un saluto e chi ha ritenuto corretto parteciparvi adesivamente, nel nome degli imperituri valori della famiglia. Anche al Pd non è parso vero per dimostrare il proprio vagabondaggio etico e culturale, prendendo per bocca di taluno le parti del felice universo del femminismo radicale e delle affettività omosessuali e, per bocca di altri, la veste di una conservazione quanto meno apparentemente sposa di un cattolicismo di segno controriformistico.

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