20 Marzo 2016
pubblicato da Il Ponte

Lavoro, identità: riflessioni tra letteratura e diritto

Lavorodi Angela Condello e Tiziano Toracca

Qual è la cosa che detesti di più, del tuo lavoro?
Il fatto di non essere considerato una persona.
A. Nove, Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese

Il lavoro rappresenta ab illo tempore una categoria antropologica e un aspetto essenziale nella vita dell’uomo1. Così come lo conosciamo oggi tuttavia – e cioè come perno della vita associata e come situazione giuridicamente tutelata – è «un’invenzione della modernità»2. Nella storia della letteratura occidentale, l’affermarsi del romanzo moderno – legato com’è all’ascesa della classe borghese – mostra bene la centralità simbolica assunta dal lavoro (e dalla famiglia) nella rappresentazione dell’esistenza quotidiana delle persone3.

Se è vero che la letteratura italiana ha affrontato più o meno esplicitamente questo tema in passato4, la mole di narrazioni contemporanee incentrate sul lavoro evidenzia tuttavia una netta discontinuità. È indiscutibile: a partire dalla metà degli anni novanta e in particolare in seguito al triennio “generazionale”5 dei movimenti (Genova 2001- Melfi 2004), la letteratura italiana ha dimostrato un rinnovato interesse per il tema del lavoro: ne è prova la quantità di testi pubblicati in questo periodo da decine di scrittori di diversa generazione. Anche la critica letteraria per parte sua ha contribuito a creare un discreto dibattito intorno a questo fenomeno attraverso alcuni recenti interventi meritevoli di attenzione6.

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18 Dicembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Sulla trasformazione della violenza

violenzadi Rino Genovese

Ci fu un tempo in cui la violenza, “levatrice della storia”, parve essere uno mezzo di emancipazione. È l’epoca in cui – dalla Rivoluzione francese, incluse le guerre napoleoniche, giù giù fino all’Ottobre sovietico e ai movimenti di liberazione dal colonialismo nei paesi del Terzo mondo – un uso della forza di matrice giacobina viene di volta in volta proposto e riproposto come strumento di progresso. Sorel, all’inizio del Novecento, ne è stato un grande sostenitore con la sua polemica contro il socialismo parlamentare e il mito dello “sciopero generale” (comunque più distruzione di cose che di esseri umani). Dopo la catastrofe delle due guerre mondiali qualcosa cambia: si comincia a dubitare della validità della violenza. Un dibattito si ebbe in Francia durante la guerra d’Algeria, quando il Fronte nazionale di liberazione metteva le bombe nei caffè e, dall’altro lato, si torturava in modo sistematico. Era non diciamo moralmente lecito ma politicamente produttivo arrivare a un simile imbarbarimento? La storia successiva – con la cattiva coscienza francese riguardo alla tortura in Algeria e il passaggio della violenza dalla matrice giacobina, così ancora nella teorizzazione di un Fanon, a quella islamista – si è incaricata di far piazza pulita di quel dibattito. Oggi in Siria il regime di Assad tortura e usa le armi chimiche contro la sua stessa popolazione; d’altro canto si assiste alle esecuzioni con relativa messinscena a uso mediatico da parte dell’islamismo radicale. L’impasse è conclamata. La violenza più brutale si avvita semplicemente su se stessa.

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