18 Dicembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Sulla trasformazione della violenza

violenzadi Rino Genovese

Ci fu un tempo in cui la violenza, “levatrice della storia”, parve essere uno mezzo di emancipazione. È l’epoca in cui – dalla Rivoluzione francese, incluse le guerre napoleoniche, giù giù fino all’Ottobre sovietico e ai movimenti di liberazione dal colonialismo nei paesi del Terzo mondo – un uso della forza di matrice giacobina viene di volta in volta proposto e riproposto come strumento di progresso. Sorel, all’inizio del Novecento, ne è stato un grande sostenitore con la sua polemica contro il socialismo parlamentare e il mito dello “sciopero generale” (comunque più distruzione di cose che di esseri umani). Dopo la catastrofe delle due guerre mondiali qualcosa cambia: si comincia a dubitare della validità della violenza. Un dibattito si ebbe in Francia durante la guerra d’Algeria, quando il Fronte nazionale di liberazione metteva le bombe nei caffè e, dall’altro lato, si torturava in modo sistematico. Era non diciamo moralmente lecito ma politicamente produttivo arrivare a un simile imbarbarimento? La storia successiva – con la cattiva coscienza francese riguardo alla tortura in Algeria e il passaggio della violenza dalla matrice giacobina, così ancora nella teorizzazione di un Fanon, a quella islamista – si è incaricata di far piazza pulita di quel dibattito. Oggi in Siria il regime di Assad tortura e usa le armi chimiche contro la sua stessa popolazione; d’altro canto si assiste alle esecuzioni con relativa messinscena a uso mediatico da parte dell’islamismo radicale. L’impasse è conclamata. La violenza più brutale si avvita semplicemente su se stessa.

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