6 Maggio 2016
pubblicato da Il Ponte

Musica e società oggi

Musica e societàdi Marco Gatto

Sono trascorsi più di cinquant’anni dall’epoca in cui Adorno, il massimo filosofo della musica del secolo ormai passato, dichiarava guerra al sistema musicale di massa, denunciando l’incapacità degli individui di accedere a un ascolto consapevole della vecchia come della nuova musica. La tentazione di attualizzare in senso aggravante l’idea di un sostanziale imbarbarimento dell’ascolto e di un ormai totalizzato feticismo del mondo sonoro – termini utilizzati in quel libro straordinariamente radicale quanto preveggente che è Dissonanze1 – è forte. A essa dobbiamo resistere con lucidità e senso storico, perché i limiti delle argomentazioni di Adorno sono insiti nella situazione sociale da cui le sue teorie emergono: nella fattispecie, dal risentimento nei confronti di una cultura nascente, massificata e corruttrice, figlia del neocapitalismo, rea di aver soppresso, agli occhi dell’esponente della Scuola di Francoforte, la cultura alta dell’umanesimo occidentale e di averla sostituita con l’americanismo dell’industria culturale, caratterizzato non solo da bassezza e volgarità, ma da un vuoto culturale e semantico che, in modo del tutto pianificato, elide il legame tra arte e società. Si deve resistere a questa visione, si diceva, anzitutto perché il sentire di Adorno è quello, in fondo condivisibile, dell’apocalittico che vive sulla pelle la dissoluzione di un intero paradigma di senso; è quello, in altri termini, dell’uomo borghese che scorge, dopo la catastrofe dei totalitarismi, la crisi dello statuto individuale e l’annichilimento di una possibile prospettiva emancipativa fondata sul rapporto critico tra individuo e totalità2.

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16 Aprile 2014
pubblicato da Il Ponte

Senato a sorteggio

Senato a sorteggiodi Italo Testa

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 5 de Il Ponte – maggio 2014]

E se il Senato fosse sorteggiato, in tutto o in parte? Se il Senato diventasse una camera dei cittadini e dei discorsi? Una camera in cui le autonomie locali e i saperi disciplinari, anziché chiudersi autoreferenzialmente, si aprano a una deliberazione democratica estesa, potenzialmente aperta a tutti?

I disegni legislativi del governo, e le diverse proposte avanzate nella discussione pubblica circa l’urgenza di riformare il bicameralismo, sembrano costantemente ignorare la prospettiva della legittimità democratica, della sua estensione e miglioramento qualitativo. Così il dibattito sui limiti del bicameralismo perfetto è orientato prevalentemente su aspetti funzionali – lentezza, inefficienza del processo decisionale – o economici (pure nel Ddl Civati/Chiti, alla fine, la proposta principale di riforma riguarda il dimezzamento del numero dei senatori). Anche quando si tocca il problema della scarsa rappresentatività delle istituzioni, i correttivi proposti – Senato delle autonomie locali, delle funzioni sociali, Camera Alta delle competenze – anziché esser pensati in vista di un’estensione e differenziazione della legittimità democratica delle istituzioni, tradiscono invece una matrice neo-oligarchica di stampo vuoi tecnocratico (Il Sole 24 Ore, Elena Cattaneo, Eugenio Scalfari) vuoi  neo-corporativo (il progetto avanzato da Mario Monti con il suo richiamo alle autonomie funzionali).

Il vero problema in questo senso non è costituito dalla proposta di rendere non elettivo l’organismo che prenderà il posto dell’attuale Senato. Il metodo elettivo, infatti, non è di per sé identico con la democrazia. Per quanto il suffragio universale rimanga una conquista democratica imprescindibile,  esso non è tuttavia sufficiente a garantire la qualità del processo deliberativo; e senz’altro vi sono istanze di legittimità democratica – legate alle idee di imparzialità, riflessività, prossimità – che possono essere realizzate anche, e forse meglio, con metodi diversi da quello elettivo.

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