29 Agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Le olimpiadi dell’utopia: Barcellona 1936

Barcellona 1936di Raffaele Tedesco

Anche i Giochi di Rio 2016 hanno chiuso il loro sipario. E, siccome ci hanno insegnato che show must go on, già sappiamo che nel 2020 sarà Tokyo a ospitare la fiaccola, mentre per Roma si deciderà se dedicarsi alla costruzione degli impianti o alla riparazione delle buche stradali.

Insomma, ridendo e scherzando, siamo già proiettati verso i XXXII Giochi olimpici moderni, la cui storia ci aiuta bene a capire che lo sport non è affatto solo un gesto atletico o tecnico con cui si compete con altre persone, ma un fenomeno sociale complesso e dalle molte “capacità rappresentative”. Difficilmente un “mezzo neutro”, e spesso un “veicolo” per qualcosa o qualcuno.

In mezzo a questi centoventisei anni (da Atene 1896), c’è un’edizione non annoverata negli annali del Cio, e della quale ricorre il settantesimo anniversario. È un’olimpiade di cui non si conoscono i risultati tecnici e in cui non sono state distribuite medaglie di alcun conio. Qualcuno l’ha definita, amabilmente, «l’olimpiade dell’utopia», forse perché l’uomo ha sempre pensato un “mondo ideale” concepito in antitesi col “mondo reale”, o, forse, perché utopia è “non luogo”, quindi rappresenta “l’impossibile”. Infatti, questi giochi “impossibili” non si sono mai svolti. L’utopia, come vorrebbe Mannheim, non ha trasceso la realtà in direzione rivoluzionaria.

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24 Giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

Ancora Orwell?

Orwelldi Mario Monforte

Ricordate 1984 di Orwell? È piú illuminante di tanti tomi di dotte elucubrazioni. L’apparato statale addetto alla repressione di ogni dissenso interno era detto «ministero dell’Amore»; quello addetto alla guerra permanente, «ministero della Pace»; quello addetto al controllo di cibo e beni e loro distribuzione, dandoli con il contagocce al popolo, «ministero dell’Abbondanza»; quello addetto alla falsificazione e manipolazione, «ministero della Verità», che riscrive, modifica, cancella storia, eventi e protagonisti, ed elimina dalla lingua le parole negative o pericolose per l’«ordine costituito», o le sostituisce con altre neutre.

Non sta diventando cosí questa nostra Italia, sotto i proclami e i discorsi della “classe politica”, e l’opera permanente dei professionisti della menzogna (mediatici e del sistema della formazione)?

I nomi dei partiti sono foglie di fico che coprono tutt’altro, o l’opposto. La crisi è una sorta di fenomeno naturale: si deve dire «recessione» o meglio «ripresa lenta». L’appropriazione di masse di surplus sociale (schiaffo in faccia ai piú che arrivano a fatica a fine mese e ai tanti che non ce la fanno) è dichiarata legittima per le cosiddette retribuzioni, liquidazioni, pensioni di manager (privati, statali, semistatali) e per le prebende della classe politica e degli addetti agli apparati statali. La subordinazione dello Stato italiano (imposta all’intero paese) a Usa, Nato, Ue-Bce, Stato germanico, organismi internazionali, è detta «trattati di alleanza», «vincoli internazionali», «trattati europei», «l’Europa ci chiede» – rimandando a una fantomatica comunità internazionale. Le guerre a cui partecipa lo Stato italiano, come supporto agli Usa, sono denominate «operazioni umanitarie», o «di pace», o di «affermazione della democrazia» unita ai «diritti umani», o al piú di «polizia internazionale». La macelleria mondiale, aperta, retta e gestita da Usa-potenze maggiori-grande capitale transnazionale, è detta «globalizzazione» – beninteso, dalle «esigenze ineludibili». La macelleria sociale interna, che elimina o striminzisce i diritti acquisiti con dure lotte, è detta «modernizzazione» e i provvedimenti che colpiscono la società, mentre accentrano in modo autoritario la gestione del potere statale, sono chiamati «riforme» – dette ovviamente «indispensabili» e spesso «storiche», perché ormai tutto ciò che fa il governo è «storico». Le iniziative, rivendicazioni, proposte a favore della grande maggioranza della popolazione sono dette «populismo» – presentandolo come demagogia e inganno, quasi nazifascismo.

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