11 Settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

L’autunno della sinistra

L'autunno della sinistradi Fabio Vander

È uscito un interessante articolo di Tommaso Fattori, consigliere regionale della sinistra toscana, su «il manifesto». Individua come obiettivo primario quello di «una nuova sinistra maggioritaria e di governo», dato che dopo la crisi del 2008 l’Italia è stato fra i grandi paesi l’unico in cui la sinistra non ha saputo né rilanciarsi né tantomeno promuovere «la costruzione di un progetto forte d’alternativa». Assenza di cui si sarebbe poi giovato il Movimento 5 stelle.

Già, ma perché questo? Esistono responsabilità soggettive. Di soggetti politici. Segnatamente direi di Sel (il caso comatoso di Rifondazione è a parte). Vendola si è sempre rifiutato di costruire un nuovo soggetto politico di sinistra adatto “al giorno e all’ora”. Si è sempre messo di traverso. Volutamente, scientemente. Anche perché lui governava in Puglia e certo con il Pd.

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30 Maggio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Appena fuori. Diario cinematografico

Diario cinematograficodi Antonio Tricomi

 Nanni Moretti, Mia madre (25 aprile 2015)

Chi lo ha lungamente amato molto, e in nome di ciò ha scelto di perdonargli tanti eccessi ed errori, non si meritava da lui tutto questo: oltre vent’anni di niente. Perché, dopo Caro diario, Moretti ha cessato letteralmente di esistere, tanto come cineasta quanto come intellettuale, riservandosi tuttavia di offrirci periodicamente, cioè con ogni opera successiva, un’ulteriore segnale di questa sua fragorosa inesistenza cinematografica e culturale. Chi magari pensava che con Habemus papam egli avesse raggiunto l’apice di tale inutilità, è forse bene non veda Mia madre e conservi in sé questa sua generosa illusione. Perché qui il nostro si spinge addirittura oltre la retorica: arriva al più gretto, ipocrita, patologico sentimentalismo a buon mercato; conquista l’estremo, assolutorio, nazionalpopolare patetismo conciliante. E peraltro non esita a farlo – perché anche nel giocare al ribasso si rivela comunque l’autocompiaciuto snob di sempre – svendendo alle ragioni della più stucchevole oleografia il pur irritante punto di forza che un tempo, piacesse oppure no, ne caratterizzava proficuamente la riflessione sulla società in special modo italiana: l’intrinseco, e inevitabilmente classista, complesso di superiorità su un’anonima plebe considerata di per sé belluina o, nella migliore delle ipotesi, indecente. Pregiudizio innato che gli deriva dall’appartenenza a un’alta o ripulita borghesia per di più particolare, quella romana, dalle posticce maniere spesso raffinate solo perché in verità nichilista, preoccupata in genere di apparire moralmente ineccepibile solo perché al fondo papalina. Così, in questa sua ultima inconsistente fatica, Moretti beatifica la madre, celebrandone la morte gloriosa, quasi a dirci: stupite per l’eccezionale santità di una donna a tal punto straordinaria da aver generato quell’inimitabile individuo che son io, il più sensibile, intelligente e garbato di tutti.

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24 Aprile 2015
pubblicato da Rino Genovese

Mammismo italiano

Mia Madredi Rino Genovese

Che cos’è che non va in Mia madre di Nanni Moretti, film fin troppo commovente, che tuttavia si avvale delle ottime interpretazioni di Giulia Lazzarini, nel ruolo della madre morente, e di Margherita Buy in quello della figlia, alter ego del regista che ha riservato per sé il ruolo un po’ defilato del fratello? La risposta non può non coinvolgere il giudizio complessivo sull’opera di questo autore che, a partire dagli anni settanta e fino almeno ad Aprile del 1998 (passando per i suoi lavori migliori, quelli in collaborazione con Sandro Petraglia, Bianca e La messa è finita), poteva inquadrarsi in un cinema dell’idiosincrasia capace di mescolare – talvolta in maniera immediatamente umoristica, talaltra attraverso una riflessione non banale, soprattutto di tipo metacinematografico – noia e rabbia contro i tic, le frasi fatte, i conformismi da sempre diffusi nel Bel Paese immobile.

C’era, nel Moretti del passato, una carica di rivolta in primis stilistica, nonostante il modo di fare cinema molto semplice di questo regista, che si notava fin dalle sceneggiature orizzontali, prive di tiranti narrativi precisi, che ricordavano le strisce dei fumetti e su cui aleggiava onnipresente la figura dell’attore-regista, personaggio narcisistico e atrabiliare, votato a un malumore estenuante nei confronti di se stesso e degli altri.

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