20 Aprile 2020
pubblicato da Il Ponte

La pandemia non è né una guerra né una catastrofe naturale

Paziente 1di Giovanna Lo Presti

Man mano che ci si allontana dal 21 febbraio 2020, il giorno in cui l’opinione pubblica viene informata dell’esistenza del “Paziente 1”, appare sempre più chiaro quello che all’inizio si presentava sotto forma di dubbio: ancora una volta la responsabilità umana è stata decisiva nella diffusione di un problema che, se affrontato come sarebbe stato auspicabile, non avrebbe prodotto l’ecatombe che, invece, c’è stata.

Il caso di Mattia, il “Paziente 1” (ma adesso sappiamo che era soltanto l’ultimo di una serie sufficientemente lunga di contagiati) è esemplare: si susseguono una serie clamorosa di errori nell’ospedale di Codogno, da cui Mattia va e viene, sino al ricovero, sino al tampone per accertare la presenza del Coronavirus, attuato dalla dottoressa Malara forzando il protocollo.

Riporto uno stralcio dall’intervista apparsa su La Repubblica il 6 marzo scorso. Alla domanda se l’esecuzione del tampone sia stata immediata, la dottoressa risponde così: «Ho dovuto chiedere l’autorizzazione all’azienda sanitaria. I protocolli italiani non lo giustificavano. Mi è stato detto che se lo ritenevo necessario e me ne assumevo la responsabilità, potevo farlo». L’intervistatore incalza: «Vuole dire che il paziente 1 è stato scoperto perché lei ha forzato le regole?», «Dico che verso le 12.30 del 20 gennaio i miei colleghi ed io abbiamo scelto di fare qualcosa che la prassi non prevedeva. L’obbedienza alle regole mediche è tra le cause che ha permesso a questo virus di girare indisturbato per settimane».

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