19 Settembre 2019
pubblicato da Il Ponte

L’urbanista socialista

Michele Achillidi Valdo Spini

Quello di Michele Achilli, L’urbanista socialista. Le leggi di riforma 1967-19921 è un libro importante, perché tratta non solo di un argomento di grande rilievo, ma perché illustra anche le caratteristiche e le personalità di quello che fu un vero e proprio movimento di intellettuali, tecnici, operatori politi e sociali che si sono mossi intorno al Partito socialista italiano proprio sul tema dell’urbanistica. Un lavoro del genere non era stato ancora fatto e si rivela molto prezioso. Un vero e proprio movimento, si diceva, con i suoi addentellati non solo culturali ma anche sociali. Non è un caso che un’espressione che Achilli amava molto usare era quella di «urbanista condotto», per significare un tecnico che si muoveva sul territorio per migliorare le condizioni di chi vi abitava.

Michele Achilli, milanese, è stato un esponente della sinistra lombardiana del Psi, ma con un suo percorso originale. Aderente alla corrente di Lelio Basso, si distaccò da quest’ultimo quando questi partecipò alla scissione del Psiup, rimanendo nel partito e aderendo alla corrente di Riccardo Lombardi. In seguito alla scomparsa del pavese Alcide Malagugini, Michele Achilli entrò in parlamento nel 1967 e vi portò la sua competenza di architetto, impegnato nel prestigioso studio Canella. Da allora Achilli fu eletto deputato ininterrottamente nel collegio Milano-Pavia, poi fu senatore nella legislatura 1987-1992.

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19 Aprile 2014
pubblicato da Rino Genovese

Sul concetto di riforma riguardo a quello di comunicazione

Comunicazionedi Rino Genovese

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 5 de Il Ponte – maggio 2014]

Prendiamo le mosse da una citazione, che permette d’inquadrare il problema e, al tempo stesso, di occuparci di uno dei “grandi malati” d’Europa, cioè di quel Partito socialista francese che di recente, nell’editoriale di prima pagina, “Le Monde” ha definito addirittura un “astro morto”. Nella prima riunione del consiglio dei ministri, tenuta il 4 aprile scorso, il nuovo premier Manuel Valls (una sorta di Matteo Renzi in salsa francese) avrebbe dichiarato: “Nelle nostre democrazie moderne, la comunicazione non è una parola vuota. Essa è il veicolo dell’azione, della riforma al servizio dell’interesse generale. L’azione politica deve dunque essere condotta in una perfetta integrazione dei vincoli della comunicazione. Nell’epoca delle catene d’informazione continua, delle reti sociali, controllare il messaggio indirizzato ai francesi richiede la più grande professionalità. I ministri vi faranno caso, e starà a me di coordinare e di convalidare la comunicazione governativa” (da “Le Monde” del 18 aprile 2014).

È evidente qui che alcuni concetti teorici – come spesso accade con i politici di professione – sono usati pro domo e vanno letti nel loro contesto. Per avere pubblicato qualche anno fa un Trattato dei vincoli, che si occupava tra l’altro proprio dei vincoli della comunicazione, posso ritenermi autorizzato a fare le bucce al signor Valls, non senza prima avergli fatto tanto di cappello per la furbizia dimostrata. Che consiste in questo: Valls si riferisce alla comunicazione mediatica che, per quanto importante, è solo una parte della comunicazione in generale. Egli dice in sostanza ai suoi ministri: attenzione a come parlate con i giornalisti o nelle dichiarazioni televisive e radiofoniche, o ancora nei messaggi via twitter e simili: perché sarò io a gestire in prima persona la comunicazione del governo. Del resto, prima di essere ministro dell’interno e in seguito primo ministro, Valls è stato il responsabile comunicativo della campagna elettorale del presidente Hollande. Se ne intenderà, quindi, di comunicazione mediatica. Ma nella citazione c’è qualcosa di più: la consapevolezza di un legame stretto tra la nozione di “riforma” e quella di comunicazione. Qua si esce dalla pura e semplice comunicazione mediatica di cui Valls è esperto – e si passa a un altro problema, più grave e di portata più ampia: quale il nesso tra le due cose, apparentemente lontane, come l’azione riformatrice e la sua rappresentabilità nello spazio pubblico, come caso di volta in volta specifico della comunicazione sociale in generale?

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