15 Giugno 2014
pubblicato da Rino Genovese

La partita del Senato

di Rino Genovese

Questa rivista, che ha sempre difeso lo spirito della Costituzione, non coltiva tuttavia il culto feticistico della sua lettera. Non lo coltivavano per primi i nostri maggiori, i quali più volte dichiararono che l’attuazione del programma contenuto nella Carta andava vista come un passo verso conquiste sociali ancora più avanzate. Dunque non si tratta di essere contrari in linea di principio alle proposte di riforma costituzionale: il giudizio dipende strettamente dal significato politico del possibile cambiamento, e dal contesto entro cui quelle proposte si calano.

Prendiamo la partita che si sta giocando intorno al Senato. In generale non è affatto obbligatorio che la cosiddetta Camera alta sia eletta direttamente dai cittadini: ci sono ordinamenti in cui questo non avviene e che funzionano egregiamente. Ma si deve ricordare, una volta di più, che la nostra è una repubblica parlamentare, non una repubblica presidenziale. Toccare l’architettura costituzionale in un punto centrale – per esempio in quello del bicameralismo perfetto, con la fiducia votata dai due rami del parlamento – avendo come retropensiero un irrobustimento dei poteri dell’esecutivo e del presidente del Consiglio, anche soltanto nella forma di un premierato forte, questa tentazione che corre lungo tutto l’arco della cosiddetta seconda repubblica, da più di vent’anni, è una forma di bonapartismo in formato ridotto, adattissimo ai Berlusconi o ai Renzi di turno, ma del tutto in contraddizione con lo spirito costituzionale. A ciò ci opponiamo tenacemente.

Si dice: “Ma siete malpensanti: qui si sta unicamente cercando di risparmiare un po’ di denaro pubblico…” Un obiettivo di diminuzione della spesa potrebbe essere raggiunto anche con una riduzione del numero dei parlamentari, senza demolire il Senato attuale e lasciando in vigore il bicameralismo perfetto. No, l’idea che la maggioranza del momento debba comandare, e che l’eventuale dissenso, anche quello dei singoli parlamentari, debba essere assorbito rapidamente, appare sempre di più come il vero obiettivo della proposta di riforma costituzionale intorno alla quale si discute. Anche perché, ed è un importante elemento di contesto, si è legata una sostanziale abolizione del Senato a una riforma elettorale con premi di maggioranza e alte soglie di sbarramento – e con un possibile spareggio di marca plebiscitaria tra i primi due classificati – che lasciano pensare tutto il male possibile.

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16 Aprile 2014
pubblicato da Il Ponte

Senato a sorteggio

Senato a sorteggiodi Italo Testa

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 5 de Il Ponte – maggio 2014]

E se il Senato fosse sorteggiato, in tutto o in parte? Se il Senato diventasse una camera dei cittadini e dei discorsi? Una camera in cui le autonomie locali e i saperi disciplinari, anziché chiudersi autoreferenzialmente, si aprano a una deliberazione democratica estesa, potenzialmente aperta a tutti?

I disegni legislativi del governo, e le diverse proposte avanzate nella discussione pubblica circa l’urgenza di riformare il bicameralismo, sembrano costantemente ignorare la prospettiva della legittimità democratica, della sua estensione e miglioramento qualitativo. Così il dibattito sui limiti del bicameralismo perfetto è orientato prevalentemente su aspetti funzionali – lentezza, inefficienza del processo decisionale – o economici (pure nel Ddl Civati/Chiti, alla fine, la proposta principale di riforma riguarda il dimezzamento del numero dei senatori). Anche quando si tocca il problema della scarsa rappresentatività delle istituzioni, i correttivi proposti – Senato delle autonomie locali, delle funzioni sociali, Camera Alta delle competenze – anziché esser pensati in vista di un’estensione e differenziazione della legittimità democratica delle istituzioni, tradiscono invece una matrice neo-oligarchica di stampo vuoi tecnocratico (Il Sole 24 Ore, Elena Cattaneo, Eugenio Scalfari) vuoi  neo-corporativo (il progetto avanzato da Mario Monti con il suo richiamo alle autonomie funzionali).

Il vero problema in questo senso non è costituito dalla proposta di rendere non elettivo l’organismo che prenderà il posto dell’attuale Senato. Il metodo elettivo, infatti, non è di per sé identico con la democrazia. Per quanto il suffragio universale rimanga una conquista democratica imprescindibile,  esso non è tuttavia sufficiente a garantire la qualità del processo deliberativo; e senz’altro vi sono istanze di legittimità democratica – legate alle idee di imparzialità, riflessività, prossimità – che possono essere realizzate anche, e forse meglio, con metodi diversi da quello elettivo.

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