13 Dicembre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Sopravvivere

Sopravviveredi Rino Genovese

[Intervento al convegno su “Vivere/sopravvivere”, Centro di psicoanalisi romano, 13-14 dicembre 2014]

In Massa e potere (un libro iniziato nel 1939, cioè nel pieno dei totalitarismi europei, e pubblicato nel 1960) Elias Canetti, autore formatosi nell’atmosfera della Vienna di Freud e di Kraus, tematizza la sopravvivenza, e il corrispondente sentimento di soddisfazione nei confronti di chi al contrario è morto, come una caratteristica propria del potere. Il suo discorso, che si avvale di una quantità di esempi tratti dalla storia e soprattutto dall’antropologia culturale, fa del capo – dell’eroe in guerra, e anche del “potente” come colui che detiene il diritto di vita e di morte sui suoi sottoposti – il sopravvivente al quale si indirizza quella speciale venerazione che è la Stimmung entro cui si colloca chi detiene il potere, ovvero colui che può dedicarsi al “sempre rinnovato piacere di sopravvivere”. In altre parole, laddove il sopravvissuto – a una catastrofe, a una strage e così via – è soltanto uno scampato alla morte, il sopravvivente, inteso come capo, è quello che la morte l’ha sfidata e sempre di nuovo ha potuto assaporare il trionfo sopra coloro che invece sono periti.

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23 Agosto 2014
pubblicato da Rino Genovese

L’Occidente disarmato

Occidente disarmatodi Rino Genovese

Scriveva Voltaire nel suo Dizionario filosofico: “Il fanatismo sta alla superstizione come il delirio sta alla febbre e il furore alla collera”. E poco più avanti: “Che rispondere a un uomo che vi dice che preferisce obbedire a Dio anziché agli uomini e che quindi è sicuro di meritare il cielo sgozzandovi?” È l’impasse in cui può essere preso lo spirito di tolleranza: che cosa dire al fanatico? come impostare i rapporti con lui?

Voltaire aveva davanti agli occhi gli orrori delle guerre di religione che avevano devastato l’Europa, ma noi, figli del Novecento, abbiamo a nostra volta esperienza di un orrore diffuso nella forma dei totalitarismi. Che cosa erano per lo più gli sgherri hitleriani e staliniani se non dei fanatici, sia pure non nel senso della religione ma in quello dell’ideologia? E alcune delle efferatezze degli “anni di piombo” italiani non possono, allo stesso titolo, essere messe sul conto del fanatismo? Cominciamo col dire, dunque, che il fanatismo è ben noto alla cultura occidentale, non riguarda unicamente le culture “altre”.

E con il fanatismo si è sempre trattatto, si è costretti a trattare se non si vuole diventare a propria volta immediatamente fanatici. Quella della guerra è soltanto l’ultima delle opzioni. Fin quando hanno potuto le democrazie occidentali hanno trattato con Hitler, era una carta che andava giocata, anche se non funzionò. Con Stalin – che aveva comunque una visione meno aggressiva nei confronti dell’esterno rispetto a quella di un Hitler – l’Occidente è stato alleato e, successivamente, sia pure tra molti sussulti, ha impostato una politica che è sfociata nella coesistenza pacifica. Insomma non è vero che con il “male radicale” (per usare un’espressione di Kant) non si tratta; il punto è piuttosto come trattare e fin dove spingersi nelle trattative.

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