6 Giugno 2015
pubblicato da Rino Genovese

Si può parlare di “renzismo”?

Renzismodi Rino Genovese

La risposta alla domanda è semplicemente no. L’attuale presidente del Consiglio non incarna una formula politica. La sua avventura (che, a conti fatti, potrebbe anche risultare breve) è stata costruita sul meccanismo perverso delle primarie del Pd – una delle trovate di marca plebiscitaria più inconsistenti, anche per il modo in cui sono organizzate, che la politica italiana ci abbia regalato. Non esiste nel paese un autentico retroterra sociale per il blairismo “2.0” che Renzi vorrebbe rappresentare. La sua opportunità – il modo veloce e quasi rocambolesco in cui è diventato capo di un governo di “piccole intese” – è stata offerta dalla impasse del dopo elezioni 2013, dovuta solo in parte alla legge elettorale, in realtà frutto degli errori della gestione Bersani che troppo a lungo tenne in piedi un governo tecnico come quello di Monti, finendo con il perdere consensi a favore del neoqualunquismo grillino (e dall’obiettivo intralcio istituzionale esercitato da Napolitano con la vicenda che portò alla sua incredibile rielezione).

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15 Ottobre 2014
pubblicato da Il Ponte

Il mondo va pazzo per il Medio Oriente

Medio Orientedi Gian Paolo Calchi Novati

In occasione del centenario della Grande guerra i potenti della Terra pronunciarono pressoché all’unanimità un mea culpa postumo. Anche a costo, come lamentarono alcuni storici, di rimuovere o sminuire le cause profonde del conflitto, i disegni e gli interessi degli Stati, persino i sentimenti spontanei o indotti dei popoli (che alla fine pagarono il prezzo piú alto). Passarono solo poche settimane e si poté verificare che era stato solo uno sfoggio di retorica. La guerra resta la sola “arma” – è proprio il caso di usare questo termine – a cui pensano i governi e di cui apparentemente dispone la diplomazia. Nel suo insieme, l’intervento dell’Occidente nell’area Medio Oriente-Nordafrica di questi anni ha contribuito soprattutto ad attizzare un’inarrestabile escalation di violenza e destabilizzazione. Eppure Barack Obama, un democratico in fama di liberal, il piú “terzomondiale” dei presidenti americani per nascita ed esperienze di vita, non fa altro che ordinare di accendere i motori. La stampa finge di ragionare ma gli opinion leaders arrivano alle stesse conclusioni. Solo la Chiesa cattolica ha mantenuto una sostanziale coerenza lungo la traiettoria interpretativa dell’«inutile strage». Non per niente papa Francesco, da Piazza San Pietro, ha evocato l’immagine di una terza guerra mondiale e a Redipuglia ha definito la guerra «una follia».

I fronti caldi sono disseminati in un teatro che si estende su tre continenti dall’Europa orientale all’Asia passando per le Afriche. I soggetti coinvolti e i motivi del contendere sono diversi e non necessariamente legati fra di loro. Nessuno dei molti focolai attivi mina di per sé l’ordine internazionale. Ma ognuno di essi è la manifestazione di tendenze profonde e di lungo periodo che incidono sul sistema internazionale nel suo complesso. Dopo la fine del bipolarismo non esiste un antagonismo precisabile a livello globale, sebbene gli Stati Uniti abbiano creduto di veder riprodotto uno schema duale, piú congeniale alla strategia di una nazione “indispensabile” votata al ruolo di potenza egemone e di gendarme, identificandolo, a seconda delle circostanze e dell’evoluzione degli eventi, nella sfida del terrorismo internazionale o nelle ambizioni imperiali della Russia. L’ineluttabile confronto con il gigantismo della Cina è lasciato sullo sfondo. Il Medio Oriente, sempre piú nella variante di Grande Medio Oriente, occupa una posizione centrale non solo per ragioni di geopolitica – al crocevia com’è di tre continenti – ma perché con esso si connettono in un senso o nell’altro le varie cause globali (il jihadismo, l’energia, il riarmo nucleare).

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2 Ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Quando finirà il Pd?

Quando finirà il Pddi Rino Genovese

L’ultimo psicodramma intorno al jobs act e alla prospettiva di un’ulteriore sterilizzazione dell’articolo 18, dopo quella già attuata dal governo Monti, lo ha dimostrato: una parte del Pd – sarà per risentimento, sarà per intima convinzione – resiste alla prospettiva di vedere il partito trasformarsi in ciò che ormai è già: un comitato elettorale, la pura cassa di risonanza di un leader dal tratto marcatamente berlusconiano. Ma, per un residuo di lealtà nei confronti della “ditta” come la chiama Bersani, o più probabilmente perché spaventata dall’idea di dover ricominciare da capo facendo cadere un governo nell’immediato senza alternativa che non sia una qualche forma di eterodirezione da parte di Bruxelles, la minoranza del partito rilutta a trarre tutte le conseguenze dal suo atteggiamento politico. Del resto che cosa ci si potrebbe aspettare da chi, tenendo in piedi il governo Monti al di là di ogni ragionevole durata, ha compromesso irrimediabilmente il risultato elettorale successivo?

Alla lunga però il Pd non potrà che implodere (nella peggiore delle ipotesi) o scindersi (nella migliore): perché la sua stessa nascita come riflesso speculare del berlusconismo, nell’incapacità della sinistra di costruire una coalizione serbando un’identità al suo interno, fu un parto mostruoso, un’operazione alla Frankenstein che solo in un paese scombinato come l’Italia poteva essere pensata, e che ha aperto la strada – insieme con la bancarotta della Rifondazione bertinottiana – al fenomeno qualunquistico grillino, che tanta parte dell’elettorato di sinistra è riuscito a raccogliere intorno a sé. Senza capacità di farsi carico delle sofferenze sociali, sempre più votato alla gestione anziché al governo, avvitato in una mimesi che ebbe il suo apice con Veltroni (difatti il meno rottamato dei rottamandi) nei confronti dell’avversario berlusconiano (Michele Salvati arrivò a parlare di una Forza Italia di sinistra), smarrita ogni autonoma radice socialista con l’emulazione di un liberalismo solo vagamente sociale come quello di Blair (non è stato il rottamatore Renzi il primo blairiano… ma, incredibile dictu, proprio il rottamando D’Alema…), in breve genericamente assumendo il nome di Partito democratico (con un richiamo perfino troppo lusinghiero all’omonimo partito americano, capace se non altro di sostenere i diritti civili perché privo di una componente democristiana), espressione fuori tempo di una tarda strategia da “compromesso storico”, lo strano aggregato politico sorto per governare il paese al posto di una destra populista ha concluso il suo non brillante cammino firmando le grandi e le piccole intese con questa stessa destra. Dopo di ciò, il fallimento è conclamato e non ci sarebbe altro da fare se non mettere mano alla costruzione di qualcosa di diverso.

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23 Febbraio 2014
pubblicato da Rino Genovese

Eguaglianza/diseguaglianza o innovazione/conservazione?

di Rino Genovese

Eguaglianza diseguaglianzaIn un commento posto in appendice al vecchio libro di Norberto Bobbio su destra e sinistra, riedito in questi giorni da Donzelli, Matteo Renzi suppone (sempre che sia proprio lui a scrivere e non un “negro” trovato alla Leopolda, magari di nome Baracco, Barocco o qualcosa di simile) che la distinzione eguaglianza/diseguaglianza, posta dal filosofo torinese a fondamento della dicotomia tra progresso e conservazione, non abbia più molto senso. Così un’intera storia, che dalla Rivoluzione francese arriva fino a tutto il Novecento, risulta archiviata. Alla base c’è l’idea – di per sé non falsa – che non si diano più i nitidi blocchi sociali che hanno caratterizzato la storia europea novecentesca: questi si sarebbero dissolti per la (solita) globalizzazione economica e anche per l’azione del welfare e delle socialdemocrazie, che avrebbero contribuito in maniera determinante a sgretolarli nella direzione di un diffuso individualismo. La conseguenza è che, a sinistra, ci si può congedare dal vecchio valore dell’eguaglianza (non parliamo dell’egalitarismo) per affidarsi semplicemente a quello dell’innovazione… Già, ma dell’innovazione in che senso?

Come ha notato di recente anche Jürgen Habermas, la semantica del termine “riforma” negli ultimi decenni è mutata. Il suo significato si riferisce per lo più a delle vere e proprie controriforme – in genere nel mercato del lavoro – che aprono a più flessibilità, più precarietà (anche se questo aspetto è spesso sottaciuto) e più liberismo. Renzi ha pronta la parola: meritocrazia. In effetti può esserci la più grande innovazione che lasci i figli di papà più meritocraticamente predisposti a un destino che disegualitariamente li distacchi dai figli, poniamo, degli immigrati o da quelli rimasti orfani e privi di mezzi. Lo slogan della “meritocrazia”, che comunque reca in sé un implicito contenuto carrieristico e tecnoburocratico, se coniugato soltanto con una presunta “innovazione”, sganciata dal valore dell’eguaglianza storicamente rivendicato da qualsiasi sinistra (non credo sia il caso di sottolineare come la differenza tra la posizione democratica e quella socialista non nasca tanto intorno al concetto di eguaglianza, centrale per entrambe, quanto sul modo in cui intenderlo e realizzarlo), finisce con il riprodurre i privilegi del non-merito. Per esempio la Confindustria insiste, e non da oggi, sull’abolizione del valore legale della laurea. Anche da un punto di vista ristrettamente meritocratico, ciò significherebbe privare del loro “merito” i figli di operai o di artigiani che, sfidando il destino, si sono dedicati a lunghi anni di studi per ottenere una promozione sociale, nel mondo attuale peraltro sempre più difficile. Ecco il caso di una “innovazione” che – perfino nel senso meritocratico – non raggiungerebbe l’obiettivo e aumenterebbe le diseguaglianze. In una società in cui queste restano ancora largamente “di nascita”, solo un riequilibratore egalitario (ma va! usiamo la parola…), come le borse di studio distribuite in funzione del reddito della famiglia di provenienza, sarebbe (anche) uno strumento meritocratico.

E tuttavia il punto non è qui. Presentandosi come un “innovatore” (cosa che in concreto ha poi dimostrato di non essere…), Renzi ha in mente una cosa molto precisa, diciamo quel liberalismo dal volto umano (con l’eccezione della guerra in Iraq, naturalmente) interpretato alcuni anni fa da Tony Blair. Il suo programma, che pure aveva un riferimento nel vecchio Labour (e cioè in una tradizione riformatrice che Renzi si sogna), oggi mostrerebbe la corda. Diciamo la cosa semplicemente: nella crisi europea attuale non c’è trippa per gatti. Altro che nuovo individualismo! Non soltanto i blocchi sociali si sono sgretolati, grazie al welfare, stanno per sgretolarsi anche gli individui sotto le ristrettezze imposte dalle politiche di austerità. Per cercare di modificare questo dato, non serve buttare via la categoria dell’eguaglianza considerandola superata. Al contrario, la si dovrebbe piuttosto rilanciare su nuove basi – connettendola magari con il valore delle differenze anche in senso culturale, un aspetto con cui il vecchio socialismo, spesso perversamente intrecciato con il colonialismo europeo, non seppe misurarsi –, aprendo non certo la corsa alla competizione (intorno a quale osso spolpato?) ma alla prospettiva di un individualismo sociale.