19 Luglio 2019
pubblicato da Il Ponte

Pittori visionari e apocalittici di Romagna

Visionari e apocalittici di ordinaria folliadi Massimo Jasonni

Visionari e apocalittici di ordinaria follia è l’intitolazione di una mostra che il Comune di Cervia ospita alla Torre dei Magazzini del Sale dal 19 luglio al 18 agosto 2019. La manifestazione, supportata dalla Cna di Ravenna e introdotta da un catalogo del curatore Claudio Spadoni, si segnala per una serie di ragioni, non ultima tra le quali la raccolta delle esperienze più significative dell’avventura pittorica della Romagna del tardo Novecento e a cavallo tra i due secoli. L’aspirazione consiste nell’esplorare una tradizione artistica, quale quella che viene dalla “perdurante follia” della gente di qua e porta all’esposizione di molte belle tele, che in tempi di dilagante abbrutimento dei costumi confortano.

In effetti, la raccolta è coraggiosamente tematica, perché affronta il motivo di quella oraziana, amabilis insania che spinge l’uomo, rivendicando una sua ragione interiore o una sua insopprimibile, arcana necessità a pittare il mondo che lo circonda e, di riflesso, il proprio animo.

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21 Giugno 2019
pubblicato da Il Ponte

Franco Zeffirelli, perché per me Firenze non doveva santificarlo

di Tomaso Montanari

[Articolo apparso sul Fatto Quotidiano del 19 giugno]

Il giorno dopo la morte di Franco Corsi, in arte Zeffirelli, amabilmente sfottuto da Ennio Flaiano col soprannome di ‘Scespirelli’, ho seguito con crescente smarrimento l’impennata retorica, che cresceva soprattutto nella mia Firenze. Mentre si profilavano l’esposizione della salma nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, il funerale in Duomo, la tumulazione alle Porte Sante e la perdita definitiva del senso della misura che è culminata, su alcuni giornali fiorentini, in paragoni per nulla ironici con Michelangelo, Machiavelli, Galileo e gli altri forti che dormono in Santa Croce, ho pensato che fosse non solo legittimo, ma perfino doveroso, buttare nell’enorme calderone di melassa un atomo di contravveleno.
Pochi caratteri di scettico ridimensionamento, di fronte ad una foliazione dei giornali locali che non si sarebbe raggiunta neanche fosse morto di nuovo Dante in persona. Eccoli:
«Si può dire che il #maestro Scespirelli era un insopportabile mediocre, al cinema inguardabile? E che fanno senso gli alti lai della Firenzina, genuflessa in lutto o in orbace, ai piedi suoi e dell’orrenda Oriana? Dio l’abbia in gloria, con Portesante e quel che ne consegue. Amen».

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5 Settembre 2018
pubblicato da Il Ponte

San Giuseppe dei falegnami, di chi la colpa?

San Giuseppe dei falegnamidi Tomaso Montanari

È terribilmente rivelatrice la delusione dei cronisti, nelle ore successive al collasso del tetto della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami a Roma, il 30 agosto 2018. «Ma quali capolavori sono stati distrutti?»; «A quanti milioni di euro ammonta il danno, possibile non lo si possa quantificare?». Ebbene, la perdita di San Giuseppe non si misura con i nomi degli artisti da “grande mostra”, né con quotazioni da asta internazionale. E l’unica risposta possibile è una domanda: quanto riteniamo importante, quanto valutiamo l’integrità del nostro corpo, anzi del nostro volto? Quella piccola chiesa piantata nel cuore stesso di una storia millenaria non era solo la redditizia location per l’industria dei matrimoni “religiosi”: no, era anche una cellula del nostro volto collettivo. Un brandello del tessuto, unico al mondo, che chiamiamo Italia. Un lembo di pelle e di carne che oggi è distrutto.

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29 Gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

L’approdo del liberalismo culturale dispiegato nell’arte

Arte contemporaneadi Mario Monforte

Da sempre considero poco e stimo anche meno l’«arte contemporanea» (mi limito qui a pittura e scultura), i “critici d’arte” che ne “illuminano” le qualità, il “circuito d’arte” (mercanti, gallerie, aste, mostre e commesse su interventi statali, musei ad hoc) che la propina al pubblico (con business non da poco).

E da sempre trovo scema l’affermazione “va apprezzata perché esprime la nostra epoca”: magari l’“esprime” (piuttosto: la “manifesta”), ma perché apprezzarla? Dopo una mostra “sulla luce” a Venezia, a Firenze, città dai numeri impressionanti di turisti (come Venezia, Roma, e altrove) che non vengono per le “espressioni della nostra epoca”, ho visto i gommoni rosso-arancioni contornanti le finestre di palazzo Strozzi, l’enorme tartaruga metallica in Piazza della Signoria, e qui poi l’immenso ammasso grigio metallico e i pupazzi in cera, piú una rotella nell’adiacente Piazza S. Firenze.

Opere ammirate da chi fa o vuol far parte del “circuito d’arte” (con servili media) ed esposte per decisione del Comune. Ho tralasciato letture “illuminanti” su tali “cose” (niente sprechi di tempo e “fiato”) e nomi degli autori (scaramanzia: il nominato si rafforza): è certo che la tartarugona non significa niente, i gommoni deturpano (rimovibili, per fortuna), l’ammasso è una scarica di biche, gli sgraziati in cera sono insensati, la rotellona è un aggeggio.

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