28 luglio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Osservazioni sul terrorismo

di Rino Genovese

Non è sempre facile individuare gli obiettivi di un terrorismo o di un episodio terroristico. Per rifarci a un esempio classico, gli attentati mirati degli anarchici, nella seconda metà dell’Ottocento e agli inizi del secolo scorso, avevano una logica politica, dovevano abbreviare i tempi della rivoluzione sociale, o erano solamente gesti di giustizia sommaria, punitivi nei confronti dei potenti e dei loro crimini? E la “strategia della tensione”, che insanguinò indiscriminatamente il nostro paese dalla strage di piazza Fontana a Milano fino a quella della stazione di Bologna, doveva segnare la ripresa del fascismo, o spingere comunque verso un golpe di destra, o non si trattava piuttosto di una “stabilizzazione al centro”, che contribuì alla lunga preminenza della Dc nella vita politica italiana? L’idea brigatista di “colpire al cuore”, costringendo lo Stato a recepire una logica di guerra civile,  con tutti i suoi proclami e le rivendicazioni, era più o meno “politica” di quella che determinò (con tutta probabilità da parte di Lotta Continua, che in se stessa non era un’organizzazione terroristica) l’assassinio del commissario Calabresi, senz’alcuna rivendicazione, solo per far capire ai responsabili della polizia che, ove mai fosse diventata un’abitudine la defenestrazione dei militanti interrogati, non sarebbe rimasta senza conseguenze?

Gli Assassini, una setta radicale sciita del Medioevo cui Bernard Lewis ha dedicato un bel libro (Mondadori, Milano, 1992), dalla quale proviene il nostro “assassini” con la minuscola, facevano fuori soprattutto musulmani, magari sunniti, meno frequentemente crociati occidentali, sempre con il coltello e mai con l’arco o la balestra, a maggior ragione neppure con il veleno, così da essere in ogni caso individuati e a loro volta fatti fuori. Perché lo facevano? Perché non si premunivano predisponendosi una via di fuga, cosa che a quanto pare avrebbero considerato disonorevole?

Cercare una risposta a questa domanda sarebbe essenziale per comprendere che cosa sia una volontà di martirio. Fanatismo – si dirà –, non a torto, però con qualche supponenza di marca illuministica. E se piuttosto si dicesse carica di potenza? In fondo la violenza, il suo spettacolo o l’immaginazione del suo spettacolo, perfino quello della propria morte, conferiscono un’enorme opportunità a chi è, o si sente, deprivato di tutto. Guidare un camion contro una folla inerme, sparare alla rinfusa davanti a un centro commerciale, sgozzare un prete sull’altare, conferisce – in un gesto, in un gesto soltanto – tutto ciò che la vita fino a quel momento non ha dato. Le ragioni attuali, del resto (nulla sapremmo dire di quelle degli Assassini di un tempo e del loro disegno di guerra civile all’interno dell’islam), risiedono tutte nella questione post-coloniale, che altri legge, molto riduttivamente, come problema degli immigrati. Se foste figli di padri che si trasferirono nella metropoli per lavorare e sfuggire alla miseria, se vi sentiste dei paria non accettati, per non dire “razzizzati”, se insomma l’intera vostra vita di adolescenti e di giovani fosse trascorsa come dei cittadini di serie B, se per giunta non vi fosse a questo la minima alternativa politica o utopico-concreta, beh, perfino senza ricorrere a un pretesto di tipo religioso collegato a una stramaledetta situazione internazionale, non potrebbe capitare anche a voi di pensare di ribaltare il gioco con un’esplosione di violenza che poi sarà detta terrorismo?

23 luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Nuove tribù metropolitane. I nativi digitali

nativi digitalidi Rosamaria Alibrandi

It is amazing to me how in all the hoopla and debate these days about the decline of education in the US we ignore the most fundamental of its causes. Our students have changed radically. Today’s students are no longer the people our educational system was designed to teach. Marc Prensky

Non si tratta di neonati geneticamente modificati, con pollici e indici delle tenere manine tremendamente sviluppati, come E. T. Né, come recitava una sigla degli anni ottanta, di ufo-robot che mangiano libri di cibernetica e insalate di matematica. Sono le nuove generazioni, quelle informatizzate in utero, che bevono latte materno e bites e si nutrono di pappa e web.

La rivoluzione operata da Internet è così imponente e invasiva che anche chi ha dovuto adeguarsi forzatamente non ricorda più come si viveva prima. Tuttavia, c’è una bella differenza fra chi stenta a orientarsi e si riconverte a fatica e i piccoli e disinvolti internauti; la stessa differenza che, nonostante anni di studio e buona volontà, rimane, e per sempre rimarrà, tra un soggetto che ha appreso una lingua straniera e il madrelingua, il nativo, appunto.

Anche se il lemma evoca etnie semiestinte come i pellerossa americani o i maori del nuovissimo mondo, la grande e globale tribù dei nativi digitali è destinata a crescere in modo limitato solo dalla natura, ovvero dalla natalità, in decrescita nel mondo bianco occidentale. Bimbetti ancora in fase di lallazione, sono tuttavia in grado di aprire una finestra sull’iPhone della mamma. E, seguendo questo trend, i giochi digitali, prima riservati ai più grandi, ora vengono prodotti per fasce di età a partire dai due anni.

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18 luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Le contraddizioni dell’autonomia

Pier Vittorio Aurelidi Marco Gatto

Il revival operaista è ormai sotto gli occhi di tutti: il successo internazionale raggiunto da Toni Negri, il riconoscimento dell’importanza filosofica di Mario Tronti, i tentativi di innestarne la teoria politica sul post-strutturalismo di marca deleuziana, la proliferazione accademica di discorsi teorici fondati sull’autonomia e sulla soggettività rivoluzionaria, e via dicendo, segnano un orizzonte culturale in cui l’operaismo ha conquistato una rilevanza impensabile fino a qualche decennio fa. Si coglie, persino, una sorta di euforia galvanizzante nei sostenitori di quella stagione, oggi alfieri del post-operaismo: una narrazione culturale in cui i filosofi-politici diventano eroi titanici, scrivono ponderose autobiografie, diventano senatori dalla parte sbagliata, e nella quale la classe operaia è vista come una sorta di leggenda o di racconto delle origini.

A questa creazione dal nulla di un mito filosofico il nostro paese non è estraneo: chi si ostina, oggi, a riconoscere una supposta differenzialità teoretico-geografica nella tradizione filosofica italiana sembra servire, senza neppure troppi problemi, logiche forse eccessivamente somiglianti a quelle del mercato culturale più ordinario. Ogniqualvolta venga fuori dal niente un’identità costruita a tavolino, non possono che affiorare preoccupazioni. Nel caso dell’operaismo, il profluvio di pubblicazioni entusiastiche fa sorgere il sospetto di un’integrazione sin troppo facile di questo fenomeno nei discorsi culturali: per paradosso, la sua legittimazione intellettuale sembra svuotare il peso politico di libri pur importanti come Operai e capitale, che andrebbero invece vivacemente discussi alla luce della loro compromissione col percorso – a essi successivo – del capitalismo postmoderno (e delle vicende politiche italiane a esse legate: dal Settantasette fino al berlusconismo). Il fatto che quella stagione possa dirsi conclusa, perché in fondo strategicamente sbagliata, ha oggi poca importanza: mantenuta in vita attraverso i funambolici percorsi teoretici delle filosofie della differenza e della decostruzione, la sua vacuità politica viene sommersa dalla sua legittimazione culturale o dalla facilità con cui i suoi portati concettuali trasmigrano nel mercato delle mode teoriche. L’idea che potesse darsi un’eccedenza interna al capitale, capace vieppiù di autonomia e di consapevolezza politica, ha dovuto necessariamente riformularsi nel momento in cui quella stessa eccedenza era divenuta la regola del capitalismo. Che sia sopravvissuta solo a livello intellettuale, lo testimonia il destino politico dei suoi principali sostenitori.

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13 luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Socialismo come limite conflittuale del capitalismo

L’idea di socialismodi Nicolò Bellanca

Il recente libro del filosofo francofortese Axel Honneth, intitolato L’idea di socialismo, è un’occasione per chiederci se e quanto resti in piedi di una delle grandi impostazioni teoriche, e di uno dei maggiori progetti politici, della modernità.1 L’impianto teorico del volume è scontato e nell’insieme abbastanza condivisibile: «al determinismo storico, alla centralità del proletariato e alla rigidità dell’economia pianificata centralizzata, si sostituisce un deciso sperimentalismo storico, aperto sia riguardo alle forme economiche sia riguardo agli attori in gioco. Alla cecità giuridica e politica del socialismo tradizionale è contrapposto un progetto radicalmente democratico, giocato sulla discussione pubblica e sull’ampliamento dei partecipanti a essa».2 In termini costruttivi, al cuore della proposta di Honneth vi è non già il valore dell’uguaglianza – come in tanti altri contributi sul tema del concetto di sinistra e/o di socialismo3 –, bensì l’idea della libertà sociale: accanto alla libertà negativa come non-interferenza e a quella positiva come autodeterminazione, quella sociale si acquisisce soltanto in relazione con gli altri. Più esattamente, l’ideale della libertà sociale si realizza non nel rapporto dell’uno-con-l’altro (intersezione), bensì in quello dell’uno-per-l’altro (interconnessione) e, secondo Honneth, coincide, tra i principi normativi introdotti dalla Rivoluzione francese, con la fraternité o reciprocità solidale.

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10 luglio 2016
pubblicato da Rino Genovese

La proposta di Mastella

Morescodi Rino Genovese

Se gli scrittori fossero scrittori, e non strumenti o ammennicoli delle agenzie della estetizzazione diffusa (tra cui, a pieno titolo, vanno annoverate le concentrazioni editoriali), si rifiuterebbero di partecipare ai premi letterari, a questa mediocre forma di corruzione del loro ingegno. Votazioni, competizioni, gare di protagonismo – si terrebbero ben lontani da tutto ciò. Né potrebbero stupirsi della logica proposta avanzata dall’immarcescibile Mastella, neo-sindaco di Benevento: altro che a Roma, il premio Strega andrebbe celebrato nella città del liquore: non era nato in fondo per una trovata pubblicitaria di Guido Alberti, beneventano, attore ma soprattutto produttore dei torroni e del famoso liquido giallo distillato d’erbe?

Nel tempo, dopo la morte dei Bellonci e dello stesso Alberti, il peggiore premio italiano è diventato addirittura pessimo. Vi partecipano cani e porci. Perfino il mio ex amico Moresco, grande autore, ha cambiato casacca editoriale soltanto per prendervi parte (in passato non aveva certo disdegnato di starsene presso quel gruppo diretto da una certa “figlia di”, anzi gli andava benissimo – ma accidenti, non lo presentavano al premio…). Il poveretto è arrivato sesto, nemmeno in “cinquina”, maledetta scalogna: intanto però, com’è suo solito, ha potuto protestare e segnalare “ci sono anch’io”.

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5 luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Sinistre alla ricerca di una linea

Sinistredi Aldo Garzia

Le sinistre di Gran Bretagna e Spagna sono alle prese con le scosse di assestamento del terremoto politico provocato nei due paesi dalla Brexit nel primo ed elezioni politiche nel secondo. Entrambi gli appuntamenti hanno avuto esiti imprevisti. Messi a dura prova sono il Labour party con la leadership di Jeremy Corbyn e il Partito socialista (Psoe) guidato da Pedro Sánchez. In terra iberica è in sofferenza anche la nuova sinistra di Unidos Podemos, che puntava sulla propria partecipazione al governo in tempi stretti. La radiografia del dibattito in corso è utile per capire problemi e questioni su cui sembra essersi arenato da tempo il dibattito e il rinnovamento delle sinistre europee.

In Gran Bretagna, dove è in corso la lotta per la successione della premiership tra i conservatori, la Brexit ha messo in ginocchio pure il Labour. Mentre David Cameron è rimasto schiacciato dal risultato del referendum avendo sostenuto un timido in contro l’orientamento di gran parte del suo partito, la posizione di Corbyn è apparsa ancora più flebile: pur facendo intuire nella campagna elettorale gli effetti negativi dell’uscita dall’Europa, il segretario laburista non ha avuto la determinazione di schierare il proprio partito su una posizione europeista. Ora i deputati che lo hanno sfiduciato a grande maggioranza gli rimproverano di non essersi differenziato a sufficienza dai Tories e di aver condotto il Labour su una linea inconcludente. Chi conosce la storia dei laburisti a proposito di Europa sa però come diffidenza e ostilità verso il progetto comunitario siano radicate nella sinistra britannica. Non era facile per Corbyn imprimere una svolta. Perfino Tony Blair, che ha governato dal 1997 al 2007, non si è mai caratterizzato per il suo europeismo. Anzi, con il senno di poi, colpisce che anche la sinistra moderata di casa nostra abbia negli anni novanta santificato la politica neoliberale e di riscoperta del “centro” facendo del blairismo il punto di riferimento della propria bussola ma dimenticando l’handicap di Blair: non poteva essere leader della sinistra europea chi aveva uno scarso tasso di europeismo nella propria cultura politica.

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3 luglio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Bruttissima situazione

populismodi Rino Genovese

Intoniamo pure il nostro “avanti popoli”, se questo può rincuorarci, ma resta il fatto che la situazione generale è bruttissima. La Gran Bretagna esce dall’Europa grazie a una manovra e a un calcolo del suo governo conservatore, che ha indetto un referendum al fine di risolvere le proprie beghe interne, e nemmeno ci riesce (pensate, del resto, che un’Europa in conclamata crisi politica non abbia la capacità di ricontrattare con i britannici, dal punto di vista economico-finanziario, all’incirca le stesse condizioni che sussistevano in precedenza?). In Italia avanza nei sondaggi una nebulosa neoqualunquistica che, a conti fatti, oggi ha tutto l’interesse a sostenere le epocali riforme renziane, prima tra tutte quella elettorale di tipo plebiscitario. In Spagna l’azzardo di Podemos (che non è una forza populistica, ma una formazione che nasce da un movimento sociale ed è in grado di costruire alleanze politiche) finisce nel nulla, anzi con un rafforzamento della destra di Rajoy che, con un pugno di deputati in più, può ora affermare di essere legittimato a governare. Soltanto in Francia i Valls e gli Hollande si sono trovati davanti un’ondata di scioperi e manifestazioni di notevole portata, con in testa la Cgt e altre sei sigle sindacali capaci di dialogare con gli studenti e i precari – a dimostrazione del fatto che una cosa è il conflitto sociale aperto, dispiegato, che può smuovere la stessa politica ufficiale, un’altra il vicolo cieco della protesta antipolitica, inquinata da pulsioni xenofobe (la questione dell’immigrazione è stata al centro del referendum britannico, come dell’elezione presidenziale in Austria, ahinoi da ripetere).

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28 giugno 2016
pubblicato da Lanfranco Binni

Avanti popoli, alla riscossa

Avanti popolidi Lanfranco Binni

In Italia le elezioni amministrative del 5 e 19 giugno, in Francia la mobilitazione operaia e studentesca contro le politiche liberiste del governo socialista, in Gran Bretagna il referendum del 23 giugno, in Spagna le elezioni politiche del 26 giugno: venti giorni che hanno cambiato profondamente lo scenario politico, sociale e culturale dell’Europa. In Italia, la disfatta della lobby del Partito democratico con tutte le sue ruote di scorta (da una pretesa sinistra interna al malaffare verdiniano, ai media arruolati con ruoli di propaganda e disinformazione) e dei modesti conati di Sinistra italiana, la sconfitta e dispersione della destra berlusconiana e leghista, e l’«imprevedibile» forte affermazione del Movimento 5 Stelle, non solo in grandi città simboliche come Roma e Torino. In Gran Bretagna, la decisione di un elettorato maggioritario, espressione in gran parte di ceti popolari, di dissociarsi dall’Unione europea a egemonia tedesca, per recuperare una pretesa sovranità. In Spagna, la paralisi del sistema politico tradizionale che ha coinvolto lo stesso tentativo di «assalto al cielo» dell’alleanza Podemos-Izquierda unida. In tutte queste situazioni, a crollare o a entrare in crisi sono i sistemi politici subalterni ai poteri finanziari, mentre avanzano, con esiti dirompenti, l’astensionismo e movimenti e forze politiche che sono espressione di vasti settori popolari e di ceto medio impoveriti dalla crisi economica, vessati dalle politiche europee di austerità e da oligarchie al potere sempre più isolate.

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25 giugno 2016
pubblicato da Rino Genovese

Brexit, e dopo?

brexitdi Rino Genovese

Nell’immediato, un disastro (tra l’altro, lo choc britannico ha tradito le aspettative della vigilia che, dopo l’assassinio di Jo Cox, erano ormai tutte per una vittoria dell’in): quindi panico sui mercati finanziari, baraonda nelle istituzioni europee… Ma siamo sicuri che alla lunga non sia un bene che se ne sia andata la più euroscettica delle grandi nazioni europee? Diciamo la verità, la Gran Bretagna (l’Inghilterra in particolare) non ha mai creduto nel progetto di un’Europa unita. Il riflesso conservatore, sovranista, egoistico, da cui oggi nella sua maggioranza è presa, non è per nulla una novità. Perfino il Labour, nella sua componente più di sinistra, è attraversato dall’euroscetticismo. Taluni rimproverano a Corbyn di non essersi granché impegnato nella campagna a favore del remain – se non dopo la tragica fine della deputata laburista. Ma si sa, come anche in Italia o altrove, una certa sinistra d’antan rimpiange i tempi in cui si potevano realizzare politiche sociali a partire dallo Stato nazionale. Quell’epoca ormai è alle nostre spalle. Oggi tutto ci dice che solo entità statali sovranazionali potrebbero essere sufficientemente forti da realizzarle, quelle politiche, imponendo un’armonizzazione fiscale in chiave progressiva, introducendo finalmente una tassa sulle transazioni finanziare, e così via. Solo l’Europa unita su basi federali e sociali potrebbe… Ma quest’Europa, ahimè, non c’è.

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22 giugno 2016
pubblicato da Il Ponte

Elezioni 5 e 19 giugno: aperture importanti, scontri irrisolti, nodo di fondo

Elezionidi Mario Monforte

È mancata solo la sconfitta di Sala-Pd a Milano – però Sala ce l’ha fatta con un ridotto scarto rispetto a Parisi del centrodestra -, altrimenti, con la (prevista) “botta” a Roma, dove la Raggi & 5S hanno stracciato Giachetti & Pd, e la secca e dura sconfitta (non prevista) a Torino – senza dire del pieno trionfo di De Magistris a Napoli e la sostanziale evaporazione della renziana Valente e del Pd nella città -, la débâcle di Renzi & soci & Pd renziano sarebbe stata completa. E non compensata da successi come a Bologna, dove Merola del Pd è stato riconfermato, pur con una consistente avanzata della Bergonzoni (della Lega,con il centrodestra), ma il sindaco ha criticato “a caldo” la conduzione politica di Renzi; e neanche come a Varese (benché qui la vittoria sia di qualche rilevanza: contro la Lega) e da poche altre parti: cosí a Rimini, cosí a Cagliari, ma Zedda, sindaco riconfermato, è di Sel; cosí a Salerno, ma qui si tratta di “quelli di De Luca”, anche se del Pd.

È rilevante che anche in Toscana le “cose piddine” vadano male (nell’avanzata della Lega e, pur qui in misura minore, dei 5S: vedi Grosseto, Cascina, e altrove), tanto che perfino in un centro organico alla conurbazione del tessuto urbano fiorentino, alle porte di Firenze, Sesto fiorentino, il candidato piddino-renziano ha stra-perso di fronte al candidato della coalizione fra Sinistra italiana, Pd non-renziano, sinistri vari, grazie all’appoggio dei comitati (impegnati nella lunga e sacrosanta battaglia contro l’assurdo nuovo inceneritore e l’ulteriore ampliamento del già insensato aeroporto di Peretola, a danno di abitanti e ambiente della Piana, da Firenze a Prato – che cosa poi il neosindaco farà effettivamente in proposito, resta da vedere). È da notare, inoltre, come i destri alleati ufficiali di Renzi (oltre ad Alfano e Ncd, Verdini e i suoi) abbiano raccolto percentuali del tipo della proclamata (e presunta) «crescita» in Italia …

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