16 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Il rompicapo delle “due sinistre” in Europa e in Italia

due sinistredi Aldo Garzia

Che brutta campagna elettorale dalle parti della sinistra, in tutte le sue componenti. Il grido di dolore lo lancia Emanuele Macaluso, novantenne “comunista migliorista”, che usa Facebook: “Ho ascoltato Pietro Grasso su Radio Radicale dire in un comizio a Palermo ‘la sinistra siamo solo noi’. Quindi in Italia la sinistra sarebbe al 6, 7 per cento? Tutti quelli che, nonostante Renzi, sono nel Pd sono di destra?”. L’ex direttore de “l’Unità” aggiunge: “Il rifiuto di Liberi e uguali di indicare come prospettiva un’alleanza di centrosinistra con una sinistra più forte è, a mio avviso, demenziale”. La lista Potere al popolo rincara la dose con un manifesto elettorale: “Liberi e uguali? È la destra trasformista”. Argomenta in una conferenza stampa Viola Garofalo, portavoce di questa sinistra della sinistra: “Il Movimento 5 Stelle è populista e non è di sinistra. Liberi e Uguali, invece, è un Pd 2.0: non c’è differenza, vengono tutti dal partito di Renzi e lì vogliono tornare”. Renzi e ciò che resta del Pd, a loro volta, non perdono l’occasione per ribattere: “Chi vota Liberi e uguali fa un piacere alla Lega e a Forza Italia”.

Certo, siamo in campagna elettorale dove tutto è permesso per prendere un voto in più. Ma questi toni, accompagnati da povertà di analisi e di proposte, non fanno ben sperare per il futuro. Le “due sinistre” – quella di origine storica e socialdemocratica, quella radicale dell’ultimo ventennio – sono dunque destinate all’assoluta incomunicabilità, come se recitassero in un film anni sessanta di Michelangelo Antonioni?

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14 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Potere al popolo?

potere al popolodi Mario Pezzella

Le prossime elezioni italiane sembrano confermare le tesi di Ernesto Laclau, per il quale l’unico orizzonte della politica è il populismo, in diverse varianti e in contesa egemonica tra loro. Io credo che si debba invece cercare un’alternativa, oltre questa apparenza di superficie e opporre la divisione del sociale al fantasma del Popolo-Uno.

Laclau pensava che fossero quattro le caratteristiche fondamentali di un movimento populista: la crisi dell’ordine simbolico democratico, l’identificazione di massa con l’Io ideale incarnato dal Capo, la costituzione di un “altro”, come nemico esterno del popolo, la capacità di comporre almeno provvisoriamente in unità domande e critiche apparentemente incompatibili. Ora sembra che i principali contendenti delle elezioni italiane rientrino tutti in questo contesto. Sui migranti, per esempio, e dunque sulla frontiera da stabilire tra noi e loro, tra Minniti, Berlusconi, Di Maio e Salvini c’è solo una differenza di grado e di modalità, non di principio (il peggiore per ora è Minniti, finanziatore di veri e propri campi di concentramento in Libia).

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14 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

I fatti di Macerata

Maceratadi Mario Monforte

«Tanto tonò che piovve», recita un vecchio detto fiorentino. E, a forza di assecondare il grande flusso migratorio (l’accoglienza è quantomeno sgangherata, ma non mancano gli applausi agli arrivi di parte delle forze politiche, delle tendenze socio-culturali e dei media, nonché di Bergoglio), ci siamo arrivati: la pioggia è arrivata. Da una parte, gli immigrati, che solo in parte molto ridotta sono «aventi diritto» (secondo gli stessi dati ufficiali) e che in massima parte finiscono o nell’essere sfruttati in maniera selvaggia, o nel campare nei vari centri e forme d’accoglienza (mentre però vi “fanno borsone” coop ed enti di vario genere), o nel situarsi nell’illegalità e/o microcriminalità diffusa, in un afflusso che continua a crescere, solo un po’ ridotto (da 180.000 a 120.000) dalle «misure Minniti» (il quale, comunque, è già perciò pesantemente attaccato da non pochi “progressisti” e “sinistri”), senza contare gli «sbarchi fantasma» sulle coste sicule. Dall’altra parte, la popolazione autoctona (sperando che anche questo termine non cada sotto la mannaia delle accuse «politicamente corrette» di xenofobia, reazionarismo, razzismo, fascismo, ecc.), segmentata nel “ventaglio” di posizioni e attitudini che va dal “ma sí, va be’, però non esageriamo” al “sí, però non nel mio giardino”, al “si deve fare qualcosa, c’è gran degrado”, fino all’“ora sono davvero troppi” e “ma basta, non se ne può piú”, e altre simili variazioni del tema. E questo, anche e soprattutto perché l’afflusso e stanziamento dei migranti si colloca nel dissesto in pieno atto (al di là delle chiacchiere di governo e parte dell’oligarchia dominante) dell’assetto politico, economico, sociale, culturale, civile, del complesso del nostro paese e della nostra popolazione, con in prima fila proprio i lavoratori e le classi subalterne.

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12 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Bomba sociale o bomba politica?

Bomba socialedi Giancarlo Scarpari

A Macerata un fascista, con la runa nazista tatuata sulla fronte, già candidato della Lega nel 2017, sale in macchina, va alla caccia di immigrati di colore, spara trenta colpi di pistola contro di loro, ne ferisce sei, tra cui una donna (e si ricorda anche di colpire la sede del Pd); poi, volendo spiegare il raid mediaticamente, si ferma, si ammanta di tricolore, depone un cero votivo a Mussolini, saluta romanamente e si consegna alla polizia.

La rappresentazione richiama in modo inquietante il recente connubio della Lega di Salvini con i fascisti del primo e del secondo millennio (fascio-leghismo è diventato un termine sempre più ricorrente sui media); il vessillo tricolore viene di continuo sbandierato per accompagnare la lotta senza quartiere condotta dai patrioti contro i migranti (da buttare a mare o da deportare secondo l’ipotesi più “moderata”); la strage voluta, preparata ed eseguita contro gli immigrati di colore indica quale sia il brodo di cultura da cui l’autore della stessa ha tratto ispirazione.

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10 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Perché voterò Potere al Popolo

Potere al Popolodi Marco Gatto

È ormai evidente che la possibile ricostruzione di una forza di sinistra nel nostro Paese passi da forme di netta discontinuità dal liberismo economico. Il cosiddetto centrosinistra da tempo è ormai del tutto aderente alla logica capitalistica egemone, sia in termini politici, sia in termini culturali. Da qui si origina la sua perdurante debolezza, che ovviamente si traduce in uno spostamento dei consensi verso il Movimento di Grillo. La scelta del cartello “Liberi e Uguali” di affidarsi a un capo in tutto e per tutto impolitico lascia trasparire non solo un’adesione ai principi della leadership carismatica (in verità, rivelatasi assai farsesca, se consideriamo gli evidenti deficit di Grasso sul piano della comunicazione e dello stile), ma anche un’incapacità concreta di elaborare un reale corredo valoriale alternativo, magari in grado di rimettere in circolo la parola “socialismo”.

D’altro canto, Bersani, che pure è persona stimabile, ama da tempo definirsi “liberale”. E liberali si definiscono (e sono) i suoi ex amici del Partito democratico, compagine ormai pienamente avvolta nel renzismo e votata alla costruzione di un centro moderato, con la quale però LeU continua ad avere non pochi punti di contatto (e non solo in ragione di possibili alleanze: si ricordi che la campagna elettorale di Grasso ha avuto inizio con uno svarione sulla tassazione universitaria, che è indice della volontà di voler parlare solo al ceto medio).

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9 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Breve nota, non del tutto frivola, sulla linguistica rivoluzionaria

Linguisticadi Giancarlo Micheli

La querelle, che ha visto vari contributi – ciascuno non scevro d’interesse e perspicacia – impilarsi sul foglio informatico del «Ponte» nell’ultimo mese, potrebbe essere interpretata sotto varie categorie astratte, qual è costume epistemologico sotto le strutture della miseria capitalistica al tempo in cui essa è venuta a maturazione per reclamare diritti di proprietà sul genoma umano e sull’intelligenza residua, di cui l’artificiale è ormai la valuta che ne realizza la frenetica e angusta circolazione, cionondimeno ritengo sia ragionevole scegliere, in prima istanza, la prospettiva del materialismo dialettico: la libertà concessa nelle attuali condizioni è quella compatibile alla realtà dei rapporti sociali di produzione (economica, ma su un piano ancora più concreto e basilare, linguistico-cognitiva), la libertà di partecipare all’atroce espropriazione del vivente intesa all’accumulo del capitale, feticcio di morte e non vita.

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8 febbraio 2018
pubblicato da Rino Genovese

C’è un pericolo fascista in Italia?

casapounddi Rino Genovese

L’Italia, si sa, è il paese che il fenomeno fascista lo ha inventato: è questo uno dei suoi più tristi primati. C’è un fascismo endemico nel nostro paese, che altre volte mi è capitato di chiamare sempiterno, con  un riferimento alla definizione gobettiana del fascismo in quanto “autobiografia della nazione”, come di qualcosa, cioè, ancorato nella cultura antropologica. C’è  una tradizione illiberale e antidemocratica della borghesia italiana (per non parlare delle forze politiche che hanno egemonizzato l’unità nazionale, come la monarchia sabauda, senza la cui complicità il fascismo non avrebbe potuto affermarsi – altro che “rivoluzione”, come crede un revisionista storico quale Emilio Gentile).

Mio padre (per fare un esempio), negli anni settanta, quando imperversava la “strategia della tensione” – che aveva origine negli apparati dello Stato ma si serviva della manovalanza neofascista –, mi diceva della “parentesi democratica” che l’Italia aveva vissuto fino a lì, a partire dalla proclamazione della Repubblica, persuaso com’era che prima o poi sarebbe ritornato un governo apertamente autoritario. Era un po’ la teoria del fascismo come parentesi enunciata con facile ottimismo da Croce, che lui rovesciava in un facile pessimismo. Le vicende storiche sono più complesse, la teoria “parentetica” non regge né in un senso né in un altro: però quel pessimismo la diceva lunga sulla sensazione che una coscienza progressista non poteva fare a meno di riflettere. In Italia c’era l’humus per qualsiasi avventura reazionaria.

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5 febbraio 2018
pubblicato da Rino Genovese

Un dibattito sulla fraternità (2)

conflitto socialedi Rino Genovese

Mario Pezzella è intervenuto da par suo nel dibattito avviato qualche settimana fa su questo sito, introducendo il tema del riconoscimento. In effetti, se la fraternité ha da significare qualcosa di non vagamente generico, questo qualcosa non può che essere il riconoscimento reciproco. Aggiungerei questo aggettivo per nulla secondario: se infatti si trattasse di riconoscimento unilaterale – come nel caso di un’identificazione emotiva con una star del cinema o con un personaggio televisivo –, se io riconoscessi senza a mia volta essere riconosciuto, ciò non avrebbe niente a che fare con la fraternité nel senso della divisa repubblicana della Rivoluzione francese.

La reciprocità non implica, tuttavia, che si debba essere concretamente coinvolti in una relazione interpersonale (come nell’amicizia o nell’amore); si può dare anche in una forma relativamente astratta. Quando parliamo di un riconoscimento di diritti da parte dello Stato – dei diritti di libertà individuale come di quelli propriamente sociali –, stiamo parlando di una reciprocità costituita mediante le leggi. Non si deve considerare la reciprocità che può stabilirsi all’interno di una relazione “faccia a faccia” (in realtà comunque precaria, perché l’amicizia può rompersi, l’amore terminare) come l’unica forma di reciprocità. Ce n’è una seconda, costruita tramite il diritto, non meno importante della prima.

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2 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Nota semiseria su alcune parole rivoluzionarie

fraternitédi Mario Pezzella

Intervengo nella discussione su libertà, eguaglianza, fraternità, avvenuta in interventi precedenti su questo sito, osservando che dobbiamo misurare questi termini nel contesto concreto in cui vennero formulati: che è quello di una rivoluzione in atto. Mentre oggi indicano una prospettiva, possibile certo, ma con molte risonanze utopiche.

Cominciando dal primo termine: libertà è all’origine un concetto negativo, nato da un conflitto, indica la liberazione che consegue al dissolvimento definitivo di un ordine simbolico apparentemente vivo, in realtà morto da tempo. A leggere le storie della rivoluzione francese di Michelet e Quinet, analizzate in un bel libro di Marc Richir, la libertà nel primo periodo di festa rivoluzionaria, ancora incontaminata dal Terrore, è felicità del dissolvimento di vincoli divenuti desueti e inaccettabili: è la dissoluzione stessa di una legge e di un diritto irrazionali, ridotti a pura imposizione di violenza. Non c’è più la sovranità insopportabilmente incarnata nel corpo del Re. L’esultanza letteralmente an-archica di questa dissoluzione di vincoli dà la prima sostanza al sentimento della libertà.

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29 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

L’approdo del liberalismo culturale dispiegato nell’arte

Arte contemporaneadi Mario Monforte

Da sempre considero poco e stimo anche meno l’«arte contemporanea» (mi limito qui a pittura e scultura), i “critici d’arte” che ne “illuminano” le qualità, il “circuito d’arte” (mercanti, gallerie, aste, mostre e commesse su interventi statali, musei ad hoc) che la propina al pubblico (con business non da poco).

E da sempre trovo scema l’affermazione “va apprezzata perché esprime la nostra epoca”: magari l’“esprime” (piuttosto: la “manifesta”), ma perché apprezzarla? Dopo una mostra “sulla luce” a Venezia, a Firenze, città dai numeri impressionanti di turisti (come Venezia, Roma, e altrove) che non vengono per le “espressioni della nostra epoca”, ho visto i gommoni rosso-arancioni contornanti le finestre di palazzo Strozzi, l’enorme tartaruga metallica in Piazza della Signoria, e qui poi l’immenso ammasso grigio metallico e i pupazzi in cera, piú una rotella nell’adiacente Piazza S. Firenze.

Opere ammirate da chi fa o vuol far parte del “circuito d’arte” (con servili media) ed esposte per decisione del Comune. Ho tralasciato letture “illuminanti” su tali “cose” (niente sprechi di tempo e “fiato”) e nomi degli autori (scaramanzia: il nominato si rafforza): è certo che la tartarugona non significa niente, i gommoni deturpano (rimovibili, per fortuna), l’ammasso è una scarica di biche, gli sgraziati in cera sono insensati, la rotellona è un aggeggio.

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