25 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Dal peggio non nasce il meglio

Le Pendi Mario Pezzella

Sul populismo, e sulle sue articolazioni e motivazioni politiche, ho scritto un saggio che uscirà nel prossimo numero speciale del «Ponte» e dunque non voglio ripetere qui le considerazioni che si potranno leggere tra poco in quella sede. Mi limito a un commento di cronaca politica e ad alcune osservazioni, dopo la lettura dell’editoriale del numero di luglio e la polemica che ne è seguita: più enunciazioni di stati d’animo che ragionamento.

L’Europa attuale, dominata dal capitale finanziario e dalla burocrazia di Bruxelles, non piace neanche a me; tuttavia starei attento a concentrare la critica sulle grandi banche, distinguendo da esse una “oligarchia” capitalista produttiva, nazionalista e alleata potenziale della protesta popolare (come esisterebbe in Inghilterra e in occasione della Brexit). È questo appunto che distingue una critica socialista – o se volete marxista – dell’economia da quella populista. Per il socialismo il capitale finanziario è un’articolazione necessaria nata in seno al capitale produttivo: può esserne una degenerazione, ma il potenziamento abnorme degli strumenti creditizi nasce per sopperire alla crisi di sovrapproduzione e consumo, che è caratteristica del movimento del capitale in generale. Pound – per esempio – poteva criticare duramente ed efficacemente le banche, ma allo stesso tempo era assolutamente incapace di vedere il nesso tra l’“usura”, l’“interesse” – e la necessità di stimolare l’inerzia della produzione, in una fase di crisi. In una fase di crisi noi stiamo vivendo, senza che neppure si intravveda la ripresa di un ciclo espansivo: questa crisi deriva però da quella di sovrapproduzione e sovraconsumo degli anni ottanta e novanta del Novecento, per compensare e occultare la quale si è potenziato in modo distorto la leva del credito (ricordo che fu Clinton a togliere ogni freno di controllo alle banche e a liberalizzare interamente la circolazione dei capitali). Questo è dunque il momento adatto – anche se intempestivo – per una critica della produzione astratta e della contraddittorietà strutturale del capitale (critica marxista) più che per una rivolta contro il suo solo aspetto finanziario (critica populista).

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24 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Lettera aperta al Presidente Mattarella

Mattarelladi Ferdinando Imposimato

Illustre Signor Presidente della Repubblica Sergio Mattarella,

Lei invoca, dal meeting di Rimini, unità nazionale e ammonisce: deboli se divisi. Rilevo che l’unità non può esserci se le ingiustizie sociali aumentano a vantaggio di pochi e contro i diritti della maggioranza dei cittadini – insegnanti, lavoratori, disoccupati, pensionati, forze dell’ordine, portatori di handicap – che vive in condizioni di bisogno e di umiliazione.

Qualcuno potrebbe interpretare l’invito come adesione al progetto riformista del premier, che a molti, tra cui chi scrive, appare eversivo e inaccettabile. Lei, signor Presidente, sembra ignorare ciò che disse Piero Calamandrei nel 1947: «nella preparazione della costituzione il governo non ha alcuna ingerenza: il governo può esercitare per delega il potere legislativo ordinario, ma, nel campo del potere costituente, non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria. Quando l’assemblea discuterà pubblicamente la nuova costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti [sic!]; estraneo del pari deve rimanere il governo alla formazione del progetto […]. Se si fosse affidata al governo, o magari a una Commissione di tecnici non facenti parte dell’assemblea, la preparazione del piano, la sovranità dell’assemblea sarebbe stata menomata» (P. Calamandrei, Come nasce la nuova Costituzione, «Il Ponte», n. 1, gennaio 1947, pp. 2-3).

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23 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Risposta a “dissenso sull’Europa”

Dissenso

di Marcello Rossi

Caro Rino,

rispondo alla tua filippica contro di me che ho “osato” firmare “Il Ponte” un articolo – scritto in verità a più mani, ma a tua insaputa – che ti ha trovato assolutamente dissenziente. Sul fatto che la firma “Il Ponte” richieda l’assenso di tutti i componenti la “Direzione e Redazione” non posso che essere pienamente d’accordo e pertanto non mi resta che scusarmi dell’accaduto, ma – se ben ricordo – mi ero già scusato per telefono. Evidentemente tu ti sei sentito così offeso da ritenere insufficienti delle giustificazioni telefoniche e questo mi porta a rinnovare nuovamente – e questa volta per scritto – le mie scuse. Forse, per evitare che si ripetano situazioni del genere, occorrerà che la “Direzione e Redazione” della rivista rientri nel più grande “Comitato direttivo” e io solo faccia il direttore. D’altronde per uniformarsi a questo tempo di leaders e liderismi vari un direttore unico vale più di un Comitato di direzione. Non ci credo, ma mi adeguo.

Quanto al contenuto dell’articolo, che tu critichi con sarcasmo e tacci di stupido grillismo, non sono assolutamente d’accordo con le tue conclusioni. Il Ponte è europeista fin dai tempi di Calamandrei e di Enriques Agnoletti, ma questo non significa che l’attuale Unione europea ci soddisfi e rifletta le nostre posizioni. Anzi, io credo che questa Unione vada distrutta (e l’operazione non sarà indolore e potrebbe passare anche – per nostra disgrazia – per la Le Pen) e che restare all’interno di questo “obbrobrio” che è l’attuale Unione non può che aggravare la situazione. Questo era – o voleva essere – il succo dell’articolo.

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22 agosto 2016
pubblicato da Rino Genovese

Dissenso sull’Europa

Europa
di Rino Genovese

Mi tocca prendere la parola per “fatto personale”, come si dice, e la cosa mi riesce piuttosto dura. Leggo sul numero di luglio della rivista un articolo di apertura in corsivo, firmato semplicemente Il Ponte, che è un piccolo catalogo poco ragionato di tutte le sciocchezze grilline, neoqualunquistiche o neoperoniste (fate voi a piacere), che girano sul conto dell’Unione europea. Il titolo è un programma, Fuori dall’Europa. Per andare dove? Si prende spunto dalla recente uscita della Gran Bretagna dalla Unione europea – con un referendum voluto dai conservatori, passato solo per una reazione di chiusura e di paura nei confronti del flusso di migranti, e che, all’atto pratico, darà solo la stura a un nuovo accordo rinegoziato al ribasso – per prospettare come positivo uno sgretolamento della pur difettosa costruzione europea, che a mio avviso, invece, sarebbe un regresso storico e darebbe corda a tutti i nazionalismi e localismi xenofobi: una situazione di cui si gioverebbero le destre, anche estreme, non certo i movimenti e le formazioni politiche che in questi anni, dalla Spagna alla Grecia (purtroppo non in Italia, dove si è affermata una nebulosa neoqualunquistica), si sono battuti contro l’Europa dell’ingiustizia sociale. Resta vero che, quando si è imbottigliati, l’unica è tentare di andare avanti, non fare marcia indietro: fuor di metafora, poiché gli Stati nazionali sono pressoché un residuo del passato, si tratterebbe di avanzare verso una maggiore integrazione europea, che sarebbe se non altro un terreno di lotta più avanzato.

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15 agosto 2016
pubblicato da Rino Genovese

Due o tre cose che so di Gramsci

Gramsci

di Rino Genovese

Nella pigra quiete della città estiva si può leggere il nuovo libro del nostro amico, alacre collaboratore della rivista, Marco Gatto, Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento (Quodlibet, Macerata, 2016). Il volume offre un’utile ricapitolazione di un dibattito dimenticato, ma che c’interessò da giovani, intorno alla possibilità di trarre dal corpo del lascito gramsciano una definita posizione teorica di critica della cultura, in particolare della letteratura.

Dico subito che, mentre Gramsci appare fortissimo nell’analisi storica della formazione dello Stato italiano e delle sue classi dirigenti (il concetto di “rivoluzione passiva” da lui rielaborato, applicato all’Italia e non solo, è ancora oggi imprescindibile), sul piano estetico la dipendenza da alcuni stereotipi dell’epoca finisce, a mio avviso, col rendere sostanzialmente inutilizzabili le sue sparse proposte. L’idea di una letteratura nazionale-popolare, che non fosse appannaggio di pochi privilegiati ma si rivolgesse alle masse per educarle, non era forse – già allora, quando fu formulata nel chiuso di un carcere – in patetica controtendenza con le punte più alte della ricerca letteraria e artistica che, rompendo il linguaggio in vari modi e in diversa misura, si opponevano a una fruibilità immediata?

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12 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Neofascismo italiano e dittatura cilena. Mutualismo nero tra due continenti

Neofascismo italianodi Vito Ruggiero

Il colpo di Stato cileno del 1973 ha lasciato un solco indelebile nella storia del Novecento, dando impulso a quella che sarebbe stata una delle operazioni di intelligence più durature e sanguinarie che si siano registrate nella storia contemporanea, l’Operazione Condor1.

La declassificazione degli atti riservati di Fbi e Cia e le inchieste giudiziarie portate avanti non solo in Cile, ma anche in Argentina, in Spagna e in Italia hanno permesso di ricostruire le drammatiche vicende di quegli anni, mettendo in luce, tra le altre cose, le relazioni intercorse tra la giunta militare cilena e due tra le principali organizzazioni neofasciste italiane, Avanguardia nazionale e Ordine nuovo, responsabili di numerosi attentati tra il 1969 e il 1976.

Il primo contatto tra la galassia neofascista italiana e la giunta militare cilena sarebbe avvenuto nel 1974, quando Junio Valerio Borghese, ex comandante della X Mas e leader del Fronte nazionale, si recò a Santiago del Cile per portare i suoi omaggi al generale Augusto Pinochet. Con lui vi era anche Stefano Delle Chiaie, fedelissimo di Borghese e figura di spicco di Avanguardia nazionale2. Tale avvenimento venne confermato da Vincenzo Vinciguerra3, strettissimo collaboratore di Delle Chiaie, in una testimonianza resa davanti al Pm Giovanni Salvi4. Dopo aver riferito dell’incontro, l’ordinovista aggiunge che da quel momento il dittatore «aveva delegato ai rapporti con Delle Chiaie un alto ufficiale della Dina (Dirección Nacional de Inteligencia, il servizio segreto cileno), anzi, al responsabile del servizio, colonnello Contreras»5.

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3 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Don Roberto

Benignidi Massimo Jasonni

Gigante – in fotografia e nello spazio offerto all’irruente eloquio del comico – l’intervista di Roberto Benigni a Ezio Mauro su «la Repubblica» del 2 giugno, in occasione della festa della Repubblica e in tema di modifica referendaria alla Costituzione. Poi ci hanno pensato le televisioni, da par loro, ad amplificarne a dismisura credito e diffusione. Trattandosi non di esercizio di un pensiero, ma di mera comunicazione pre-elettorale e pubblicità a sostegno della vittoria del «sí», già indicativo è il tratto fotografico: Benigni si nasconde dietro al leggío e, simulando il gioco del nascondino con lo spettatore, ammonisce puntando il dito. Sorride, ma in modo non convincente: le movenze paiono piú quelle dell’imbonitore che non del giullare di ormai molti anni addietro, con la sua prepotente, laica e toscanissima verve.

L’intervista, coltivata con cura dall’ex direttore del quotidiano, parte da una premessa domestica (babbo e mamma di Roberto votarono nel ’46 per la repubblica, senza tentennamenti) per trasfondersi nell’esaltazione del testo legislativo fondativo dell’assetto repubblicano. La nostra Costituzione, gridò nell’esibizione televisiva del 2012, è «la piú bella del mondo», da amare e da condividere. I dati di ascolto non lasciano margine al dubbio: 13 milioni, molti di piú degli 11 dei «Dieci Comandamenti». «Calamandrei batté Mosè?», domanda il giornalista, in fervida attesa di replica pirotecnica. Il Nostro ci mette del suo, permettendosi di correggere l’interlocutore: no, non solo Calamandrei, ma «Calamandrei e i suoi colleghi e i suoi avversari». Il «momento di grazia» fu rappresentato da «un orizzonte comune, un impegno comune per il bene comune».

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31 luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Il duello sospeso. Su «La morte e la fanciulla» di Roman Polanski

La morte e la fanciulladi Mario Pezzella

La morte e la fanciulla è uno dei più famosi quartetti di Schubert. Nel film di Polanski, Roberto Miranda – medico al servizio di un regime dittatoriale sudamericano – la usava come sottofondo e accompagnamento delle sue torture; cosa che fa – a ruolo invertito – Paulina, la sua antica vittima, quando cerca di estorcere al dottore la confessione del suo crimine1.

La musica non è in questo caso semplice sottolineatura dell’azione. In alcune sequenze guida la successione delle immagini e il dialogo delle parole. In essa Polanski ha chiuso come in uno scrigno il significato essenziale del film, che inizia, dopo l’inquadratura di Paulina e del marito seduti nella platea di un teatro, con l’esecuzione del quartetto: e poi col raccordo vertiginoso sull’ondata del mare in burrasca, che si abbatte sul promontorio isolato dove si trova la loro casa (la tipica dimora separata e reclusa in se stessa dove si concentrano e si intensificano i drammi polanskiani). Del resto, anche il riconoscimento di Miranda da parte di Paulina avviene attraverso il suono della voce, che resta fuori campo, mentre la donna è inquadrata in primo piano; e la cassetta del quartetto di Schubert, trovata nella macchina del dottore, le serve di conferma ai suoi sospetti.

Un “quartetto” si svolge anche nel film, e rinvia al gioco di messaggi, di allusioni e di follia che lega il triangolo dei protagonisti. Si dirà che manca uno degli esecutori, ma è così solo in apparenza: il quarto è la morte – la violenza e la tortura –, e circola fino al termine come il dominus simbolico che i personaggi si passano reciprocamente, coppa di vino avvelenato, che ognuno cerca di lasciare nelle mani dell’altro.

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28 luglio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Osservazioni sul terrorismo

terrorismodi Rino Genovese

Non è sempre facile individuare gli obiettivi di un terrorismo o di un episodio terroristico. Per rifarci a un esempio classico, gli attentati mirati degli anarchici, nella seconda metà dell’Ottocento e agli inizi del secolo scorso, avevano una logica politica, dovevano abbreviare i tempi della rivoluzione sociale, o erano solamente gesti di giustizia sommaria, punitivi nei confronti dei potenti e dei loro crimini? E la “strategia della tensione”, che insanguinò indiscriminatamente il nostro paese dalla strage di piazza Fontana a Milano fino a quella della stazione di Bologna, doveva segnare la ripresa del fascismo, o spingere comunque verso un golpe di destra, o non si trattava piuttosto di una “stabilizzazione al centro”, che contribuì alla lunga preminenza della Dc nella vita politica italiana? L’idea brigatista di “colpire al cuore”, costringendo lo Stato a recepire una logica di guerra civile,  con tutti i suoi proclami e le rivendicazioni, era più o meno “politica” di quella che determinò (con tutta probabilità da parte di Lotta Continua, che in se stessa non era un’organizzazione terroristica) l’assassinio del commissario Calabresi, senz’alcuna rivendicazione, solo per far capire ai responsabili della polizia che, ove mai fosse diventata un’abitudine la defenestrazione dei militanti interrogati, non sarebbe rimasta senza conseguenze?

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23 luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Nuove tribù metropolitane. I nativi digitali

nativi digitalidi Rosamaria Alibrandi

It is amazing to me how in all the hoopla and debate these days about the decline of education in the US we ignore the most fundamental of its causes. Our students have changed radically. Today’s students are no longer the people our educational system was designed to teach. Marc Prensky

Non si tratta di neonati geneticamente modificati, con pollici e indici delle tenere manine tremendamente sviluppati, come E. T. Né, come recitava una sigla degli anni ottanta, di ufo-robot che mangiano libri di cibernetica e insalate di matematica. Sono le nuove generazioni, quelle informatizzate in utero, che bevono latte materno e bites e si nutrono di pappa e web.

La rivoluzione operata da Internet è così imponente e invasiva che anche chi ha dovuto adeguarsi forzatamente non ricorda più come si viveva prima. Tuttavia, c’è una bella differenza fra chi stenta a orientarsi e si riconverte a fatica e i piccoli e disinvolti internauti; la stessa differenza che, nonostante anni di studio e buona volontà, rimane, e per sempre rimarrà, tra un soggetto che ha appreso una lingua straniera e il madrelingua, il nativo, appunto.

Anche se il lemma evoca etnie semiestinte come i pellerossa americani o i maori del nuovissimo mondo, la grande e globale tribù dei nativi digitali è destinata a crescere in modo limitato solo dalla natura, ovvero dalla natalità, in decrescita nel mondo bianco occidentale. Bimbetti ancora in fase di lallazione, sono tuttavia in grado di aprire una finestra sull’iPhone della mamma. E, seguendo questo trend, i giochi digitali, prima riservati ai più grandi, ora vengono prodotti per fasce di età a partire dai due anni.

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