2 dicembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

La posta in gioco

La posta in giocodi Rino Genovese

Quelli che non votano, ignavi più che astensionisti, amici e compagni che domenica non si recheranno al seggio per deporre nell’urna il loro no, devono sapere qual è la posta in gioco di questa difficile partita. Niente di più e niente di meno che la sopravvivenza della repubblica parlamentare. È vero (come bene illustrato da Adalgiso Amendola nel suo libretto edito da Manifestolibri con il titolo Costituzioni precarie) che la costituzione “materiale” del nostro paese è già cambiata nel corso degli scorsi decenni; è vero che nella Carta sono state inserite delle norme, come quella riguardo al pareggio di bilancio, che l’hanno già travisata; ed è altresì vero che perfino il nostro Lelio Basso, uno dei padri costituenti, sosteneva che una costituzione la si cambia quando non corrisponde più al compromesso che è stato depositato lì dentro; ma è altrettanto vero che tenere in piedi l’impianto “formale” di una costituzione, sia pure datata, non è affatto superfluo. Mai come in questo caso la forma è sostanza. Se, come voluto da Renzi e dalla sua combriccola, si fa del Senato una pura e semplice camera del nulla, con senatori scelti tra le file dei consigli regionali e comunali, rendendo la Camera dei deputati, al tempo stesso, con un ampio premio di maggioranza, la cassa di risonanza di un leader; se, contemporaneamente, si mettono la presidenza della Repubblica e quella della Corte costituzionale nella disponibilità della maggioranza politica di turno, beh, tutto ciò non è poca cosa: è la fine della repubblica parlamentare come l’abbiamo conosciuta finora. È il rafforzamento di fatto dei poteri dell’esecutivo.

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30 novembre 2016
pubblicato da Il Ponte

L’ultimo degli ingiusti

Benjamin Murmelsteindi Valentina Morotti

L’ultimo film di Lanzmann è dedicato alla figura del rabbino Benjamin Murmelstein. Si tratta di una lunga intervista girata da Lanzmann a Roma nel 1975. Il montaggio alterna intensi primi piani del vecchio rabbino mentre racconta il suo passato a scene in cui Lanzmann, più di trent’anni dopo, ritorna sui luoghi evocati dal rabbino, mostrandoceli come sono oggi. Vediamo un ormai vecchio Lanzmann ripercorrere le tracce degli ebrei austriaci che da Vienna vennero trasportati nelle campagne della Repubblica Ceca, diretti verso il campo di concentramento di Theresienstadt.

Il film ruota intorno al vecchio Murmelstein che racconta, rispondendo alle domande di Lanzmann, spesso lasciandosi trascinare dai ricordi. Un Lanzmann non ancora vecchio gli siede accanto: pone domande, a volte dure, vuole sapere la verità sulla figura di questo ebreo che ha collaborato con i nazisti nel tentativo di salvare i suoi correligionari. Ma, soprattutto, Lanzmann ascolta. Il rabbino Murmelstein è sempre stato un uomo pragmatico: ha scelto di collaborare con i nazisti, è sceso a patti, perché era l’unico modo possibile per tentare di salvare gli ebrei della comunità di cui era a capo. Ma quando in nazisti gli chiesero di compilare le liste con i nomi degli ebrei del ghetto di Theresienstadt da destinare al trasporto a Est – e cioè alla deportazione nei campi di sterminio – Murmelstein si rifiutò di fornire lui stesso i nomi.

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27 novembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

La morte di Fidel

Fidel Castrodi Rino Genovese

Anche gli immortali muoiono. Fidel Castro, l’uomo che nel Novecento meglio ha riassunto la voglia di liberazione di quello che era detto il Terzo mondo, se n’è andato tranquillamente a novant’anni dopo una vita vissuta pericolosamente. Rivoluzionario o dittatore? Senza dubbio tutt’e due le cose. Del resto il destino delle rivoluzioni, in tutte le loro varianti, è stato fin qui proprio questo: condurre a forme di governo più o meno dispotiche. Ciò non toglie che a Cuba, in particolar modo fino a tutti gli anni sessanta, un periodo davvero rivoluzionario ci sia stato. A poco a poco, tuttavia, un gruppo dirigente s’incancrenisce e, per sua logica interna prima ancora che in virtù di una minaccia esterna, dà vita a un regime. A Cuba questo regime dura tuttora. Vediamo brevemente com’è andata.

Alle origini c’è un mito nazionalistico (diciamo pure nazional-populistico) che è quello di Martí, l’apostolo ottocentesco dell’indipendenza cubana, ma, nel caso di Fidel – giovane studente ribelle –, è soprattutto quello di Eduardo Chibás che, nel 1951, si suicida in diretta radiofonica per protestare contro la corruzione a Cuba. (Chi era Chibás? Un antesignano radicale di Di Pietro, per intenderci, ma anche una figura tipica dell’America latina, dove da sempre la volontà carismatico-plebiscitaria si mescola a un’autentica ansia di liberazione). Tutta la prima attività rivoluzionaria di Fidel è all’insegna di questo caudillismo latino-americano, in cui perfino il gesto suicida assurge a proposta politica.

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23 novembre 2016
pubblicato da Il Ponte

La lunga marcia di Aldo Capitini

marciadi Lanfranco Binni

L’ultima Marcia della pace Perugia-Assisi del 9 ottobre 2016 ha messo a nudo i limiti di un “pacifismo” compatibile con le politiche di guerra della Nato e con il servilismo attivo del governo italiano. Alla concreta e radicale politicità (più che politica) della Marcia Perugia-Assisi costruita da Capitini nel 1961 come esperienza di «rivoluzione nonviolenta» e di «democrazia diretta», si è definitivamente sostituita una ritualità priva di contenuti, ma non vuota di politica, sulla base di un generico appello a non essere «indifferenti» alle tragedie della Storia, senza nominarle, senza indicare obiettivi e strategie di lotta. Dalla marcia del 1961 nacque una seconda marcia Camucia-Cortona nel 1962, ma soprattutto il tentativo di organizzare una Consulta nazionale, popolare e istituzionale, per sviluppare pratiche ordinarie di democrazia dal basso che coinvolgessero i piccoli gruppi di nonviolenti attivi, le scuole, le fabbriche, gli enti locali, in un processo di organizzazione del «potere di tutti» sui terreni dell’educazione alla pace e della costruzione di un «potere di tutti» a superamento di una democrazia rappresentativa oligarchica.

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14 novembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Mostri ornamentali

Hermann Broch

di Antonio Tricomi

Lo precisa Luigi Forte nella Postfazione al volume: Il racconto della serva Zerlina (Adelphi, Milano 2016, pp. 77, € 10,00), steso nel 1949, è uno dei mondi narrativi che compongono Gli incolpevoli, “romanzo in undici racconti” iniziato nel 1930, ma concluso e licenziato solo vent’anni più tardi, nel quale Hermann Broch «affronta il tema della colpa tedesca prendendo spunto, oltre che da Karl Jaspers, dal saggio della Arendt Colpa organizzata e responsabilità universale scritto nel gennaio del 1945 in concomitanza con la liberazione del lager di Auschwitz da parte dell’Armata rossa». Giova però anzitutto richiamare alcune tesi esposte dall’autore austriaco in un altro libro, Hofmannsthal e il suo tempo (Adelphi, Milano 2010), concepito negli stessi anni, cioè tra il 1947 e il 1948, e pubblicato, in una prima edizione incompiuta, nel 1949, per capire come mai si debba scorgere anche nella vicenda occorsa a Zerlina – e che, nell’introduzione a una raccolta di saggi dell’amico apparsa postuma nel 1955, Poesia e conoscenza, Hannah Arendt, ricorda ancora Forte, definiva «forse la più bella storia d’amore della letteratura tedesca» – una cartina al tornasole di quella crisi della civiltà che, già sfociata nella Grande guerra, produrrà il nazifascismo e il secondo conflitto mondiale.

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9 novembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Quando il complesso militare-industriale diventa una risorsa

Trumpdi Rino Genovese

Naturalmente ci sono già, nel populismo che si agita dalle nostre parti (e che esito ancora a definire “di sinistra” postulando che il populismo, alla fine, sia sempre di destra), quelli che si compiacciono della vittoria di Trump. Beppe Grillo, del resto, ha esultato e ha già detto la sua, vomitando il solito cumulo di contumelie, in particolare contro gli intellettuali rei di non avere capito nulla.

Invece alcuni di noi, pur non volendoci credere fino in fondo per una sorta d’intemerata speranza, l’avevano messa nel conto una vittoria di Trump. La ragione è semplice: Clinton era una candidata che non andava, piena di debolezze (da ultimo anche fisiche), un prodotto dell’establishment; laddove ci sarebbe voluto, avrebbe avuto maggiore capacità di contrasto, il più limpido Sanders, in grado di raccogliere gli umori popolari senza lasciarli scadere in torva demagogia. Ma tant’è: Clinton è stato il risultato delle “primarie”, predilette da molti come modello di scelta da parte dell’elettorato, e però una modalità di costruzione della candidatura in cui chi ha più mezzi finanziari, o ha già le mani in pasta, ha pressoché la vittoria in tasca.

C’era stata, è vero, l’eccezione di Obama, che aveva saputo conquistarsi il consenso poco a poco, e proprio contro una Clinton allora perfino più in forma; ma l’America profonda ha reagito a questo suo presidente nero: le numerose uccisioni di giovani di colore, spesso freddati dalla polizia senza un perché, vanno ascritte al razzismo sotterraneo e di superficie che da sempre percorre l’America (stavo per scrivere le Americhe). Sia onore a Obama, comunque, uno dei migliori presidenti della storia degli Stati Uniti – di cui, nel momento della sconfitta finale, non vogliamo ricordare i piccoli grandi misfatti (come gli “omicidi mirati” che non risolvono nulla e acuiscono gli odi), ma le grandi aperture interne ed esterne, il tentativo di mettere su una sanità pubblica degna del nome, il processo di distensione con l’Iran, da ultimo il viaggio a Cuba (che di certo non avrà giovato alla campagna elettorale democratica, visto il risultato della Florida, uno Stato pieno di esuli anticastristi).

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8 novembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Il Senato si è autosciolto: «Senatoria iurisdictio obtusior»

Senatoria iurisdictio obtusiordi Angelo Tonnellato

Che sia destinato a essere sostituito dal serraglio politico-istituzionale ideato dal tandem Boschi-Renzi o, come a questo punto sarebbe forse più giusto e sensato, da una stanza vuota, il Senato della Repubblica, evidentemente in preda a un vero e proprio cupio dissolvi, ha deciso di auto-sciogliersi e di dichiararsi, più o meno, un “morto che parla”. E tanto per disonorarsi definitivamente, e disperdere le sue stesse ceneri, ha approfittato della discussione della norma, già passata alla Camera, che avrebbe lasciato spazio all’«istanza di parte» (discendenti, eredi, ecc.) per la restituzione dell’«onore militare e [del]la dignità di vittime della guerra a quanti furono passati per le armi, addirittura senza processo, facendo anche ricorso alla intollerabile pratica della decimazione o per esecuzione immediata e diretta da parte dei superiori». Un atto riparatorio della memoria di centinaia di soldati praticamente assassinati dai loro superiori.

Il Senato – scusate se continuo a scrivere questo che è ormai diventato un nome comune di cosa con la maiuscola, memore di usi e costumi antichi – ha rifiutato «l’istanza di parte», ossia la semplice possibilità che a iniziativa dei discendenti o aventi causa degli assassinati fosse avviata una procedura soggetta all’alea dell’accoglimento o della reiezione. Insomma fra tanto parlare e straparlare istituzionale di “memoria”, ha negato ai cittadini italiani, discendenti da quei soldati, il diritto di poter aver ragione o torto in una sede appropriata e proceduralmente regolata per legge. Ai cittadini il Senato risponde con una pernacchia. Come disse Adolfo Omodeo alla canea monarchico-fascista napoletana: «La feccia di Romolo ricusa di ricevere il sigillo della Repubblica di Platone». E costringe la Repubblica, che una volta si diceva nata dalla Resistenza, a “coprire”, come un qualunque malfattore, alcune centinaia di veri e propri omicidi, continuando a spacciarli per casi di esemplare giustizia militare. Ciò che è gravissimo, nella decisione di quel che resta del Senato della Repubblica, non è, però, tanto o solo questo incivile e selvaggio diniego, ma la vergognosa idea di surrogare la possibilità di esperire la riabilitazione con il solito contentino che in certi ambienti si fa balenare ai complici rivali: una odiosa e offensiva indulgenza plenaria del tipo: suvvia, i vostri nonni o bisnonni erano colpevoli, ma noi magnanimamente li perdoniamo.

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6 novembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Firenze dica NO

Firenze dica nodi Il Ponte

Il 25 ottobre il comitato «Firenze dice no», cartello di numerosi comitati dell’opposizione sociale, indice una manifestazione nazionale per il 5 novembre, per sostenere le ragioni del No al referendum del 4 dicembre. Mercoledì 2 novembre la polizia interviene per impedire una conferenza stampa del comitato davanti ai cancelli della Leopolda. Venerdì 4 novembre la questura di Firenze, su ordine del ministro dell’Interno vieta la manifestazione del 5 perché incompatibile con la presenza del governo alla Leopolda.

Il comitato «Firenze dice no», con l’adesione di realtà importanti dell’opposizione sociale a livello nazionale, giustamente disobbedisce a un divieto che lede gravemente i diritti costituzionali (articolo 21) e conferma la manifestazione. Nel pomeriggio del 5 un migliaio di partecipanti si trova concentrato e circondato dalla polizia nella centrale Piazza San Marco. Ai primi tentativi di rompere l’accerchiamento e defluire verso la vicina piazza della Santissima Annunziata, con lanci di ortaggi, fumogeni e qualche sasso, partono due cariche. Il corteo riesce comunque a defluire, sciogliendosi dopo due ore in Piazza Beccaria.

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1 novembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Lavoro gratuito? No grazie

Lavoro gratuitodi Rino Genovese

Nella nuova collana “In breve” di Manifestolibri è disponibile Al mercato delle illusioni. Lo sfruttamento del lavoro gratuito: un volumetto di Marco Bascetta che, con la sua prosa concettualmente densa e insieme pungente, interviene sul fenomeno del lavoro ottenuto a costo zero o quasi zero, in cambio di una promessa di assunzione futura, o nella ricerca di uno status da parte di giovani e meno giovani condannati al “welfare familiare” – espressione truffaldina dietro cui si cela il semplice essere mantenuti (per quanto tempo ancora?) dalla famiglia. Oggi in Italia interi comparti, come l’università e l’editoria, non si reggerebbero senza l’erogazione di prestazioni gratuite, che per la loro specificità – non ultima quella di collocarsi dentro una feroce ideologia meritocratica e competitiva – rendono molto difficile qualsiasi forma di lotta da parte della forza lavoro.

Nei suoi caratteri generali il fenomeno è ascrivibile alla inesorabile perdita di centralità del luogo fisico della fabbrica, in cui il lavoro salariato può organizzarsi nel rapporto conflittuale con il capitale a partire da una sindacalizzazione basata sulla vicinanza e la solidarietà tra i lavoratori. La prospettiva di uno “sciopero sociale” del lavoro gratuito e precario, cioè di una forma di lotta messa in campo da soggetti tra loro divisi e dispersi sul territorio, sarebbe oggi piuttosto la conquista di una consapevolezza immediatamente utopica riguardo alla intollerabilità delle condizioni di vita in un mondo che, ormai da tempo, è avviato sulla via di uno sviluppo tecnologico in grado di liberare dalla fatica mentre, al contrario, riproduce l’asservimento. In un tipico gioco dell’oca, direi, l’ultramodernità contemporanea risospinge verso la casella dell’utopia, quella che Marx aveva pensato di lasciarsi alle spalle.

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28 ottobre 2016
pubblicato da Il Ponte

E se vince il No?

Se vince il Nodi Marcello Rossi

Se vince il no la politica italiana può essere attraversata da diversi scenari. Vediamone alcuni.

Il primo, il più probabile, è che Renzi salga al Colle e rimetta il mandato nelle mani del presidente della Repubblica e questi, che è “creatura” di Renzi, lo rimandi alle Camere per una nuova fiducia. E qui si pone il problema: chi è disposto a dare la fiducia? Se si esclude a priori il M5S, non resta che Forza Italia di Berlusconi-Parisi, ma l’operazione potrebbe essere rischiosa per Forza Italia perché il gruppo che fa riferimento a Brunetta e Toti potrebbe non essere disponibile e potrebbe aprire una crisi in vista di un apparentamento con la Lega e con Fratelli d’Italia. Anche nel Pd, comunque, la fiducia della cosiddetta sinistra non è scontata. Non credo che si vada a una scissione, ma potrebbero prendere corpo un’astensione o addirittura un voto contrario. Ma poi, di fronte a una vittoria del no, Renzi, dopo tutto quello che ha sostenuto, con quale programma potrebbe chiedere la fiducia? È vero che l’uomo è capace di giocare più parti in commedia e con molta disinvoltura promettere mari e monti, ma a tutto c’è un limite. Già in una esternazione che aveva il sapore della verità Renzi ebbe a sostenere le sue dimissioni se il referendum non fosse andato secondo le sue aspettative – e di questo è stato poi ampiamente rimproverato dai suoi – ma a me sembra che una volta tanto abbia detto una cosa giusta e che, di fronte a un risultato negativo, non gli resti che declinare l’invito di Mattarella.

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