13 luglio 2018
pubblicato da Il Ponte

Governo Lega-M5s: ottime possibilità di durare a lungo

Di Maio-Salvinidi Francesco Cattabrini

Molti politici e giornalisti ripetono ogni giorno che il governo Lega-M5S non durerà a lungo. Piú che una previsione è un auspicio, ma è il classico gioco politico tra le parti. In verità, penso che l’attuale governo possa durare a lungo, per molte ragioni, una delle quali provo a sintetizzare in poche righe.

Nel corso di oltre due secoli di storia illustri economisti – tra cui Schumpeter, ma anche vari economisti russi – hanno posto l’attenzione sui «cicli economici». Si è cercato di capire, in sostanza, se il sistema economico capitalistico presenti “regolarità”, ossia se abbia un andamento ciclico (quelle che Kondratiev definiva «onde»). Alcuni economisti ritennero corretto tale andamento, osservando cicli piú o meno brevi e regolari di espansione e contrazione dell’economia: «onde», appunto. E tale andamento crescita-recessione era noto a Marx e ha svolto un ruolo importante nella sua analisi, né credo si possa attribuire a sua poca chiarezza o a sue presunte illusioni il fallimento, da parte del variegato mondo marxista novecentesco, dei tentativi di transizione dal capitalismo al socialismo. Ma è un’altra questione. Tornando al punto, perché questa premessa? Aiuta a spiegare la fase politica presente, dicendo però altre “due cosette” sull’economia. Il secondo dopoguerra del Novecento fu caratterizzato dai «trenta gloriosi» (anni del «boom economico») che hanno portato l’Italia nell’élite dei paesi piú industrializzati del mondo. Grazie a politiche di stampo keynesiano tutto l’Occidente industrializzato ha beneficiato di questa fase di crescita. La politica, in quella fase, ha guidato l’economia su un sentiero espansivo, stabilendo una cornice di regole sul piano internazionale funzionali a evitare – o meglio, ritardare – l’inversione del ciclo nella fase recessiva, inversione tanto piú rapida quanto piú l’economia capitalistica viene lasciata a se stessa.

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5 luglio 2018
pubblicato da Il Ponte

Salvini & Macron: la morte a credito

Salvinidi Mario Pezzella

Minniti gode oggi di una certa considerazione: Salvini lo considera un suo precursore, Travaglio lo elogia come colui che senza tanti clamori stava risolvendo il problema dell’immigrazione; si può immaginare che sarebbe stato uno dei perni della poi fallita coalizione di governo Pd-Cinque Stelle. Il suo merito maggiore è quello di essersi accordato con i predoni e capi bastone libici per creare campi (di accoglienza!?) nel deserto, dove internare i migranti; istituendo quella frontiera esterna, che un po’ tutta la Fortezza Europa vuole costruire, Merkel e Macron non esclusi. Peccato che le condizioni di vita in questi campi siano divenute simili – senza che nessuno se ne preoccupi – a quelle di un lager nazista. Paragonai in un articolo su «Il Ponte» l’indifferenza di Minniti (e nostra) a quella di Eichmann, che – durante il suo processo a Gerusalemme – declinava ogni responsabilità per quello che accadeva nei campi, pur avendone predisposto la realizzazione. Paragone che mi ha attirato molte critiche, in parte giustificate: in effetti io non mi riferivo alla quantità delle vittime, ma alla qualità morale dell’internamento. Ricordo che nel novembre del 2017 l’Alto commissario dell’Onu per la difesa dei diritti umani, fondandosi su prove e testimonianze, dichiarava: «È letteralmente disumana la cooperazione UE-Libia, si assiste a orrori inimmaginabili. […] La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità». Non è esagerato parlare di neoschiavismo: in un video della Cnn, sempre del 2017, si documenta la vendita di due ragazzi «per i quali piovono offerte e rilanci. 800 dinari… 900, 1.100… venduti per 1.200 dinari (pari a 800 dollari)». Uno dei due giovani è presentato come «un ragazzone forte, adatto al lavoro nei campi». Ricevuto il filmato, Cnn è andata a verificare, registrando in un video shock la vendita di una dozzina di persone in pochi minuti. Stupri violenze, detenzione in condizioni intollerabili, vendita di schiavi, sono la normalità in questi centri di accoglienza.

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29 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Perfino Siena!

Sienadi Roberto Barzanti

Anche Siena, la roccaforte rossa per eccellenza, è caduta. Molti giornali si sono sadicamente divertiti a descrivere in chiave simbolica la disfatta del Pd e alleati al ballottaggio del 24 giugno in una città tradizionalmente governata dalle sinistre. Perfino Siena!

Chi conosce da dentro le vicende della città sa che l’egemonia esercitata – non usurpata – da comunisti, socialisti e indipendenti di estrazione liberal-democratica, non è stata poi così solida e lineare come si vuol far credere. Nel dopoguerra si sono avute ben tre cesure commissariali al Comune: è stata la provincia, la campagna, a salvare la città. Il processo di inurbamento a fine anni cinquanta produsse una condizione durata a lungo grazie all’equilibrio e alla misura con la quale il ceto dirigente seppe costruire un sistema di sottili equilibri e ragionevoli convergenze. La sinistra seppe fare i conti con un moderatismo non arcigno e vinse battaglie restate storiche, quelle sì.

Siena è stata una città all’avanguardia nella tutela dell’ambiente e del patrimonio artistico. Non ha solo tramandato le forme di un insediamento urbano unico per continuità di tessuto e persistenza di soluzioni. Ha cercato – non sempre riuscendoci – di dare servizi diffusi e discreta qualità. Ma in primo piano, per valutare i risultati del 24 giugno, occorre mettere la tempesta tutta politica che si è abbattuta sull’Italia: un centrosinistra incerto e debole non è riuscito ad arginare un centrodestra intollerante e becero. In sintonia, del resto, con tendenze laceranti che stanno sconvolgendo tutta l’Europa.

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23 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Il razzismo politico

razzismodi Luca Michelini

A proposito del razzismo e delle politiche razziste esiste, purtroppo, un diffuso malinteso. Si presume, infatti, che politiche discriminatorie siano il frutto esclusivo di ideologie e di prassi apertamente e dichiaratamente razziste. Ci si aspetta che tali politiche e che le ideologie che le sorreggono abbiano necessariamente bisogno di un qualche Manifesto della razza e di qualche intellettuale e scienziato disposto a dimostrare che «le razze esistono». Naturalmente, si deve sapere che il razzismo è anche questo. Ma la storia, e in modo particolare la storia italiana, ci insegna che il razzismo e le politiche discriminatorie hanno anche un’origine diversa.

Ci sono stati autori, ancor oggi osannati dalla destra in doppio petto, che hanno invitato pubblicamente a discriminare certi gruppi etnici e contemporaneamente hanno scritto che il razzismo era una dottrina priva di qualsivoglia base scientifica. Il razzismo non è affatto per forza di cose una teoria biologica della politica. Esiste, cioè, anche il razzismo politico. Esiste fin dall’origine un dato caratteristico delle ideologie razziste: la loro profonda ambiguità, il porsi tra il dire e il non dire, tra l’affermazione e la smentita. Tratto caratteristico di queste ideologie è l’uso deliberato della menzogna, che è addirittura teorizzata come funzionale a descrivere ciò che è “verosimile”. C’è sempre un contesto internazionale che costituisce una camicia di forza per la “patria”, rettamente intesa. C’è sempre una “cospirazione” internazionale da debellare.

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20 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Affinità elettive

Giorgio Almirantedi Giancarlo Scarpari

Il consiglio comunale di Roma approva una mozione di Fd’I che vuole intitolare al suo padre storico, Giorgio Almirante, una via della capitale; insieme ai neofascisti votano, quasi all’unanimità, i consiglieri del Movimento 5 Stelle; nello studio di Vespa, la Raggi dichiara di prendere atto della volontà dell’Aula, dato che la stessa «è sovrana come il Parlamento»; la Meloni esulta e parla di un «risultato storico» che rende finalmente omaggio «a uno degli uomini più importanti della destra e della politica italiana». Poiché la comunità ebraica romana protesta, ricordando il ruolo svolto da quell’uomo nella campagna razzista promossa dall’Italia fascista, la Raggi, previo consulto con chi di dovere, si dimentica della sovranità dell’Aula, si rimangia ogni cosa e annuncia nella notte che farà votare dai consiglieri “grillini” una nuova mozione di segno contrario.

Il giorno dopo, dalle paludate pagine del «Corriere», P.G. Battista ci fa sapere che tutta la vicenda «è una cosa da talk show, un espediente acchiappa audience», che sarebbe ora di finirla con la «guerricciola toponomastica» tra fascisti e antifascisti e che sarebbe ora di tornare alla politica, abbandonando queste attività «sostitutive». E la chiude così, evitando di ricordare al lettore il vero spessore del politico omaggiato e del perché proprio oggi i neofascisti abbiano voluto lanciare questa campagna.

I fatti che lo riguardano, in realtà, dovrebbero essere noti, perché da tempo accertati, ma la memoria di molti appare sempre più appannata.

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18 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Il discorso del re

re_vittorio_emanuele_iidi Tomaso Montanari

La nascita del governo Conte non deve distogliere da ciò che il suo travagliato avvento ha rivelato. In particolare, non deve distogliere da una seria analisi del discorso che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha tenuto, in diretta televisiva, la sera di domenica 27 maggio 2018: un discorso che sarà ricordato molto a lungo. Sicuramente come uno svelamento drammatico dei reali rapporti di forza che governano la post-democrazia italiana. E, probabilmente, anche come un punto di non ritorno.

Non ci sono veri precedenti per la vicenda culminata in quel discorso: non ce ne sono per la decisione del presidente di assumersi la responsabilità di non nominare un ministro, e dunque di far saltare un governo che poteva contare su una maggioranza assoluta, sia parlamentare che elettorale (due cose stavolta miracolosamente coincidenti). In tutti i casi passati in cui cronache più o meno sicure (comunque basate su fonti orali o su diari privati) attestano un attivismo del presidente della Repubblica nella scelta dei ministri, esso si era sempre manifestato attraverso una persuasione che aveva indotto il presidente del Consiglio incaricato a proporre formalmente ciò che il capo dello Stato gradiva.

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14 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Dante mirando Pisa in gran dispitto

Dante mirando Pisa in gran dispittodi Luca Baiada

S’è voluto far tutto nel suo nome, in un bel maggio pisano. Ma del Tosco, in fondo, non s’è parlato abbastanza. E lui, per noi, non l’hanno fatto parlar punto.

Dante prima, con la D di un colore e le altre lettere di un altro. Questo, col gioco d’effetto, il titolo di quattro giorni di cose d’arte e cultura, nella città che lui bollò come vituperio de le genti. Dante, ma in anteprima, perché l’obiettivo era un anticipo delle celebrazioni del 2021: settecento anni dalla morte. Promotori, oltre agli enti locali, i principali istituti culturali pisani, e sono fra i più prestigiosi.

Purtroppo l’insieme è stato deboluccio, e non solo per via del bel tempo che invitava a godersi il tremolar de la marina.

Le lezioni monografiche, va detto, erano dottissime come i relatori. Ma aleggiava un senso di augusta polvere, di canterale, di distanza incolmabile. Via, animo, trasgredire! Il fiorentino osò in volgare quando i dotti scrivevano in latino, e i dodda biascicavano il latinorum. E che volgare: culo, merda, trullare, puttana, bordello. A parlar così, gli accademici che hanno discettato a Palazzo Gambacorti (Dante e la lingua italiana) e a Palazzo Blu (La Chiesa e Dante), splendide sedi sul Lungarno, è difficile figurarseli.

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11 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Miccia corta

miccia cortadi Lanfranco Binni

Ora, mentre le truppe del Nazareno si preparano a scatenare la potenza di fuoco del «Fronte repubblicano» nel ridotto del Parlamento, e le oche del Quirinale hanno salvato il presidente della Repubblica per il rotto della cuffia, e il nuovo governo giallo-verde si insedia nelle stanze del potere, e Berlusconi minaccia di incatenarsi ai cancelli delle sue aziende, e il Movimento 5 Stelle esibisce i suoi temi più di “sinistra” (reddito di cittadinanza, lavoro non precario, riforma pensionistica, beni comuni, sviluppo sostenibile, lotta contro la corruzione, riforma della giustizia), e la Lega brandisce come clave i suoi ruggiti più di “destra” (presidenzialismo, riforma fiscale non progressiva e a vantaggio dei ricchi, comunitarismo di sangue, caccia agli immigrati “clandestini”, agli zingari, ai sovversivi dei centri sociali, alle Ong, omofobia, familismo cattolico), e i giornalisti dei media tradizionali e social proseguono il loro narcotraffico su temi superati dalla cronaca in attesa dei nuovi assetti di potere in cui posizionarsi o da infangare su committenza dell’opposizione Berlusconi-Renzi, non molti a “sinistra” e a “destra” sembrano aver capito la vera natura del cambiamento in corso, decisamente inedito e fuori dagli schemi post-novecenteschi della “democrazia liberale”. Anche se è innegabile che nello spazio ristretto dei palazzi del potere oligarchico si vadano riproponendo in forme inedite vecchi riti di una politica subalterna ai vincoli dell’economia e all’eterodirezione europea e atlantica.

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10 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Egemonia di destra

gramscidi Mario Pezzella

Non avendo avuto il tempo di scrivere per il numero a stampa, farò qualche osservazione tardiva sulla formazione del nuovo governo: consapevole di come la mia posizione sia minoritaria all’interno del «Ponte». Io credo che il governo Conte sia un caso esemplare di quella situazione politica che Gramsci esprimeva col termine “egemonia”. Un partito la Lega – che per me ha inconfondibili tratti fascisti – ha imposto la propria direzione politica di fatto, pur avendo come alleato un movimento che aveva ricevuto il doppio dei suoi voti. Ai significanti oscillanti dei Cinquestelle (tra destra e sinistra? Un po’ di destra, un po’ di sinistra?) ha contrapposto un’ideologia regressiva dura ed efficace. Ne ho scritto più volte su «Il Ponte» e dunque sarò sintetico. La Lega è assonante con i fascismi storici almeno su questi temi: Welfare ristretto rigorosamente ai soli “indigeni” nazionali; razzismo e creazione di un nemico “altro”, l’intruso capro espiatorio di ogni conflitto e fallimento; critica della finanza cattiva e non del capitale come modo di produzione; l’idea di un popolo-nazione immaginariamente unificato al di là dei suoi conflitti di classe e di interesse. L’enfasi anticoloniale costituisce da sempre un punto di forza dei movimenti populisti, che configurano il nemico in una nazione egemone (oggi la Germania), invece di contestare il sistema capitalistico, di cui essa è solo una maschera e una funzione. Infine, alla garanzia di una certa redistribuzione del reddito corrisponde l’assicurazione che non saranno minimamente scalfiti i “fondamentali” dell’economia attuale del capitale.

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8 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Così è se vi pare: cronaca di una crisi pirandelliana

la grande guerradi Giuliano e Piergiovanni Pelfer

Le elezioni politiche del 4 marzo si sono risolte con un governo Lega-M5S in un modo apparentemente rocambolesco, almeno per la stampa italiana ed europea. La sorpresa per questo esito è stata manifestata su tutti i media e da tutti i commentatori politici italiani ed europei, che mai si sarebbero aspettati un simile esito. Questo fatto dimostra la scarsa comprensione, da parte dei media di ogni tipo, dei processi sociali e politici nella società italiana, per l’adesione acritica al pensiero unico figlio della Mont Pelerin Society da parte del mainstream dei commentatori politici e dell’establishment politico.

Gli attori principali di questa commedia pirandelliana sono stati molti. Alcuni attori non protagonisti, loro malgrado, come Rosato e Renzi; altri attori protagonisti che hanno seguito in modo scrupoloso il canovaccio ben definito nei dettagli ma aperto all’improvvisazione necessaria in questi casi, come il presidente della Repubblica Mattarella, Matteo Salvini e Luigi di Maio; i pessimi attori dell’establishment europeo e i media mainstream italiani ed europei. Prima delle elezioni e anche immediatamente dopo il risultato elettorale, le forze politiche non erano così chiaramente schierate in forze filo-establishment e in forze populiste. Il buon Rosato aveva scritto una legge elettorale che avrebbe dovuto creare un Parlamento dove il Partito democratico e Forza Italia avrebbero avuto la maggioranza dei deputati e dei senatori. Si sarebbe costituito così un governo di larghe intese che avrebbe lasciato all’opposizione le forze populiste.

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