12 Agosto 2019
pubblicato da Il Ponte

Salvini e il fascismo

Patti lateranensidi Massimo Jasonni

La Lega non costituisce un vago pericolo di ritorno di fiamma, ma di più: è un reale, incombente e grave pericolo per le sorti della Repubblica. Lo è stata fin da subito, quando Bossi evocava a sproposito Alberto da Giussano, e lo è tanto più ora, ora che lo spirito autonomistico della prima ora si è tradotto in clamore nazionalistico.

La pubblicistica, poteri forti e Pd a braccetto, sono soliti individuare il problema in una consonanza tra Salvini e Mussolini, che in realtà non c’è, o che meglio va chiarita nell’effettivo e differenziato sviluppo degli eventi storici. Rispetto alla primigenia popolarità del duce mancano, in Salvini, l’originario spirito socialista e il sangue romagnolo. In concorrenza con questi profili, manca al segretario della Lega di oggi l’anima laica che innervò il fascismo, fumando via solo alla volta dello sciagurato accordo del 1929 con il cattolicesimo romano. Questo suggeriscono il rosario brandito da Salvini, l’insistente richiamo alle radici religiose europee e – manco a dirlo – un silenzio assoluto sulla scuola che emerge dal dettato concordatario. Tuttavia, una siffatta distanza cela sostanziali affinità, che riguardano non tanto la persona fisica del condottiero, quanto il clima da cui prese forma lo stemma littorio: in comune si ravvisa una radice essenziale, rappresentata dalla frustrazione di larghi strati della compagine civile. Distinte le cause, che, nel primo Novecento, vennero dalla crisi che seguì la Grande Guerra e che, ora, prendono corpo in un crescente disagio sociale. La frustrazione di questi anni è cresciuta a dismisura col tradimento, sempre più marcato da parte del Pd, del progetto gramsciano e salveminiano, ovvero con la perdita di un’appartenenza democratica che, in Renzi e con il referendum, apparve addirittura clamorosa. La gente ha ben compreso i cedimenti a un’Europa lontana anni luce da quella che Spinelli aveva delineato a Ventotene; ha ben compreso la sudditanza a un modello economico sovranazionale a impianto criminosamente neoliberistico; ha vissuto sulla sua pelle l’aumento in progressione esponenziale della forbice che separa pochi troppo facoltosi dai moltissimi in condizione di indigenza.

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9 Agosto 2019
pubblicato da Il Ponte

La crisi del Csm

Csmdi Giancarlo Scarpari

Per anni ci avevano raccontato che nella magistratura vi era una parte sana, che in silenzio applicava la legge con imparzialità e un’altra invece politicizzata, che volgeva il diritto a fini di parte.

Lo avevano sostenuto per primi quei giudici che, raccolti sotto la sigla di «Magistratura indipendente», non perdevano occasione per sbandierare la loro apoliticità; gli stessi che, quando citavano la Costituzione, intendevano riferirsi a quella parte (gli artt. 104-110) che disciplinava lo status dei magistrati e che, nei fatti, si trovavano sempre allineati a quei governi disposti ad accogliere le loro istanze corporative.

Ne era sorto perciò un contrasto con quell’altra parte della magistratura, ampiamente minoritaria, che aveva “preso sul serio” la Costituzione nella sua interezza, che aveva fatto della “promessa” contenuta nell’art. 3 cpv. – l’impegno di attuare lo Stato sociale di diritto – la propria ragion d’essere e che per questo veniva a trovarsi in logico dissenso con le attività di quei governi che quella promessa disattendevano.

La contrapposizione tra la pretesa neutralità degli uni e l’asserita politicità degli altri, appartenenti questi ultimi a «Magistratura Democratica», era quindi semplicemente strumentale.

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5 Agosto 2019
pubblicato da Il Ponte

Quello ingrato popolo maligno

di Tomaso Montanari

«Quello ingrato popolo maligno / che discese di Fiesole ab antico, / e tiene ancor del monte e del macigno, / ti si farà, per tuo ben far, nemico»: la profezia dell’esilio che l’ombra di Brunetto Latini fa calare su Dante nel XV dell’Inferno torna oggi vera, parola per parola. L’idea di riportare a Firenze, per un “evento” del 2021 (settecentesimo anniversario della morte del massimo poeta italiano), le spoglie dantesche che riposano a Ravenna qualifica i fiorentini di oggi per quello che sono: duri di cuore e di comprendonio come i sassi fiesolani da cui scesero a valle i nostri padri etruschi. Ed è davvero insopportabile questa continua prostituzione della storia della mia città, ormai ridotta alla mediocrità di una pellicola di Zeffirelli, con i suoi falsi storici e la sua «fatuità da classe vip» (Morandini).

L’idea di «far finire l’esilio di Dante» (questa la pornografica formula giornalistica) è stata lanciata da Cristina Mazzavillani, che dirige il Festival di Ravenna grazie al suo principale merito: essere la moglie del venerato maestro Riccardo Muti. L’alto profilo dell’iniziativa è stato subito ben colto dalla stampa: «un business turistico» (così «la Repubblica»). E naturalmente Palazzo Vecchio ha subito abboccato, e il sindaco Dario Nardella, trionfante sulle ceneri del Maggio Musicale Fiorentino, ha dichiarato: «Sulle ceneri di Dante non dico niente, qualsiasi cosa si faccia sarà possibile solo in totale accordo con la città di Ravenna».

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2 Agosto 2019
pubblicato da Il Ponte

Bruno Enei, liberazione e libertà

Bruno Eneidi Luciana Brunelli

[Il testo integrale di questa recensione sarà pubblicato nel Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria, Perugia, 2019]

Il volume di Lanfranco e Marta Binni, Storia di Bruno Enei. Il dovere della libertà, Firenze, Il Ponte Editore, 2019, porta finalmente alla luce una storia individuale che fu strettamente intrecciata alle vicende dell’antifascismo in Italia oltre che a quelle della Resistenza e dei primi anni del dopoguerra a Perugia. Enei fu uno dei maggiori esponenti dell’antifascismo perugino: formatosi alla cultura politica del liberalsocialismo pisano e fiorentino, allievo di Momigliano e Capitini, amico fraterno di Walter Binni, fu comandante di battaglione nella brigata San Faustino-Proletaria d’Urto, redattore e poi direttore del «Corriere dell’Umbria», organo del Cln della provincia di Perugia, dirigente del Psiup locale e vicesegretario provinciale dell’Anpi alla sua fondazione nel 1946. A poche biografie politiche di tale spessore è toccato di restare sepolte per settant’anni nell’oblio, coperte dal silenzio sui motivi che a suo tempo segnarono prima l’emarginazione e poi la partenza di Enei da Perugia e dall’Italia.

Il volume si articola in due parti. La prima, ampiamente documentata, segue Enei dalla nascita in Brasile nel 1908 – figlio di una famiglia marchigiana lì emigrata – agli studi e all’attività politica in Italia fino al 1950, e poi al ritorno in Brasile dove muore nel 1967. La seconda comprende una selezione di scritti di Enei, anche inediti, che consente al lettore di approfondire la ricostruzione proposta dagli autori.

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30 Luglio 2019
pubblicato da Il Ponte

Non fare il Tav fa bene alla democrazia

 

No-Tavdi Livio Pepino

[Il testo riprende ampie parti dell’intervento pubblicato in Aa.Vv., Perché No Tav, Roma, PaperFIRST, 2019]

1. La costruzione della Nuova Linea Ferroviaria Torino-Lione è appesa all’esile filo dei tentennamenti e dei contrasti interni al governo. In ogni caso essa non è a tutt’oggi iniziata. Sono stati effettuati, e sono in corso, studi, lavori preparatori, tunnel geognostici e quant’altro, con una spesa complessiva, per il nostro paese, di oltre un miliardo e mezzo di euro, ma la tratta transfrontaliera (cioè il tunnel di base di 57 km) e le adduzioni in territorio italiano e francese sono al palo. Chi si oppone all’opera non chiede, dunque, di interrompere alcunché ma solo di bloccare sul nascere uno sperpero di denaro pubblico aggiuntivo rispetto a quello sino a oggi realizzato.

Le ragioni che impongono di non fare l’opera sono molteplici e ripetute centinaia di volte: l’opera non è giustificata dai volumi del traffico (che sono, in realtà, in costante diminuzione), provoca un impatto ambientale insostenibile, non determina il decantato trasferimento dei trasporti dalla strada alla ferrovia, comporta un dispendio di risorse (tutte rigorosamente pubbliche) più utilmente impiegabili nella manutenzione del territorio e nel potenziamento dei trasporti ordinari (con ben altra utilità sociale e creazione di maggior numero di posti di lavoro), perpetua il modello di sviluppo che ha determinato la crisi in atto e via elencando. Molto di questo è documentato nell’analisi costi-benefici elaborata nei mesi scorsi dalla commissione nominata dal governo e presieduta dal prof. Ponti.

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19 Luglio 2019
pubblicato da Il Ponte

Pittori visionari e apocalittici di Romagna

Visionari e apocalittici di ordinaria folliadi Massimo Jasonni

Visionari e apocalittici di ordinaria follia è l’intitolazione di una mostra che il Comune di Cervia ospita alla Torre dei Magazzini del Sale dal 19 luglio al 18 agosto 2019. La manifestazione, supportata dalla Cna di Ravenna e introdotta da un catalogo del curatore Claudio Spadoni, si segnala per una serie di ragioni, non ultima tra le quali la raccolta delle esperienze più significative dell’avventura pittorica della Romagna del tardo Novecento e a cavallo tra i due secoli. L’aspirazione consiste nell’esplorare una tradizione artistica, quale quella che viene dalla “perdurante follia” della gente di qua e porta all’esposizione di molte belle tele, che in tempi di dilagante abbrutimento dei costumi confortano.

In effetti, la raccolta è coraggiosamente tematica, perché affronta il motivo di quella oraziana, amabilis insania che spinge l’uomo, rivendicando una sua ragione interiore o una sua insopprimibile, arcana necessità a pittare il mondo che lo circonda e, di riflesso, il proprio animo.

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17 Luglio 2019
pubblicato da Il Ponte

Il mediterraneismo di Camilleri

Andrea Camilleridi Francesco Maria Tedesco

[Per un ricordo di Andrea Camilleri pubblichiamo questa nota sulla sua opera]

Racconta in più luoghi Andrea Camilleri, non ultimo in un dialogo di qualche anno fa con Tullio De Mauro, di essere sempre stato interessato al metodo usato da Giovanni Falcone per gli interrogatori dei mafiosi. Pare, stando a Camilleri a cui lo avrebbe detto il magistrato del pool Giuseppe Di Lello, che Falcone interloquisse con i suoi interrogati in dialetto, in modo da mettersi “a pari” loro, ragionando su un terreno comune, con codici condivisi. Uno volta, dice Camilleri, fu “scornato”: «Doveva interrogare un mafioso, un certo Pino Seddio ’ntisu ’u Piddaru, cioè soprannominato il Conciapelle. Quando entrò gli disse: “Senti, Pino ’u Piddaru, io ti volessi addimandare…”. E l’altro disse: “Fermo signor giudice, io mi chiamo Pino Seddio, e da questo momento in poi si parla in italiano”». Elias Canetti a un certo punto di Massa e potere1, e precisamente nel paragrafo intitolato «Afferrare e incorporare», descrive l’uomo che non è abbastanza forte da catturare la preda: «Il suo inseguimento, di per sé abile e appropriato, finisce per complicarsi in sommo grado. Spesso l’uomo ricorre alla trasformazione, che è suo talento peculiare, e imita accuratamente l’animale cui mira. Vi riesce così bene da ingannare la preda. L’uomo dice all’animale: “Io sono uguale a te, io sono te stesso. Puoi lasciarmi avvicinare”» (p. 244). Canetti chiama questo stratagemma “lusinga”, e più avanti, nella parte dedicata alla metamorfosi, spiega che essa in qualche modo si fonda su una separazione tra esterno e interno: pelli, corna, andatura, voce, simulano e imitano al fine di colpire la preda. Ma non siamo sicuri che in Falcone si trattasse di questo: Falcone era al contempo interno ed esterno rispetto al sicilianità dei suoi interlocutori. Tanto da condividere un certo modo tutto meridionale di parlare delle mafie, con un misto di orrore e compiacimento, come colui che sia andato all’inferno e che racconti il proprio viaggio agli spaventatissimi astanti forestieri. Si tratta di un modo molto tipico, che riscontriamo per esempio anche nel modo macho di narrare, soprattutto dal vivo, di Roberto Saviano.

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14 Luglio 2019
pubblicato da Il Ponte

Corsi e ricorsi

Carola Racketedi Giancarlo Scarpari

Non sappiamo se la strategia politica messa in atto da Salvini gli sia suggerita dallo staff di Luca Morisi, da qualche prefetto memore del passato o se invece sia frutto di personali tendenze autoritarie. Sta di fatto che quella adottata per perseguire i migranti, in genere, e le navi che li raccolgono in mare, in particolare, non è poi molto originale, vantando anzi precedenti significativi.

Uno di questi ha visto già allora gli italiani all’avanguardia. Quando Alfredo Rocco presentò al Senato il disegno di legge «Sulla facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche», una delle «leggi fascistissime», non aveva davanti a sé più alcuna concreta opposizione (siamo al 14.12.1925) e poteva perciò parlare senza tanti giri di parole: il partito fascista aveva dovuto «per necessità uscire dalla legge» per affermarsi (ma si era subito assicurato l’immunità grazie al varo di un’amnistia); ora era giunto il momento di sostituire «alla vecchia legalità la nuova legalità fascista»; per far questo bisognava permeare di un «nuovo spirito tutto l’ordinamento giuridico»; e così, a quel punto, i fascisti avrebbero potuto «stare rigidamente nella legalità».

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4 Luglio 2019
pubblicato da Il Ponte

La Magistratura, il Consiglio superiore, la questione morale

Csmdi Livio Pepino

1. Lo scandalo conseguente all’emergere delle poco commendevoli frequentazioni di Luca Palamara, pubblico ministero romano ed esponente di primo piano dell’associativismo giudiziario, ha aperto una crisi gravissima nel Consiglio superiore della magistratura, messo in condizioni prossime alla paralisi dalle dimissioni – mentre scrivo – di quattro componenti e dall’autosospensione di un quinto e con un drammatico dibattito in corso sul suo possibile scioglimento (che il capo dello Stato ha, allo stato, scongiurato indicendo elezioni suppletive per i componenti decaduti non sostituibili). Il tutto in attesa di ulteriori probabili “sorprese”, mentre l’ombra lunga dello scandalo travolge la residua credibilità del Partito democratico e non mancano i tentativi trasversali di chiamare in causa anche il Quirinale.

Tutto nasce dalla contestazione a Palamara, da parte della Procura della Repubblica di Perugia, del reato di corruzione per avere ricevuto denaro e favori da un amico imprenditore impegnato, insieme a un paio di faccendieri, in affari di assai dubbia liceità. Il fatto è in corso di accertamento ma alcuni dati sono pacifici: la frequentazione “pericolosa”, da parte di Palamara, di personaggi spregiudicati, alcuni dei quali già inquisiti e finanche arrestati e, soprattutto, le grandi manovre per le nomine dei nuovi procuratori della Repubblica di Roma e di Perugia, ordite in incontri notturni tra lo stesso Palamara (leader della corrente di «Unità per la Costituzione»), cinque magistrati componenti del Csm (Luigi Spina, Corrado Cartoni, Antonio Lepre, Gianluigi Morlini e Paolo Criscuoli), il parlamentare Pd Cosimo Ferri (magistrato in aspettativa, già segretario di «Magistratura indipendente» e tuttora influente “manovratore” del gruppo) e l’ex ministro renziano Luca Lotti (tuttora imputato davanti a quella Procura di Roma della quale si deve nominare il nuovo capo). A completare il quadro c’è, poi, l’attivazione di uno dei consiglieri coinvolti negli incontri (Luigi Spina) per informare Palamara, in tempo reale e in violazione dei doveri di ufficio, della sua avvenuta iscrizione nel registro degli indagati.

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28 Giugno 2019
pubblicato da Il Ponte

Sea Watch e migranti: Pilato, Nerone e il suo popolo

di Angelo Tonnellato

È vero, la Corte di Strasburgo non ha dato ragione al nostro ministrello dell’Interno quando, qualche giorno fa, pronunciandosi sul ricorso presentato dalla coraggiosa capitana della Sea Watch 3 e da una quarantina di migranti, invocanti gli articoli 2 (diritto alla vita) e 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, si è in pratica rifiutata di chiedere al governo italiano un provvedimento provvisorio d’urgenza che consentisse ai migranti di sbarcare e, conseguentemente, di presentare proprio alle autorità italiane una richiesta di protezione internazionale.

La Corte ha parlato attraverso un ventriloquo che ha un nome tragicamente antico: Ponzio Pilato. Evidentemente per dare corpo a un vero e proprio diniego di giurisdizione, se non addirittura di negata giustizia, la Corte non poteva appigliarsi a diverso precedente. Il tecnicismo ha funzionato ancora una volta: da un lato si dice che la situazione dei migranti dopo alcune settimane di stallo non è tale da integrare il rischio di vulnerabilità, dall’altra si raccomanda al governo italiano di prestare assistenza; talché, funzionando eventualmente il meccanismo escogitato dalla Corte per cavarsi d’impiccio, la situazione di fatto potrebbe anche protrarsi all’infinito.

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