14 Ottobre 2020
pubblicato da Il Ponte

Azzolina, Conte, il disastro della scuola e le cattedre di “patafisica”

Patafisicadi Angelo Tonnellato

Alfred Jarry nei suoi Gestes et opinions du docteur Faustroll, pataphysicien, affidò a un suo alter ego, il prelodato Faustroll, appunto, il compito di annunciare l’avvento della scienza di cui più si sentiva il bisogno, la patafisica, che, prometteva, «studierà le leggi che reggono le eccezioni e spiegherà l’universo supplementare a questo; descriverà un universo che si può vedere e che forse si deve vedere al posto del tradizionale».

Nobilissimo il proposito, gratuitamente svelato al dotto e all’inclita, nel 1911, dalla pubblicazione postuma dei Gestes jarryani. E – non c’è che dire – intrigantemente nobilissima anche la patafisica, che da molti, peraltro, è ritenuta così poco bizzarra da coincidere con la scienza tout court: «scienza delle soluzioni immaginarie».

Certo, dipende sempre dall’uso che se ne fa.

Il quale uso non può essere rimproverato a Jarry più di quanto noi si possa addebitare alla legge sulla caduta dei gravi la responsabilità della decisione di qualcuno di gettarsi a testa in giù da una finestra per verificarne l’attendibilità. Continua a leggere →

9 Ottobre 2020
pubblicato da Il Ponte

La Cina e Il Ponte

La Cina e Il Pontedi Silvia Calamandrei

Nel 2019, nella prospettiva del cinquantenario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Cina, abbiamo cominciato a progettare questo numero, intendendo presentare un’antologia del numero straordinario del «Ponte» del 1956, considerandolo una tappa importante della conoscenza e degli scambi culturali tra i due paesi, frutto della visita nel 1955 di un variegato gruppo di intellettuali e artisti italiani, guidati da Piero Calamandrei.

La delegazione culturale italiana visitò la Cina dal 24 settembre al 24 ottobre facendo tappa a Pechino, in diversi centri del Nord-Est, e nelle città di Shanghai, Hangzhou e Canton. Ne facevano parte i professori Norberto Bobbio, Piero Calamandrei, Emilio Durio, Rodolfo Margaria, Cesare L. Musatti, il patologo Lucio Benedetti, lo psichiatra Rosario Ruggeri, gli scrittori e giornalisti Franco Antonicelli, Umberto Barbaro, Carlo Bernari, Rocco Cacopardo, Carlo Cassola, Franco Fortini, Corrado Pizzinelli, Antonello Trombadori e Maria Arena Regis, l’architetto Franco Berlanda, il pittore Ernesto Treccani.

La visita costituisce una prima tappa, assieme alla visita di Pietro Nenni dello stesso anno, nella costruzione delle relazioni tra i due paesi, entrambi dotati di una storia millenaria a cui il presidente Xi Jinping, in occasione in Italia nella primavera del 2019, ha fatto riferimento nell’ambito del rilancio dell’antica via della Seta.

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6 Ottobre 2020
pubblicato da Il Ponte

Catastrofe o rivoluzione

Catastrofe o rivoluzionedi Emiliano Brancaccio

[Una versione di questo saggio è stata pubblicata in E. Brancaccio (con G. Russo Spena), Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione, Roma, Meltemi, 2020.]

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L’ex capo economista del Fondo monetario internazionale ha sostenuto che per scongiurare una futura “catastrofe” serve una “rivoluzione” keynesiana della politica economica. La sua tesi viene qui sottoposta a esame critico sulla base di un criterio di indagine scientifica del processo storico definito «legge di riproduzione e tendenza del capitale». Da questo metodo di ricerca scaturisce una previsione: la libertà del capitale e la sua tendenza a centralizzarsi in sempre meno mani costituiscono una minaccia per le altre libertà e per le istituzioni liberaldemocratiche del nostro tempo. Dinanzi a una simile prospettiva Keynes non basta, come non basta invocare un reddito. L’unica rivoluzione in grado di scongiurare una catastrofe dei diritti risiede nel recupero e nel rilancio della più forte leva nella storia delle lotte politiche: la pianificazione collettiva, intesa questa volta nel senso inedito e sovversivo di fattore di sviluppo della libera individualità sociale e di un nuovo tipo umano liberato. Una sfida che mette in discussione un’intera architettura di credenze e impone una riflessione a tutti i movimenti di lotta e di emancipazione del nostro tempo, tuttora chiusi nell’angusto recinto di un paradigma liberale già in crisi.

The former chief economist of the IMF argued that a Keynesian “revolution” is needed to prevent a future “catastrophe”. His thesis is criticized here on the basis of a scientific investigation of the historical process called “law of reproduction and tendency of capital”. A prediction arises from this research: the freedom of capital and its tendency to centralize in fewer and fewer hands represent a threat to other freedoms and to the liberal democratic institutions. With such a prospect, it is not enough to invoke Keynes or a basic income. The only revolution capable of preventing a catastrophe of rights lies in the relaunching of the strongest lever in the history of political struggles: collective planning, conceived this time in the new sense of development factor of free social individuality and of a new liberated human kind. A challenge that requires a rethinking of all the movements of struggle and emancipation of our time, still closed in the narrow enclosure of a neoliberal paradigm already in crisis.

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30 Settembre 2020
pubblicato da Il Ponte

Dire Cefalonia stando a Roma

Cefaloniadi Luca Baiada

1943, settembre. A Cefalonia ci sono migliaia di militari italiani. Fra loro, quelli che sino a ora sono stati fascisti e alcuni che lo rimarranno. Dopo l’armistizio, mentre la Germania nazista occupa l’Italia, in pochi giorni convulsi si gioca il loro destino. Molti lo subiscono, molti lo affrontano: non si consegnano ai tedeschi, combattono in condizioni di inferiorità, vengono sopraffatti. Dopo la cattura sono sterminati, contro ogni garanzia delle leggi di guerra; i superstiti sono deportati, parecchi non faranno ritorno.

Resterà sempre difficile, la ricostruzione esatta dei segmenti di questa cosa senza nome e con molte facce: tragedia, epopea, crimine, trionfo dell’assurdo e delle contraddizioni, grandezza del coraggio e miseria della guerra. Di certo ci sono dentro: l’infamia del fascismo, la fuga del re, la latitanza dei comandi, l’idiozia nefasta di ogni conformismo, la miopia delle alte gerarchie, l’antico scollamento dell’Italia fra il popolo e i suoi dirigenti. Ma c’è dentro anche una possibilità di riscattarsi, dopo anni di dittatura, malgrado la propaganda e persino nei momenti più terribili. Si impara, da una storia così robusta, caotica, antiretorica. Una storia profondamente umana.

2020, gennaio. L’Italia è una Repubblica, la Costituzione vuole lo spirito democratico nell’ordinamento delle forze armate e la partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia. Un gruppo di sopravvissuti alle stragi naziste e di familiari delle vittime sta chiedendo, appunto, giustizia. Quella penale è una partita persa, ormai. Ma quella civile, coi risarcimenti, è possibile e ha solide ragioni. Le pronunce dei tribunali, della Cassazione e della Corte costituzionale, un convegno in Senato con Liliana Segre: tutto conferma i loro diritti.

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22 Settembre 2020
pubblicato da Il Ponte

Federalismo e regionalismo

Federalismodi Gaetano Salvemini  [Pubblicato su Il Ponte, n. 7, luglio 1949]

Non dispiaccia a Zuccarini e ai lettori di «Critica Politica» il mio franco parlare. Ma da quanto ho appreso studiando il pensiero di Cattaneo e di Mazzini, credo di poter con sicura coscienza affermare che Arcangelo Ghisleri commise a suo tempo un errore “storico”, quando, nell’articolo ripubblicato da «Critica Politica», gennaio 1949, cercò di conciliare il federalismo di Cattaneo col centralismo di Mazzini, e affermò che i due erano d’accordo sul problema della “regione”. E per quanto posso apprezzare le condizioni dell’Italia, non fra il 1830 e il 1870, fra il 1945 e il 1949, i repubblicani d’oggi commisero un errore “pratico”, quando si associarono ai clericali nel votare una “regione”, che non ha nulla da vedere né con la “regione” di Cattaneo né con quella di Mazzini.

Cattaneo e Mazzini

Cattaneo, ai suoi tempi, si oppose alla idea che una Costituente Nazionale potesse creare in Italia, a un tratto, con un colpo di bacchetta magica, un nuovo sistema amministrativo, dopo avere abolito tutte le istituzioni, che le singole sezioni della penisola avevano ereditato da una storia piú che due volte millenaria. Cattaneo avrebbe voluto che in ciascuna di quelle sezioni tradizionali, dopo la espulsione delle vecchie dinastie, un Parlamento locale continuasse a provvedere ai bisogni locali, modificando le istituzioni locali via via che gli interessati ne sentissero la necessità; al disopra dei Parlamenti locali doveva essere creato un Parlamento federale – organo nuovo sorto con la nuova unità politica italiana – il quale curasse i soli interessi comuni a tutta l’Italia unificata. Al di sotto dei Parlamenti locali, dovevano rimanere le municipalità, anche esse elettive e non asservite alle autorità regionali, come queste non dovevano essere asservite alla nuova autorità federale nazionale. Modello la Svizzera e gli Stati Uniti.

Le idee di Cattaneo non ebbero fortuna. Prevalse l’accentramento burocratico a tipo franco-piemontese. Inutile ricercare qui i perché (lo accennai in illo tempore nella prefazione alle Piú belle pagine di Carlo Cattaneo, pubblicate dall’editore Treves nel 1921).

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18 Settembre 2020
pubblicato da Il Ponte

Referendum: la cecità del SÌ


[Dal sito volerelaluna]
di Tomaso Montanari

«Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» (Matteo 15, 14).

È davvero difficile trovare parole più adatte a commentare le argomentazioni che in queste settimane provengono dal vastissimo fronte del SÌ, che comprende (ricordiamolo) pressoché tutti i poteri e tutti i partiti, e però pretende di agire per redimere il Parlamento dagli abusi dei poteri e dei partiti.

Non mi riferisco alle “argomentazioni” più triviali, che sono peraltro anche quelle più diffuse e trainanti: il taglio delle poltrone, la guerra alla casta, il risparmio sulla democrazia, il disprezzo decisionista per la perdita di tempo del “parlare” in Parlamento. No, mi riferisco alle (per me sconcertanti) argomentazioni di personalità colte e autorevoli, ad alcune delle quali sono peraltro legato da vincoli di affetto, stima, riconoscenza. La caratteristica più sorprendente di queste argomentazioni è proprio la cecità, innanzitutto verso se stesse. Nel senso che si tratta di ottime argomentazioni per il NO: cui segue, con sorprendente ribaltamento, la comunicazione (non di rado imbarazzata, e quasi reticente) del voto al SÌ.

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8 Settembre 2020
pubblicato da Il Ponte

Un No secco per la democrazia

di Roberto Passini e Paolo Solimeno

La riduzione del numero di deputati e senatori votata in quarta e ultima lettura alla Camera l’8 ottobre 2019 si presenta al voto popolare del referendum costituzionale “oppositivo” il 20 e 21 settembre con argomenti e schieramenti diversi da quelli che sostennero, o avversarono, l’iniziativa in parlamento. Se le eterogenee porzioni del popolo sovrano che saranno sollecitate anche dal voto per i consigli regionali (anzi per i presidenti delle giunte, come ha voluto una resistibile modifica del 2001 del Titolo V della Costituzione) decideranno di ridurre il proprio potere, curiosamente non gioiranno politici e opinionisti che da trent’anni chiedono riforme antiparlamentari e governabilità perché condividerebbero la vittoria con l’antagonista Movimento 5 Stelle.

E questa è una preziosa fortuna per le nostre istituzioni democratiche. Il Movimento ormai acefalo si era presentato con un’idea apparentemente diversa dalle solite riforme che da quarant’anni affaticano il dibattito politico italiano: toccando solo tre articoli della Costituzione si abbandonava l’obiettivo salvifico di Berlusconi e Renzi della “governabilità” attraverso il rafforzamento dell’esecutivo per afferrare invece risultati più esili, eppure di facile comunicazione: l’attacco alla casta (da parte della stessa casta) e la riduzione (irrisoria e arbitraria) dei costi di funzionamento del parlamento.

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28 Agosto 2020
pubblicato da Il Ponte

Il parlamento e l’asino di Buridano: perché “No”

Asino di Buridanodi Angelo Tonnellato

Chi ha letto su «la Repubblica» di domenica 23 agosto lo splendido e sapiente articolo di Gustavo Zagrebelsky, Se la Costituzione resta nascosta dietro una diatriba tutta politica, sulla difficoltà (o piuttosto impossibilità) di prendere posizione rispetto al sì/no che saremo richiesti di esprimere, fra qualche settimana, sulla riforma che riduce il numero dei parlamentari – portando da 630 a 400 i deputati e da 315 a 200 i senatori – avrà certo apprezzato e gustato la bella e acuta funzionalizzazione che l’illustre costituzionalista ha compiuto del cosiddetto «paradosso dell’asino», attribuito a Jean Buridan, allievo di Occam – quello del rasoio, per intenderci – e rettore della Sorbona fra il 1327 e il 1348. Uno scholasticus divenuto celebre per un “paradosso” che, in realtà, non è suo. Introvabile infatti tra i sophismata Buridani, il paradosso, in forma diversa ma sostanza uguale, circolava quanto meno dai tempi di Aristotele; ed era familiare anche a Dante, che lo mette a verbale nel IV del Paradiso, il canto dei dubbi del poeta sui voti inadempiuti e dei correlativi responsa di Beatrice:

Intra due cibi, distanti e moventi
d’un modo, prima si morria di fame,
che liber’omo l’un recasse ai denti;
sì si starebbe un agno intra due brame
di fieri lupi, igualmente temendo
sì si starebbe un cane intra due dame

Incerto nella scelta fra due identiche provviste – due mucchi di fieno e un secchio d’acqua collocati da un lato e altrettanti messi a disposizione da un altro – «un asino affamato e assetato […] resta fermo e muore». La “storiella” è per la verità un po’ inverosimile, se riguardata dal lato, diciamo così, dell’asino che pur ne è il protagonista: come scrisse nel 1881 il dantista Antonio Gualberto De Marzo, rilanciando un’obiezione anch’essa assai più antica, «è da dubitarsi però se l’asino di Buridano avesse avuto la compiacenza di morir di fame per fare onore a questa legge dell’equilibrio».

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21 Agosto 2020
pubblicato da Il Ponte

Ripartire dallo Stato. Intervista a Boaventura De Sousa Santos

De Sousa Santos[di Elena Ciccarello da Volere la luna]

Non può esserci transizione ecologica e culturale senza una profonda reinvenzione dello Stato. Ne è convinto Boaventura De Sousa Santos, sociologo dell’Università di Coimbra, in Portogallo, uno dei padri fondatori del World social forum, da anni intellettuale cerniera tra accademia e movimenti sociali. De Sousa Santos, da poche settimane autore per Castelvecchi di un’agile riflessione sulla pandemia, La crudele pedagogia del virus, ha discusso in anteprima con lavialibera i contenuti della sua prossima opera, attesa per l’autunno.

Professore, qual è la pedagogia di Covid-19?

Possiamo trarre diverse lezioni da questa pandemia. Date le conoscenze sempre più convergenti sui rapporti causali tra il cambiamento climatico e il ripetersi delle epidemie, credo che la prima lezione da trarre sia che il rapporto tra natura e società che ha dominato il mondo dal XVI secolo, convertito in un sistema filosofico da Cartesio nel XVII secolo, sia giunto al termine. Questo sistema concepisce la natura come materia inerte, priva dell’infinito dello spirito: una risorsa a nostra disposizione e sfruttabile, senza limiti.
In questa prospettiva, la pandemia suona come un segnale: la natura soffre lo sviluppo di tipo estrattivista, se continuiamo ad aggredirla potrebbe rivoltarsi contro la vita umana e mettervi fine. È questa la lezione più radicale che posso trarre dall’attuale pandemia.
Una seconda lezione è che lo Stato è importante e non solo uno strumento di oppressione. Negli ultimi 40 anni il neoliberismo ha diffuso l’idea secondo cui l’unico sistema regolatore razionale ed efficace delle relazioni sociali è il mercato. Cioè l’economia capitalista. E che, al contrario, lo Stato è corrotto, inefficiente e la sua partecipazione all’economia e alla società dovrebbe essere ridotta al minimo. Quando è arrivata la pandemia, però, nessuno si è rivolto ai mercati per ottenere protezione. Ci siamo rivolti allo Stato.
La terza lezione è che l’orientamento politico dei governi conta, almeno in tempi di pandemia. Durante la crisi alcuni Stati hanno riconosciuto più valore alla vita dei loro cittadini che all’economia, mentre altri l’hanno trattata come fosse subalterna, come se l’economia potesse prosperare su un mucchio di cadaveri. I governi di destra ed estrema destra hanno minimizzato la gravità della crisi, cercato capri espiatori, distrutto la poca protezione sociale che esisteva all’interno dei loro confini e causato disastri umanitari: penso al caso dell’Inghilterra, degli Stati Uniti, del Brasile, dell’Ecuador e dell’India.
Infine, la pandemia ha mostrato con intensità drammatica l’estensione delle disuguaglianze sociali.

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16 Agosto 2020
pubblicato da Il Ponte

Rispetto, memoria e giustizia

Possetti

di Egle Possetti

[Il 14 agosto, nel secondo anniversario della strage del Ponte Morandi, pochi giorni dopo l’inaugurazione del ponte ricostruito, il Comitato familiari vittime Ponte Morandi, che non aveva partecipato all’inaugurazione istituzionale, ha organizzato una giornata della memoria, in una “radura” sotto il ponte, per ricordare “dal basso” le 43 vittime, in uno spazio circolare segnato da 43 alberi, ognuno diverso dall’altro. La presidente del Comitato familiari vittime, Egle Possetti, ha espresso, con parole dure e antiretoriche, il punto di vista di una collettività indignata e risoluta: un grande esempio di azione civile. Quel discorso, pronunciato subito dopo le parole del presidente del consiglio Giuseppe Conte, invitato a partecipare dal Comitato, sono state trasmesse in diretta da RaiNews24 per poi scomparire nei vari tg nazionali. Tra i giornali, solo «Il Fatto Quotidiano» del 15 agosto ne ha pubblicato integralmente il testo. Lo facciamo anche noi, con piena condivisione. La citazione con cui Egle Possetti conclude il suo intervento è dello scrittore Washington Irving.]

 

Questa giornata è il tentativo di fermare l’oblio. La radura in cui ci troviamo oggi è il primo embrione del futuro memoriale che sarà necessario affinché questa tragedia vergognosa possa restare incisa per sempre. Non ci stancheremo mai di dire queste parole: rispetto, memoria e giustizia.

In questi due anni abbiamo sentito dichiarazioni di profonda arroganza da parte di chi ha gestito e gestisce questa infrastruttura, l’arroganza di chi non ha chiesto scusa nei tempi umanamente accettabili e ha preteso di ricostruire un nuovo ponte dopo quanto avvenuto. Per fortuna, quest’ultima assurda richiesta è stata “stracciata” dalla massima Corte del nostro Stato, che ha dato un importante segnale.

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