17 settembre 2018
pubblicato da Luke

Verità e bufale sul Tav Torino-Lione

No Tavdi Livio Pepino

Il “contratto di governo” tra M5S e Lega prevede, con riguardo alla Nuova linea ferroviaria Torino-Lione, «l’impegno a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia». A ciò il ministro delle Infrastrutture Toninelli ha aggiunto l’ovvio: cioè che, in attesa di tale confronto, ogni determinazione diretta a realizzare un avanzamento dell’opera sarebbe considerata dal governo «un atto ostile». Indicazioni assai caute, dunque, ben lungi da una dichiarazione di ostilità al Tav. Ma tanto è bastato a produrre un duplice effetto. Da un lato ha finalmente aperto un dibattito sulla effettiva utilità dell’opera, fino a ieri esorcizzato dalla rappresentazione del movimento No Tav, complice la Procura della Repubblica di Torino, come un insieme di trogloditi e terroristi. Dall’altro ha mandato in fibrillazione i promotori (pubblici e privati) dell’opera, l’establishment affaristico, finanziario e politico che la sostiene e i grandi media che ne sono espressione («La Stampa» e «la Repubblica» in testa) che, non paghi di ripetere luoghi comuni ultraventennali sulla necessità dell’opera per evitare l’isolamento del Piemonte dall’Europa (sic!), hanno cominciato a evocare fantasiose penali in caso di recesso dell’Italia.

In questo contesto e per consentire un confronto razionale è, dunque, utile fare il punto sulla situazione, partendo dall’esame delle affermazioni più diffuse circa l’utilità dell’opera.

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5 settembre 2018
pubblicato da Il Ponte

San Giuseppe dei falegnami, di chi la colpa?

San Giuseppe dei falegnamidi Tomaso Montanari

È terribilmente rivelatrice la delusione dei cronisti, nelle ore successive al collasso del tetto della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami a Roma, il 30 agosto 2018. «Ma quali capolavori sono stati distrutti?»; «A quanti milioni di euro ammonta il danno, possibile non lo si possa quantificare?». Ebbene, la perdita di San Giuseppe non si misura con i nomi degli artisti da “grande mostra”, né con quotazioni da asta internazionale. E l’unica risposta possibile è una domanda: quanto riteniamo importante, quanto valutiamo l’integrità del nostro corpo, anzi del nostro volto? Quella piccola chiesa piantata nel cuore stesso di una storia millenaria non era solo la redditizia location per l’industria dei matrimoni “religiosi”: no, era anche una cellula del nostro volto collettivo. Un brandello del tessuto, unico al mondo, che chiamiamo Italia. Un lembo di pelle e di carne che oggi è distrutto.

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2 settembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Walter Veltroni e la rifondazione della sinistra

Veltronidi Massimo Jasonni

Walter Veltroni delinea su «la Repubblica», 29 agosto, una rifondazione della sinistra che tale, in realtà, non è. In essa si evocano due padri del socialismo, Piero Calamandrei e Altiero Spinelli, ma la citazione è tanto immotivata, quanto impropria alla luce del contesto. Di Calamandrei, che anche Berlusconi vantava fantasticamente essere suo affine, si tace il programma di trasformazione della società, fondato sul diritto al lavoro, sull’effettiva partecipazione dei lavoratori al governo, sul diritto al salario, ovvero l’essenza di un pensiero che si trasfuse in Costituzione repubblicana. Di Altiero Spinelli si omette di dire che l’Europa, di cui l’allievo di Cattaneo fu portavoce a Ventotene, ha a che fare con l’attuale Unione europea come le vongole alla marinara con il brodo dei tortellini.

Sicché la democrazia «veloce e trasparente», che Veltroni propone in contrappunto a una democrazia lenta e debole, non può essere accostata al ricordo di Calamandrei o di Spinelli, semmai rimanda a ciò che è rock e ciò che rock non è, di Adriano Celentano.

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20 agosto 2018
pubblicato da Il Ponte

Tre capitalismi in Russia: un passo avanti e due indietro

Russiadi Albert Ivanovič Kravčenko

(Traduzione dall’inglese di Patrizia Bernardini)

Lo sviluppo storico della Russia si differenzia da quello occidentale fondamentalmente per la sua non linearità. Con questo termine intendiamo una graduale ascesa dal livello minimo a quello massimo, mentre viene mantenuta la direzione prescelta. Per quanto riguarda la sua economia, la cultura e il modo di pensare della popolazione, la Russia è un paese né capitalista né socialista, ma questo concetto può essere formulato anche diversamente: la Russia è, per l’esattezza, un paese capitalista e socialista in quanto entrambi gli aspetti vi sono presenti, ma nascosti, e si alternano nel corso del tempo: la società russa è talvolta di mercato e talvolta non di mercato. Lo sviluppo millenario del paese oscilla infatti tra due estremi: mercato e non mercato, valori collettivisti e individualisti, orientamenti provenienti storicamente ora dall’Europa occidentale, ora dall’Eurasia.

Nel corso dell’ultimo secolo la Russia ha fatto tre tentativi per introdurre il capitalismo: 1) nel periodo pre-rivoluzione (dal 1861 al 1917); 2) nel periodo post-rivoluzione (dal 1921 al 1929-34); 3) nel periodo post-sovietico (dal 1989 a oggi). Non è possibile considerare questi tentativi come stadi di uno stesso sviluppo, come anelli di un’unica catena, e vedremo perché.

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10 agosto 2018
pubblicato da Il Ponte

Ancora sull’egemonia di destra

di Mario Pezzella

Aggiungo qualche osservazione a due precedenti articoli sul governo attuale, pubblicati in questo sito1.

L’illusione che i Cinque Stelle potessero moderare la componente leghista e neofascista del governo è durata poco; sono proprio Casaleggio e Grillo ad avanzare la proposta più eversiva e a dire quello che molti pensano e finora non avevano osato dire: meglio abolire il Parlamento e sostituirlo con una piattaforma on line, gestita da una élite tecnocratica e mediale. La prima risposta è facile e facilmente condivisibile: stringiamoci a difesa, con tutti quelli che ci stanno, della democrazia minacciata.

Purtroppo le cose non sono così semplici. Il Parlamento italiano, nell’ultimo ventennio, è precipitato in un profondo discredito: è un fatto indubitabile e riconosciuto, tanto che le esternazioni sulla possibilità di abolirlo non suscitano grande sorpresa o ondate di indignazione. Corruzione, compravendita di voti, trasformismo selvaggio, sbilanciamento dei poteri a favore dell’esecutivo, sudditanza verso i poteri finanziari ed economici europei e le loro trojke più o meno mascherate da Monti, hanno portato alla disgregazione di fatto del potere legislativo che la nostra Costituzione attribuiva al Parlamento. Si sprecano i paragoni infausti con la Germania di Weimar o con l’Italia del primo dopoguerra. Si ricorda perfino il discorso di Mussolini, quello famoso in cui definiva il parlamento “un’aula sorda e grigia”, che poteva trasformare in bivacco per i suoi manipoli (oggi si potrebbe aggiornare: “in una sala di proiezioni per le mie slides”).

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6 agosto 2018
pubblicato da Il Ponte

Ricordo di Ada Rossi

Lotte Dann Trevesdi Lotte Dann Treves

[Lotte Dann Treves è mancata la sera del 31 luglio. Pubblicare questo ricordo inedito, raccolto da Andrea Ricciardi e letto durante la presentazione di un libro su Ada Rossi a Roma nel febbraio 2017, è un ottimo modo per ricordare la vedova di Paolo Treves, una donna davvero speciale]

Devo premettere che non ho incontrato Ernesto Rossi che una sola volta e per pochi minuti. Ada, invece, l’ho conosciuta attraverso la più amica delle mie amiche, la carissima e indimenticabile Cetta Cifarelli, recentemente scomparsa, che mi raccontava come lei e Ada si fossero prese cura con grande coraggio e, talvolta, perfino con audacia dei vecchi antifascisti quando Michele ed Ernesto, per effetto delle persecuzioni e delle vessazioni dei fascisti, non erano più in grado di organizzare e governare la propria esistenza. Io ascoltavo i racconti con ammirazione. Ma ho incontrato Ada solo dopo la morte del marito, quando l’abbiamo accompagnata alla Clinica chirurgica del Policlinico, dove lui era stato operato ed era morto, per ritirare alcune cose rimaste là. L’intesa è stata immediata e non è mai venuta meno. Ada raccontava con sobria obiettività e spesso con umorismo della sua difficile vita, del lungo confino e della lunghissima separazione dal marito, col quale credo abbia davvero convissuto solo dopo la fine del fascismo. Mai quei racconti avevano il minimo “sottotono” di lamento o volevano suscitare compassione, anche se era ovvio che c’era stata molta sofferenza e grande fatica in quei viaggi, quando le veniva concesso il permesso di andare a far visita al marito in carcere, sempre sotto rigorosa sorveglianza e come il bacio che era ammesso, quando era ammesso, serviva spesso per passare da bocca a bocca un minuscolo foglietto con le ultime informazioni e istruzioni.

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3 agosto 2018
pubblicato da Il Ponte

Saviano e la sinistra

Roberto Savianodi Tomaso Montanari

Caro direttore,

Roberto Saviano ha invitato a rompere il silenzio sulla politica e la retorica sostanzialmente fasciste di Matteo Salvini.

Ho dedicato un piccolo libro (Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità, Torino, Edizioni del Gruppo Abele, 2017) al dovere di – sono parole di Bobbio – non lasciare il monopolio della verità a chi ha già il monopolio della forza: e lì ho indicato proprio in Saviano uno dei non molti intellettuali liberi, e disposti a schierarsi. Su Salvini, poi, ho preso la parola in ogni sede: scrivendo, tra l’altro, la prefazione al libro che Antonello Caporale e Paper First hanno dedicato al «ministro della paura».

Ma rompere il silenzio non basta. Racconta Emilio Lussu di un comizio in cui, quando un ascoltatore reclamò: «voce!», si sentì rispondere: «orecchio!». Per battere questa destra orrenda serve più orecchio che voce.

Ci vuole ascolto, per capire perché (oltre al tessuto ricco, e talvolta razzista, del Nord che da anni si riconosce nel potere della Lega) anche i poveri, gli ultimi, gli «scartati» (come li chiama papa Francesco) hanno votato in massa per le forze che si sono saldate in questo governo. E perché, nonostante tutto, continuano a sostenerle. Se non lo capiamo, rischiamo di maledire un sintomo (Salvini) senza curare la malattia.

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1 agosto 2018
pubblicato da Il Ponte

Minoranze linguistiche e diritti ancora da ratificare

Lamberto Zannierdi Mitja Stefancic

Pur avendo fatto passi in avanti, l’Italia non ha ancora raggiunto degli standard ottimali nella tutela delle minoranze etniche autoctone che risiedono entro i confini nazionali. A ricordarlo è stato Lamberto Zannier, commissario Osce, durante la conferenza internazionale che si è tenuta il 16 luglio a Udine. L’Italia infatti a oggi non ha ancora ratificato la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, un documento importantissimo per proteggere i diritti delle minoranze etniche, in primis quello di tenere viva la loro cultura, con la possibilità che la stessa si possa sviluppare nel tempo.

Di cosa si tratta precisamente? La Carta europea delle lingue regionali o minoritarie rappresenta un impegno scritto del Consiglio d’Europa a favore della protezione delle minoranze etniche. Che l’Italia non l’abbia ancora ratificata appare tanto più sorprendente se si tiene conto che la stessa Costituzione italiana spinge a riconoscere e a tutelare le lingue e le culture minoritarie. L’Art. 6 della Costituzione infatti tutela le minoranze linguistiche intese come minoranze etniche culturali, consentendo l’emanazione di apposite norme per la loro salvaguardia.

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21 luglio 2018
pubblicato da Il Ponte

La qualità della nostra democrazia

Costituzione italianadi Paolo Bagnoli

Rileggere Piero Calamandrei è sempre edificante. La ripubblicazione, in apertura dell’ultimo fascicolo del «Ponte» (n. 3, maggio-giugno 2018) dell’ultimo articolo da lui scritto, Questa nostra Repubblica – introdotto da una ficcante nota di Marcello Rossi – spinge a riflettere sul valore fondante della Costituzione e sulla natura della Repubblica parlamentare.

Il ragionamento che sviluppa Calamandrei sulle tipicità della Costituzione – rigida e programmatica – non risente dell’usura del tempo perché, se così fosse, anche la Costituzione risulterebbe inadeguata; tuttavia, viste le condizioni del paese, non si registra una cognizione precisa del dettato costituzionale. Basti pensare che c’è chi ritiene – come Giorgia Meloni – che si debba permettere alla polizia l’uso della tortura; che il ministro degli Interni ordini quanto è di spettanza della giurisdizione; che un sottosegretario alla Giustizia intervenga in Aula tacciando di «rilievo penale» le critiche delle opposizioni, ignorando che la Costituzione recita che «i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni». Di controcanto, il suo pari grado leghista al ministero, si è augurato la scomparsa delle «correnti di sinistra» tra i magistrati. Potremmo continuare. Tali affermazioni non possono che inquietare, ponendosi fuori e contro lo Stato di diritto che la Costituzione garantisce.

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17 luglio 2018
pubblicato da Il Ponte

Il partito della democrazia

Jeremy Corbyndi Andrea Panaccione

Il piccolo ma molto condensato (forse troppo) volume di Paolo Bagnoli (Il partito della democrazia, Milano, Biblion, 2018, pp. 65), apparso nella stimolante collana Biblion International Monographs, si compone di due brevi capitoli, l’uno introduttivo e l’altro conclusivo, dedicati rispettivamente alla scomparsa di un soggetto politico che faccia riferimento al socialismo non solo nel nostro paese e alle ragioni e condizioni di superamento di questa crisi; tra questi due capitoli è collocata una più ampia traccia storica su quella che è stata la vicenda della principale forza politica socialista in Italia, colta soprattutto attraverso la cultura politica che l’ha alimentata e che essa ha contribuito a diffondere nella nostra società.

Vorrei partire proprio da questo capitolo centrale («Il partito della democrazia. Per una riflessione storico-critica sul Psi») perché è in esso che troviamo il senso di tutto il saggio di Bagnoli e del suo stesso titolo. La formazione di quello che alla fine dell’Ottocento diventerà il Partito socialista e il primo partito politico di massa nella storia d’Italia è giustamente ricondotta dall’autore alle questioni lasciate irrisolte dal processo risorgimentale e portate avanti, nei decenni successivi all’Unità, dalla sua componente democratica: le questioni dell’arretratezza e delle ingiustizie sociali e le questioni politiche dell’estraneità delle classi popolari al nuovo Stato.

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