24 Marzo 2019
pubblicato da Il Ponte

Degrado e rinascenza della politica

di Massimo Jasonni

Nel quadro devastato dell’attuale universo politico non solo italiano, ma anche europeo, si fanno sempre più ricorrenti alcune fole che, da qualche tempo a questa parte, hanno accompagnato la formazione del governo giallo-verde e, più in generale, il rafforzamento delle destre nel Continente. Anche le primarie del Pd sono state lette e analizzate entro una logica perversa che ha privilegiato due profili: quello dei vizi insiti nel principio di rappresentanza a impronta liberaldemocratica, più volgarmente dicasi dell’inaffidabilità del consenso espresso dal «popolo bue», e quello della dimenticanza sostanziale dei programmi.

L’approccio, in un caso o nell’altro, è, se non sbagliato, certo insufficiente. Esso dimentica le ragioni profonde che possono desumersi, sul piano etico e storico ancor prima che politico, dal deliberato delle urne e rischia di cadere nella più classica trappola del qualunquismo nostrano, finendo per attribuire alla Politica il ruolo di X Factor, Beautiful o affini. Ne è che i giornali e le televisioni, nella stragrande maggioranza dei casi, vanno alla criminalizzazione o alla beatificazione, e quindi alla banalizzazione degli esiti elettorali e, per tale via, finiscono nella riproposizione di un modello politico che, nel ricordo delle correnti della Dc, fu tipico della Prima repubblica. Il problema, in effetti, non sta in che cosa “comunica” Zingaretti, o in che cosa possano ancora dire, con ipocriti appelli all’unità, i suoi sedicenti antagonisti pidiessini; né sta nel modo in cui la moribonda sinistra italiana possa riacquisire forza di governo facendo alleanze col M5S o, viceversa, con la Lega. Ma in ben altro.

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22 Marzo 2019
pubblicato da Il Ponte

Rosa Luxemburg interprete del nazionalismo economico

Rosa Luxemburg di Luca Michelini

Cadeva il 15 gennaio il centenario dell’assassinio politico di Rosa Luxemburg, tra le più importanti teoriche marxiste del primo Novecento, impegnata in politica su più fronti nazionali (tedesco, polacco, russo). Fu una dirigente politica come oggi non ne esistono più: era allora tradizione che i programmi di azione venissero elaborati sulla base di un’analisi delle tendenze della società capitalista; non solo di quella nazionale, ma degli equilibri europei e mondiali. Era uno degli insegnamenti di Karl Marx, che aveva polemizzato contro i tentativi insurrezionali di Giuseppe Mazzini, la cui realizzazione astraeva ostinatamente dal contesto economico e sociale e si risolvevano in ripetute sconfitte.

La più celebre polemica in cui si è cimentata Luxemburg fu quella contro E. Bernstein, che voleva incanalare il movimento operaio verso una strategia riformatrice, abbandonando ogni proposito di rivoluzione. Fu tra le più lucide nel sottolineare che sarebbero state le classi dominanti a tradire i principi liberal-democratici, quando le riforme ne avessero intaccato i privilegi economici. Il socialismo, che era l’unica organizzazione di peso a difendere la democrazia borghese, era cioè obbligato a non rinunciare ai propositi rivoluzionari, perché sarebbe stata la logica storica delle riforme a imporne la razionalità, pena il disfacimento sociale e la nascita di sistemi autoritari.

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8 Marzo 2019
pubblicato da Il Ponte

Rosso di sera

rosso di seradi Lanfranco Binni

L’elettorato del Pd, travolto e tramortito dalle disfatte renziane del 4 dicembre 2016 e del 4 marzo 2018, da più di due anni spettatore passivo di una deriva politicista dell’apparato di un ex partito di potere in crisi, nelle primarie del 3 marzo ha finalmente lanciato un segnale chiaro di discontinuità con il renzismo. È un elettorato composito in cui coesistono gruppi sociali e orientamenti diversi: dalle confuse eredità Pci-Pds-Ds a quelle cattoliche della Margherita, dalle componenti anziane del sindacalismo confederale ad alcune aree di voto al M5S rifluite sul Pd in dissenso con le politiche dell’attuale governo gialloverde. Il segnale è comunque importante e sollecita i gruppi dirigenti del Pd a “cambiare rotta”, affidando questo compito impegnativo al nuovo segretario eletto. Ora il problema è proprio questo: su quale linea politica l’apparato del Pd (parlamentari, amministratori locali, funzionari) potrà cambiare rotta rispetto alle pratiche berlusconiane, liberiste e atlantiste della stagione renziana. Il tutto in presenza di un governo nazionale in cui l’abbraccio letale tra M5S e Lega, determinato dallo stesso Pd dopo le elezioni del 4 marzo 2018, sta provocando il rafforzamento della Lega su una linea di estrema destra e l’evidente crisi del M5S su una non-linea «né di destra né di sinistra».

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2 Marzo 2019
pubblicato da Il Ponte

Appello di giuristi per il rispetto dei diritti fondamentali di tutti gli individui

DirittiLa Costituzione italiana, nel riconoscere i diritti inviolabili delle persone (art. 2) e la loro eguaglianza senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3), stabilisce che l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme di diritto internazionale consuetudinario (art. 10). Tra queste vi è il divieto di respingimento di una persona verso un paese dove sussista un serio rischio di essere sottoposti a tortura o a trattamenti inumani o degradanti.

La persona umana, in quanto tale, è protetta dalle convenzioni internazionali che obbligano al salvataggio in mare, come quelle per la salvaguardia della vita umana in mare (Solas-Safety of Life at Sea, Londra, 1974), sulla ricerca e il salvataggio marittimo (Sar-International Convention on Maritime Search and Rescue, Amburgo, 1979) e sul diritto del mare (Unclos-United Nations Convention on the Law of the Sea, Montego Bay, 1982). In particolare, la Convenzione Sar reca un preciso obbligo di soccorso e assistenza delle persone in mare e il dovere di sbarcare i naufraghi in un porto sicuro.

Con particolare riferimento ai rifugiati, la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati va applicata senza discriminazioni quanto alla razza, alla religione o al paese d’origine (art. 3). Essa vieta l’espulsione o il respingimento, in qualsiasi modo, di un rifugiato «verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche» (art. 33).

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15 Febbraio 2019
pubblicato da Il Ponte

Le travail c’est la santé, rien faire c’est la conserver

tom sawyerdi Piergiovanni Pelfer

Il lavoro è una dannazione divina, dice la Bibbia. L’uomo era stato creato per vivere nell’Eden senza far nulla, tutto il necessario era disponibile e a portata di mano. Mark Twain definisce bene il lavoro nel suo romanzo Le avventure di Tom Sawyer: «Tom disse a se stesso che il mondo non era poi così desolato, in fin dei conti. Senza rendersene conto, aveva scoperto una grande legge delle azioni umane, vale a dire che per indurre un uomo o un ragazzo a bramare qualcosa, è necessario soltanto far sì che quella cosa sia difficile da ottenere. Se fosse stato un grande e savio filosofo, come l’autore del presente libro, si sarebbe reso conto, a questo punto, che il lavoro consiste in qualsiasi cosa una persona è costretta a fare, mentre il divertimento consiste in qualsiasi cosa una persona non è costretta a fare. E ciò lo aiuterebbe a capire perché fare fiori artificiali o sorvegliare un mulino è un lavoro mentre lanciare grosse palle contro birilli o scalare il Monte Bianco è soltanto divertimento. Vi sono ricchi gentiluomini, in Inghilterra, che guidano carrozze con tiri a quattro, per trenta o quaranta chilometri al giorno, in estate, perché un simile privilegio costa loro parecchi quattrini; ma, se venisse offerto loro un compenso per questa fatica, ciò la tramuterebbe in lavoro, e in tal caso darebbero le dimissioni».

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12 Febbraio 2019
pubblicato da Il Ponte

Il potere nasce dalla canna del fucile? Tra Resistenza e Costituzione

Partigianidi Silvia Calamandrei

Il libro di Giuseppe Filippetta (L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione, Milano, Feltrinelli, 2018) già dal titolo, che riprende un’espressione dello scrittore e partigiano Marcello Venturi1, e dal sottotitolo, ci preannuncia un’interpretazione controcorrente della genesi della nostra carta costituzionale, posta nel segno della discontinuità come frutto di un’esperienza di sovranità dal basso, individuale, esercitata nelle bande partigiane.

Rovesciando in positivo l’entrata nella “terra di nessuno” che segue l’8 settembre, quel precipitare in uno stato hobbesiano dell’homo homini lupus a cui tanti, rifacendosi al catastrofismo del sattiano De profundis, hanno fatto risalire la “morte della patria”, l’autore ne sottolinea invece il potenziale di innesco di una ripresa di sovranità dal basso, nella scelta individuale della lotta armata partigiana. Come testi di riferimento e chiavi interpretative ha Una guerra civile di Claudio Pavone e la Resistenza perfetta di Giovanni De Luna, e scrive un saggio “post-revisionista” in cui profonde la sua cultura di giurista, per smarcarsi dall’interpretazione “continuista” che tanti giuristi hanno dato della Costituzione repubblicana, a partire da Costantino Mortati.

Per meglio valutare la novità dell’approccio e il target polemico la chiave si trova nel capitolo finale, «La sovranità dimenticata», dove, dopo aver confutato il saggio Rivoluzione e diritto di Santi Romano (settembre 1944), si stigmatizza il “catastrofismo giuridico” dei vari Satta, Capograssi e Carnelutti. Secondo Filippetta la maggioranza dei giuristi italiani vive l’8 settembre come una sorta di Tsimtsum cabalistico nel quale lo Stato si ritrae e la scena della sovranità è occupata da una moltitudine di singolarità individuali, non legittimate ad agire da sovrani. Santi Romano nega la capacità di ordinamento della Resistenza, pur cogliendone la portata rivoluzionaria. Secondo quanto scrive, «il ritrarsi dello Stato ha lasciato posto alla violenza di una moltitudine di individui che si vogliono sovrani, ma che non sono in grado di produrre un ordine e che agiscono in nome di una giustizia che in realtà non conoscono».

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3 Febbraio 2019
pubblicato da Il Ponte

Sardegna, elezioni senza rappresentanza

Sardegnadi Mario Monforte

In Sardegna «il 40.4% al centrosinistra, il 28.9% al M5S, il 27.8% al centrodestra». Cosí i media. Aggiunta: al voto il 15.5% degli aventi diritto, ossia meno di 230.000 sui poco meno di 1.480.000. Consueti commenti frettolosi sull’astensione: campagne elettorali non ben riuscite, candidati non abbastanza indovinati, ecc., per passare a “vincitori” e “vinti”, con il centrosinistra che gongola sulla sua (presunta) “rimonta”, con gli altri che garantiscono «è solo un incidente di percorso», con il M5S che critica Salvini per aver ri-presentato la Lega con Berlusconi & Co., ecc. Nel frammezzo si (ri-)dice – un’ennesima volta – della “disaffezione al voto”, dell’“astensione di protesta”, di “crisi della democrazia rappresentativa”. E poi si va avanti, come sempre.

Ma di quali “vittorie” e “sconfitte” si parla? I “vincitori” (virgolette d’obbligo) hanno preso circa 92.000 voti, gli altri rispettivamente 66.000 e 63.000 circa. E questo – ripetiamolo – su circa 1.480.000 elettori. Che rappresentatività hanno vincitori e vinti?

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27 Gennaio 2019
pubblicato da Il Ponte

Memoria di un anno di memoria

di Luca Baiada

Se ne parla tanto, provo a vedere se funziona.

Gennaio 2018, un anno fa. Il presidente della Repubblica condanna i giuristi del fascismo e denuncia «la complicità di organismi dello Stato, di intellettuali, giuristi, magistrati» nello sterminio degli ebrei. Parole importanti, soprattutto per il riferimento ai notabilati intellettuali e ai magistrati. Il fascismo non fu solo cosa di energumeni.

Alla presa di posizione di Mattarella, nelle magistrature nessuna associazione dà risposte ufficiali. Contemporaneamente al messaggio, nella Scuola della magistratura, a Scandicci, c’è il corso La psicologia del giudicare; si parla continuamente di memoria (testimoni, false memorie eccetera), però lo sterminio non viene ricordato. In seguito, durante l’anno il sito di Magistratura democratica proporrà interventi per provare a spezzare il muro di silenzio e di ovvietà.

Marzo. A una cerimonia di apertura dell’anno giudiziario si solleva un problema che ha dell’incredibile: l’Avvocatura dello Stato italiana ha preso le difese della Germania nei processi civili sui risarcimenti da stragi e deportazioni. La cosa è criticata davanti ai rappresentanti del Foro, ai giornalisti, ai comandi militari. L’Avvocatura dello Stato non risponde. Un giornale riprende appena la questione.

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7 Gennaio 2019
pubblicato da Il Ponte

Resistenza civile?

di Paolo Bagnoli

Il 2018 passerà alla storia come l’anno gialloverde, quello di un’esperienza che segna, da una parte, il punto di arrivo dei fallimenti politici succedutisi dal 1994 in poi e, dall’altra, la discesa di qualità, se non l’avvio di una vera e propria dissoluzione, della nostra democrazia. Il tutto si esprime e si sintetizza nella maggioranza di governo composta da due populismi – peraltro non similari né convergenti – che si trovano d’accordo solo nella gestione e occupazione del potere con una stressante competizione, dal momento che ognuno bada solo a pascolare il proprio popolo. Non è un caso, infatti, che quanto viene realizzato non è intestato al governo, mai ai singoli partiti. È un qualcosa che non troviamo in nessun’altra parte d’Europa.

Così, se sotto il profilo dell’analisi si tratta di un fenomeno che è giusto indagare e studiare, sotto il profilo delle ripercussioni politiche immediate i contraccolpi negativi sul nostro paese hanno una valenza doppia e, progressivamente, se le sofferenze istituzionali e sociali si salderanno, il mix può rivelarsi esplosivo. La domanda che sorge spontanea è se il paese viva una drammatica fase congiunturale oppure uno stadio avanzato verso l’istituzionalizzazione delle gravi anomalie cui assistiamo giorno dopo giorno. La più grave di queste è certamente l’umiliazione del Parlamento. Tale situazione determina una sostanziale riduzione della capacità di governare: un profilo che emerge con sempre maggiore evidenza. Tutta la vicenda della manovra finanziaria lo attesta. La conseguenza certa è che invece di una crescita avremo solo un incremento della spesa corrente dal momento che dovremo pagare a caro prezzo il reperimento di risorse che non abbiamo.

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28 Dicembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Crisi italiana in arrivo o minaccia di una seconda crisi dell’Euro

pierre moscovicidi Winfried Wolf

I titoloni dei giornali di questi giorni suonano Il debito italiano allarma la Ue – cosí la «Sueddeutsche Zeitung» del 19 ottobre, già in prima pagina. Esperti finanziari avanzano argomentazioni offensive nei confronti di Roma; Clemens Fuest, presidente dell’«Istituto Ifo» di Monaco parla sull’«Handelsblatt» del 14 ottobre del paziente italiano, e si dichiara favorevole «all’isolamento finanziario dell’Italia». Si tratterebbe ora di «mantenere la stabilità finanziaria almeno nel resto dell’Europa in caso di fallimento dello Stato italiano». E il commissario Ue, Pierre Moscovici, agisce in maniera estremamente aggressiva: il 19 ottobre indirizzava al governo italiano una “lettera di fuoco” in cui sosteneva che Roma avrebbe «trasgredito le regole della Ue sul debito in una misura mai precedentemente verificatasi».

Sono solo stupidaggini e al tempo stesso creazione di panico, che può effettivamente condurre a un panico finanziario. È pur vero che il debito pubblico italiano è alto. Commisurato al Pil segna il 130% (o anche: l’intero debito pubblico italiano è di un buon 30% maggiore del Pil attuale del paese). È anche esatto che l’Ue aveva concordato per questa quota di debito un limite del 60%. Eppure tale asticella viene abbattuta da quasi tutti i paesi dell’eurozona, recentemente perfino dalla Germania. E, soprattutto, ci sono grandi paesi dell’Ue, come la Francia e la Spagna, il cui debito è ormai arrivato al 100% del Pil e che, dunque, al presente cozzano contro il “criterio Maastricht”. Se si osserva il grafico dell’evoluzione delle quote di debito, appaiono chiare tre cose: 1) nel 2006 – prima della grande crisi – c’era una differenza tra i paesi piú indebitati e quelli che lo erano di meno che di solito si aggirava sui 35 punti percentuali; le quote di indebitamento dei paesi meno indebitati si aggiravano sul 60-70% (nel caso della Spagna perfino del 40%); quelle dei paesi piú indebitati, Italia e Grecia, avevano una quota vicina al 100%. Oggi questa differenza è di circa 40 punti percentuali.

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