28 Marzo 2020
pubblicato da Il Ponte

Economia di guerra e Covid-19

Economia di guerradi Luca Michelini

1. Macron, Presidente della Repubblica Francese, si è spinto a invocare per l’emergenza Covid-19 la “mobilitazione generale”, “perché siamo in guerra”1. Si invoca, insomma, la creazione di una sorta di economia di guerra. Ciò che del resto sta accadendo in Italia e nel resto d’Europa con un ritardo forse colpevole (il caso inglese essendo il più sconcertante), è paragonabile a provvedimenti tipici di una economia di guerra, anche se le nostre massime autorità, il Presidente del Consiglio Conte e il Presidente della Repubblica Mattarella, hanno finora adottato toni assai più misurati di quelli usati da Macron. Nel recente decreto del Governo italiano, in ogni caso, compaiono disposizioni in merito ad eventuali “requisizioni”2, provvedimento tipico da economia di guerra. E non bisogna dimenticare che le economie di guerra, quando è il “nemico” a dettare la tempistica, nascono spesso con provvedimenti presi poco alla volta, sull’onda dell’emergenza e dei repentini cambiamenti di scenario, senza alcuna predisposizione precedente di una qualche effettiva rilevanza3. Siamo dunque agli esordi di una possibile economia di guerra, i cui sviluppi dipendono dall’evolversi della situazione sanitaria. Così almeno fu il caso dell’Italia nel corso della Prima Guerra Mondiale. E mi limito volutamente a questo esempio perché vittorioso nonostante tutto; cioè nonostante il fatto che è in questa guerra che hanno radici i turbamenti sociali che portarono alla dittatura fascista e dunque alla seconda guerra mondiale.

Se pur tra mille cautele dovute principalmente al fatto che sono uno spettatore di quanto avviene e non appartengo al novero di coloro che guardano “la macchina” dall’interno e quindi hanno informazioni oggi fondamentali per valutare la situazione, ciò che sta accadendo può spingere a svolgere alcune considerazioni di carattere generale.

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21 Marzo 2020
pubblicato da Il Ponte

Il sipario della notte

Cassandra crossingdi Luca Baiada

Non volevo farmi dettare l’ordine del discorso da un cosino invisibile e dai suoi monatti. Ho resistito, anche quando ho visto un uomo al mercato, con la mascherina e sopra una maschera subacquea, di quelle su tutta la faccia e col tubo (per la spesa, indicava col dito e gorgogliava). Però mi ha convinto a scrivere, lo ammetto, un cartellino spaventato sulla serranda del barbiere. Ho pensato al 1939, alle botteghe di Londra sotto la Luftwaffe, con l’avviso: «Open as usual». Adesso ascolto Giorgio Gaber, La peste, 1974.

Prima settimane di tamtam nauseante, poi si mette da parte ogni misura e, come se non bastasse il dolore vero per le perdite di vite umane, l’angoscia di massa diventa obbligatoria. Praticamente non si parla d’altro. Gaber: «La gente ha paura, comincia a diffidare, si chiude nelle case…».

Si inseguono provvedimenti bellici. Sono testi scritti e no, diffusi, rettificati, annunciati, inaspriti. Di critica vera ce n’è poca, tale è il terrore di contraddire la narrazione preventiva e punitiva. Da rileggere, Michel Foucault, Nascita della biopolitica: corso al Collège de France, del 2004. Il biopotere impazza senza il contrappeso di un filosofo, a un Socrate farebbero la multa o mescerebbero cicuta in un vasetto sterile.

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15 Marzo 2020
pubblicato da Lanfranco Binni

Mutanti e replicanti

di Lanfranco Binni

Dovremo occuparci a lungo, e con tempi sempre più ravvicinati tra un’epidemia e l’altra, delle mutazioni virali indotte dai cambiamenti climatici, provocati a loro volta dalle devastazioni del capitalismo terminale. Anzi, saranno i nuovi virus ignoti a occuparsi della specie umana. Non è vero, se mai lo è stato, che natura non facit saltus: il “salto di specie” virale da animali a umani in condizioni di nuove necessità (tutte le specie si difendono), stravolge i percorsi apparentemente lineari della storia umana.

Sull’origine dell’attuale epidemia attribuita a uno dei tanti virus della categoria “coronavirus” non sappiamo molto, ne conosciamo alcuni focolai che si stanno connettendo a livello globale, e nei suoi percorsi attraverso i continenti il virus Covid-19 assume caratteristiche diverse, interagendo con i diversi ambienti naturali e antropici. Ne vediamo gli effetti sanitari, economici, culturali e politici, mentre le vere cause sono ignorate dagli assetti istituzionali delle società. Le risposte sanitarie sono antiche, e sono ancestrali le paure. Un’epidemia che si sta trasformando in pandemia viene affrontata come questione esclusivamente sanitaria, e il metodo è lo stesso con cui furono affrontate le epidemie storiche (la “peste nera” che devastò l’Europa medievale, la “spagnola” negli anni della Prima guerra mondiale, fino all’Hiv, a Ebola, e a tante altre forme di mutazioni virali in corso nel mondo, in ogni continente: il contenimento del contagio, fino all’isolamento e alla medicalizzazione degli infetti, nella speranza di sconfiggere la malattia con vaccini sempre in ritardo rispetto alle emergenze, e soprattutto contando su una sua remissione più o meno spontanea e ignota quanto le sue improvvise e imprevedibili manifestazioni. In un pianeta fortemente e “biopoliticamente” interconnesso, in un contesto ambientale compromesso dai cambiamenti climatici in corso, le epidemie virali hanno effetti immediati sulle società umane. Non intervenendo sulle vere cause ambientali che hanno indotto “salti di specie”, potrà accadere che l’attuale epidemia di Covid-19 prima o poi venga contenuta, ma il suo contenimento sarà soltanto un episodio nella marcia tenace dei virus di quella e di altre categorie: i virus cambiano forma, mutano, si adattano a nuovi ospiti, si prendono tempo per poi manifestarsi di nuovo in altre condizioni. Non sappiamo perché in una provincia cinese del nostro tempo alcuni virus ospitati in alcune varietà di pipistrello (animale geniale, mammifero volante, onnipotente) siano stati indotti a sperimentare nuove avventure, nuove trasformazioni, e non sappiamo – tra le tante cose che non conosciamo – per quali ragioni miliardi di locuste (sì, come nella narrazione biblica) stiano devastando il Corno d’Africa, distruggendo le povere economie locali, mentre sono prevedibili incursioni di “cavallette” in Sicilia e in Sardegna, nel nostro sud in fase di desertificazione. Cambiamenti climatici? Certamente. E questo è il nostro contesto reale, compresa l’assenza di politiche internazionali su questa vera e drammatica emergenza prevedibile e distruttiva. Continua a leggere →

5 Marzo 2020
pubblicato da Il Ponte

Nel ventennale della scomparsa di Craxi

Bettino Craxidi Paolo Bagnoli

Il ventesimo anniversario della morte di Bettino Craxi, scomparso ad Hammamet il 19 gennaio 2000, ha riempito non solo per alcuni giorni le pagine dei giornali e gli schermi televisivi, ma ha visto una considerevole produzione letteraria e anche un film. Per giorni pertanto di Craxi si è parlato molto. Era scontato che così fosse, ma, a ben vedere, agli atti non rimane alcun giudizio politico di fondo. È prevalso il personaggio: soprattutto si è parlato dei suoi ultimi mesi di vita, ma non si può dire che si siano fatti i conti con ciò che egli ha rappresentato per le sorti del socialismo italiano che con lui è praticamente scomparso. Non si è affrontato ciò che ha rappresentato e prodotto l’esperienza craxiana, ma oggettivare la stagione di Craxi è assolutamente necessario per rimuovere un immenso macigno che ha reso praticamente impossibile rimettere in discussione le possibilità di ripresa – meglio sarebbe dire di rinascita – di un soggetto socialista cui si lega, necessariamente, la sinistra, sia quella di origine classista sia quella di matrice laica.

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25 Febbraio 2020
pubblicato da Il Ponte

Sogni e realtà della Cina del 2020

Cina[Fondazione Basso, 14 febbraio 2020: Tavola rotonda con Romeo Orlandi, Simone Pieranni e Marina Miranda, coordinata da Silvia Calamandrei. Il dibattito si è concluso con i ringraziamenti di Franco Ippolito, presidente della Fondazione Basso.]

Giovanni I. Giannoli, Fondazione Basso

Nell’introdurre il nostro incontro, voglio innanzi tutto ringraziare Silvia Calamandrei, Marina Miranda Romeo Orlandi e Simone Pieranni, che hanno accettato di condividere la loro esperienza e i loro studi, per questo seminario di informazione e di riflessione sulla Cina contemporanea. A nome della «Fondazione Basso» e del suo presidente, ringrazio tutti i convenuti, che con la loro presenza sostengono il nostro interesse per il tema.

Questo incontro avviene in un periodo del tutto particolare: sono certo che ne parleranno diffusamente coloro che mi seguiranno tra poco. La Cina affronta in queste settimane una prova che non ha probabilmente analoghi nella nostra memoria. Più che all’aspetto strettamente sanitario, mi riferisco soprattutto ai riflessi e alle implicazioni che l’attuale epidemia può ben presto avere, sul piano sociale, economico, politico, psicologico e comportamentale, a causa dell’estensione e – soprattutto – della rapidità con la quale queste implicazioni sembrano capaci di diffondersi a livello globale: ben al di là, per altro, dei confini cinesi. Comunque, questa drammatica prova potrebbe investire alcuni nodi cruciali dello sviluppo e dell’attuale congiuntura cinese. Tutti quanti, immagino, condividiamo l’augurio di un rapido e duraturo successo, al grande Paese, nel circoscrivere e superare la crisi attuale.

Non è certo da oggi che la «Fondazione Basso» pone al centro della sua riflessione i nodi più complessi e problematici delle società contemporanee: la natura e l’evoluzione dei rapporti di produzione, le forme dell’esercizio del potere, il terreno dei diritti e quello della democrazia. Proprio in queste settimane, abbiamo avviato un nuovo programma di studi, che riguarda le controverse e precarie relazioni tra capitalismo e democrazia: tra le attuali forme (e tendenze) dei rapporti di produzione e i molteplici sintomi di una crisi profonda della democrazia.

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21 Febbraio 2020
pubblicato da Il Ponte

Gioie e dolori dell’autodissociazione

Giuseppe Contedi Valeria Turra

Gli eventi politici delle ultime settimane vorrebbero chiudere per Giuseppe Conte, non ci fossero evidenti sfasature, un cerchio, da molti mesi iniziato a disegnare, per accentrare su di sé il potere a scapito dei partiti eletti dal popolo sovrano; un cerchio di cui l’elettore ha avuto prima contezza in occasione della conferenza stampa tenuta dall’allora primo ministro del governo gialloverde la sera del 3 giugno 2019, ovvero all’indomani dell’exploit leghista alle Europee. Partito con toni accomodanti verso entrambi i suoi vice, il premier palesa nel finale lo scopo vero della convocazione dei giornalisti: entrambi, Di Maio e Salvini, dovranno lasciargli carta bianca nelle trattative europee, altrimenti Conte rimetterà l’incarico nelle mani del presidente della Repubblica. Già in quei giorni non fu difficile prevedere che, dietro il dichiarato tentativo di scongiurare una (discutibilissima) procedura di infrazione per debito eccessivo, ci fosse il rischio di dovere accettare contropartite rischiose per l’economia italiana, e intuire che dietro l’ultimatum di Conte premesse l’urgenza di un’assunzione di “pieni poteri” per trattare in sede europea questioni delicatissime per il popolo italiano senza l’interferenza dei partiti votati (nella fattispecie, come solo gradualmente si farà palese, il (presunto) “pacchetto Mes”), mettendo in assoluto non cale il fatto che gli elettori considerassero il presidente del Consiglio (autoproclamatosi solo un anno prima «avvocato del popolo») come semplice garante di un programma critico verso l’Ue e non un leader che autonomamente potesse gestire i rapporti europei con tanto di “postura di resa” all’asse franco-tedesco. Tuttavia i due obiettivi principali del discorso, ovvero Salvini e Di Maio, quasi Conte non avesse parlato, continuarono a credere di potere influire con le proprie forze politiche sull’attuazione della riforma del Mes, senza accorgersi (o così lasciando credere poi agli italiani) che intanto, in Europa, Conte prendeva accordi non congrui con le indicazioni dei partiti eletti, quindi degli elettori.

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17 Febbraio 2020
pubblicato da Il Ponte

Elogio della censura

di Massimo Jasonni

Ci sono parole che il mondo moderno ha escluso dal vocabolario corrente, o, comunque, ha assunto in termini vieppiù negativi. Il Postmoderno, l’attualità sono venuti al seguito e hanno così finito per rimuovere, in via definitiva, tali parole. Censura ne è un esempio tipico.

Oggi una mera proposta di censura, o anche solo una pallida idea del censurare è, se è consentito un gioco di parole, di per sé censurabile: il verbo evoca non una critica costruttiva, ma una biasimevole repressione intellettuale, in sostanza si traduce in un’intollerabile violazione della libertà.

Ma forse è il caso di ripensarci su, raccogliendo alcune indicazioni della filologia e della storia.

Censura, da censeo – censēre, indica una catalogazione, che nella Roma antica fu iscrizione di popolo nei registri: attività talmente significativa sul piano civile, da indurre all’instaurazione di un’apposita magistratura. Più nel dettaglio, census ricorre sin dalle origini regie, poi consolari del mondo latino: Livio ne dice con riferimento ad alti giureconsulti, dediti all’arte militare, quindi in età matura degni delle mansioni complesse della classificazione demografica1. Parliamo di un ufficio pubblico non a caso a termine2, in genere non ripetibile e con connesse competenze amministrative e finanziarie. Semanticamente la nobiltà istituzionale è iscritta nello stesso censēre: ove traspare un giudizio maturo, un opinamento razionale e responsabile, per conseguenza l’espressione di una proficua discrezionalità operativa.

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3 Febbraio 2020
pubblicato da Il Ponte

Destra su destra

Socialismodi Marcello Rossi

Giornali e televisioni nell’ultimo scorcio di campagna elettorale hanno insistito giorno dopo giorno sull’idea che le elezioni regionali – e in particolare quelle dell’Emilia-Romagna – sarebbero state un banco di prova fondamentale per le sorti del governo. Banco di prova se Salvini avesse vinto perché, se il Pd di Bonaccini avesse mantenuto le posizioni, nel governo nulla sarebbe cambiato. E così è avvenuto. Tuttavia, a scanso di equivoci, le quattro “forze” di governo – o meglio, le quattro “debolezze” – di fronte alla possibilità che la Lega si impadronisse dell’Emilia-Romagna hanno da subito sostenuto che una cosa erano le elezioni regionali, altra cosa le nazionali e si sono aggrappate alla regola secondo cui, finché il governo ha in parlamento la maggioranza, il governo è in carica e la Costituzione è rispettata.

Questo uso disinvolto della Costituzione che privilegia la forma sulla sostanza mi riporta a un famoso discorso di Calamandrei[1]. Scriveva il Nostro, riferendosi all’uso sui generis che la Democrazia cristiana faceva della Costituzione: «la maggioranza democristiana, magnitudine sua laborans, è stata portata dalla sua stessa onnipotenza schiacciante a identificare la Costituzione con se medesima; le sorti della Costituzione colle sue proprie sorti elettorali. […] E allora la conclusione, prima appena sussurrata, poi in questi ultimi tempi apertamente proclamata, è venuta da sé: non è il governo che deve adattarsi alle esigenze della Costituzione, è la Costituzione che deve conformarsi alle esigenze di questo governo. […] Questa non è la Costituzione fatta dal popolo italiano per il popolo italiano: questa è la Costituzione fatta perché la maggioranza democristiana possa continuare per omnia saecula a rimaner maggioranza. […] È stato detto che la schiettezza di una democrazia è data dalla lealtà con cui il partito che è al potere è disposto a lasciarlo: la lealtà del giuoco democratico è soprattutto nel suo “saper perdere”. Ma la democrazia diventa una vuota parola quando il partito che si è servito dei metodi democratici per salire al potere è disposto a violarli per rimanervi […] anche quando nel paese sia diventato minoranza».

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31 Gennaio 2020
pubblicato da Il Ponte

Chiudere il carcere col metodo Basaglia

Carceredi Giampiero Ballotti

Del carcere non importa nulla a nessuno. O meglio, a pochissimi. Ogni tanto se ne parla un po’ grazie all’opera umanitaria di qualche partito o associazione o di qualche esponente politico per farsi pubblicità: i Radicali, l’associazione fiorentina «L’altro diritto», un centro di documentazione i cui avvocati seguono le violazioni commesse in carcere.

Nel 2013, la Carta europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia con una «sentenza pilota» per i trattamenti inumani e degradanti riservati ai detenuti. Ma tutto va come prima: Sollicciano continua a essere invivibile come già lo trovammo qualche anno fa.

Numerosi risarcimenti per ingiuste detenzioni, anche solo in custodia cautelare, cui è seguita l’assoluzione. Per le domande di risarcimento, nel 2014 ne sono state accolte 995 per 35 milioni di euro e dal 1991 al 2012 lo Stato ha speso 580 milioni di euro per 23.226 cittadini ingiustamente finiti in prigione.

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11 Gennaio 2020
pubblicato da Il Ponte

Ancora sulla prescrizione. E sui gradi del giudizio penale


di Massimo Jasonni

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di tutto può essere incolpato, ma non di essere uomo poco coraggioso. Ha avuto il coraggio di affermare pubblicamente che sono stati fatti passi avanti importanti, all’interno delle contrapposte forze governative, nella discussione sull’abrogazione della prescrizione. In ogni caso – ha precisato – «è stato abolito il totem della prescrizione».

In verità, l’istituto della prescrizione penale non è un totem, come il signor ministro sostiene, ma rappresenta una conquista civile di profondo significato etico e culturale nella battaglia che le democrazie hanno condotto nel secolo scorso contro i totalitarismi e in contrapposizione al dogmatismo religioso su cui il diritto dell’età della Controriforma e il Codice canonico del 1917 avevano declinato il principio della non prescrivibilità dei delitti contro la fede. Quelle battaglie hanno preso corpo in Italia, alla fine del secondo conflitto mondiale, con l’approvazione della Costituzione repubblicana. «Il Ponte» è già intervenuto sul tema più volte, e non ha mancato di sottolineare come lo Stato laico, pure erettosi sul principio di sovranità, dunque sull’indisponibilità a consentire impunità o fasce di privilegio nell’intervento punitivo del pubblico ministero, abbia tuttavia affermato la sua idiosincrasia per logiche autoritarie imperniate sulla fissità e sulla rigidità di una giustizia penale “eterna”, depauperata da prefissati confini cronologici.

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