6 Ottobre 2020
pubblicato da Il Ponte

Catastrofe o rivoluzione

Catastrofe o rivoluzionedi Emiliano Brancaccio

[Una versione di questo saggio è stata pubblicata in E. Brancaccio (con G. Russo Spena), Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione, Roma, Meltemi, 2020.]

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L’ex capo economista del Fondo monetario internazionale ha sostenuto che per scongiurare una futura “catastrofe” serve una “rivoluzione” keynesiana della politica economica. La sua tesi viene qui sottoposta a esame critico sulla base di un criterio di indagine scientifica del processo storico definito «legge di riproduzione e tendenza del capitale». Da questo metodo di ricerca scaturisce una previsione: la libertà del capitale e la sua tendenza a centralizzarsi in sempre meno mani costituiscono una minaccia per le altre libertà e per le istituzioni liberaldemocratiche del nostro tempo. Dinanzi a una simile prospettiva Keynes non basta, come non basta invocare un reddito. L’unica rivoluzione in grado di scongiurare una catastrofe dei diritti risiede nel recupero e nel rilancio della più forte leva nella storia delle lotte politiche: la pianificazione collettiva, intesa questa volta nel senso inedito e sovversivo di fattore di sviluppo della libera individualità sociale e di un nuovo tipo umano liberato. Una sfida che mette in discussione un’intera architettura di credenze e impone una riflessione a tutti i movimenti di lotta e di emancipazione del nostro tempo, tuttora chiusi nell’angusto recinto di un paradigma liberale già in crisi.

The former chief economist of the IMF argued that a Keynesian “revolution” is needed to prevent a future “catastrophe”. His thesis is criticized here on the basis of a scientific investigation of the historical process called “law of reproduction and tendency of capital”. A prediction arises from this research: the freedom of capital and its tendency to centralize in fewer and fewer hands represent a threat to other freedoms and to the liberal democratic institutions. With such a prospect, it is not enough to invoke Keynes or a basic income. The only revolution capable of preventing a catastrophe of rights lies in the relaunching of the strongest lever in the history of political struggles: collective planning, conceived this time in the new sense of development factor of free social individuality and of a new liberated human kind. A challenge that requires a rethinking of all the movements of struggle and emancipation of our time, still closed in the narrow enclosure of a neoliberal paradigm already in crisis.

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21 Agosto 2020
pubblicato da Il Ponte

Ripartire dallo Stato. Intervista a Boaventura De Sousa Santos

De Sousa Santos[di Elena Ciccarello da Volere la luna]

Non può esserci transizione ecologica e culturale senza una profonda reinvenzione dello Stato. Ne è convinto Boaventura De Sousa Santos, sociologo dell’Università di Coimbra, in Portogallo, uno dei padri fondatori del World social forum, da anni intellettuale cerniera tra accademia e movimenti sociali. De Sousa Santos, da poche settimane autore per Castelvecchi di un’agile riflessione sulla pandemia, La crudele pedagogia del virus, ha discusso in anteprima con lavialibera i contenuti della sua prossima opera, attesa per l’autunno.

Professore, qual è la pedagogia di Covid-19?

Possiamo trarre diverse lezioni da questa pandemia. Date le conoscenze sempre più convergenti sui rapporti causali tra il cambiamento climatico e il ripetersi delle epidemie, credo che la prima lezione da trarre sia che il rapporto tra natura e società che ha dominato il mondo dal XVI secolo, convertito in un sistema filosofico da Cartesio nel XVII secolo, sia giunto al termine. Questo sistema concepisce la natura come materia inerte, priva dell’infinito dello spirito: una risorsa a nostra disposizione e sfruttabile, senza limiti.
In questa prospettiva, la pandemia suona come un segnale: la natura soffre lo sviluppo di tipo estrattivista, se continuiamo ad aggredirla potrebbe rivoltarsi contro la vita umana e mettervi fine. È questa la lezione più radicale che posso trarre dall’attuale pandemia.
Una seconda lezione è che lo Stato è importante e non solo uno strumento di oppressione. Negli ultimi 40 anni il neoliberismo ha diffuso l’idea secondo cui l’unico sistema regolatore razionale ed efficace delle relazioni sociali è il mercato. Cioè l’economia capitalista. E che, al contrario, lo Stato è corrotto, inefficiente e la sua partecipazione all’economia e alla società dovrebbe essere ridotta al minimo. Quando è arrivata la pandemia, però, nessuno si è rivolto ai mercati per ottenere protezione. Ci siamo rivolti allo Stato.
La terza lezione è che l’orientamento politico dei governi conta, almeno in tempi di pandemia. Durante la crisi alcuni Stati hanno riconosciuto più valore alla vita dei loro cittadini che all’economia, mentre altri l’hanno trattata come fosse subalterna, come se l’economia potesse prosperare su un mucchio di cadaveri. I governi di destra ed estrema destra hanno minimizzato la gravità della crisi, cercato capri espiatori, distrutto la poca protezione sociale che esisteva all’interno dei loro confini e causato disastri umanitari: penso al caso dell’Inghilterra, degli Stati Uniti, del Brasile, dell’Ecuador e dell’India.
Infine, la pandemia ha mostrato con intensità drammatica l’estensione delle disuguaglianze sociali.

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22 Dicembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Una maggioranza che consuma senza lavorare: l’Italia secondo Luca Ricolfi

Luca Ricolfidi Nicolò Bellanca

L’Italia è, secondo Luca Ricolfi, un paese prospero e stagnante i cui abitanti in maggioranza non lavoranoi. Viviamo in una società nella quale è diffuso l’accesso a consumi opulenti, l’economia è entrata in un regime di stagnazione o di decrescita e il numero di cittadini inoccupati ha superato il numero di quelli occupati. Questa «società signorile di massa» poggia sulla ricchezza reale e finanziaria che è stata accumulata dalle due generazioni precedenti (il patrimonio degli italiani, arrivato intorno ai 10.000 miliardi di euro, supera di quasi 9 volte il reddito disponibile) e su circa tre milioni di persone (straniere) che svolgono, in condizioni paraschiavistiche, le mansioni che noi evitiamo di svolgere (lavori stagionali, assistenza domiciliare, prostituzione, colf, dipendenti in nero, facchini della logistica, gig economy, muratori)ii.

In senso tecnico e senza alcun giudizio morale, per Ricolfi la maggioranza degli italiani (più esattamente, il 52,2% dei residenti con età superiore a 14 anni) è composta di “parassiti”: persone che consumano un reddito senza lavorare, e quindi senza contribuire alla sua formazione. Questo esercito di parassiti anima una società nella quale è diffusa la fruizione di beni voluttuari e di lusso (il 65% degli italiani fa vacanze lunghe e il 50% possiede una seconda abitazione al mare o in montagna) e si adagia in un’economia che, unica in Europa, esprime un tasso di crescita di medio periodo inferiore all’1% annuo.

La società che Ricolfi descrive si basa sul fragile equilibrio per il quale una ricchezza che proviene dal passato sorregge dei consumi che superano la produzioneiii. Ma, egli aggiunge, l’immobilità ventennale della produttività del lavoroiv provoca la perdita di posizioni competitive da parte del nostro paese e l’appesantimento del debito pubblico. Ne segue un progressivo ridursi degli stock di ricchezza e dei consumi opulenti, che condurrà la società signorile di massa a collassare.

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5 Dicembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Il Fondo Giacomo Becattini presso la Biblioteca di Scienze Sociali dell’Università di Firenze

Fondo Giacomo Becattini di Marco Dardi

Il prossimo venerdì 6 dicembre, presso la Biblioteca di Scienze Sociali del Polo universitario di Novoli, si terrà un incontro di presentazione del Fondo costituito da carte e libri appartenuti a Giacomo Becattini (Firenze 1927-Scandicci 2017) e donati dalla famiglia all’Università di Firenze. Il fondo comprende l’intero archivio personale di Becattini e una parte della sua biblioteca di lavoro. L’inventario del fondo sarà disponibile online non appena ultimate le operazioni di riordino e catalogazione di tutti i materiali contenuti. Un’altra parte della biblioteca di lavoro di Becattini, ristretta tematicamente a pubblicazioni su economia italiana e distretti industriali, fu donata in vita da lui stesso alla biblioteca del Polo universitario Città di Prato, dove è andata a formare un altro Fondo Becattini esistente dal 2003. La parte libraria del nuovo fondo ha carattere meno specialistico e copre tutta la varietà di temi di cui Becattini si è occupato nel corso di una carriera che va dagli anni 50 del secolo scorso fino quasi alla data della sua scomparsa – con un nucleo significativo di volumi su società, cultura e pensiero economico-sociale dell’era vittoriana. Entrambi i fondi, il nuovo e quello pratese, confluiscono nel Sistema Bibliotecario di Ateneo fiorentino e quindi di riflesso in quello della regione toscana (SBART).

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28 Dicembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Crisi italiana in arrivo o minaccia di una seconda crisi dell’Euro

pierre moscovicidi Winfried Wolf

I titoloni dei giornali di questi giorni suonano Il debito italiano allarma la Ue – cosí la «Sueddeutsche Zeitung» del 19 ottobre, già in prima pagina. Esperti finanziari avanzano argomentazioni offensive nei confronti di Roma; Clemens Fuest, presidente dell’«Istituto Ifo» di Monaco parla sull’«Handelsblatt» del 14 ottobre del paziente italiano, e si dichiara favorevole «all’isolamento finanziario dell’Italia». Si tratterebbe ora di «mantenere la stabilità finanziaria almeno nel resto dell’Europa in caso di fallimento dello Stato italiano». E il commissario Ue, Pierre Moscovici, agisce in maniera estremamente aggressiva: il 19 ottobre indirizzava al governo italiano una “lettera di fuoco” in cui sosteneva che Roma avrebbe «trasgredito le regole della Ue sul debito in una misura mai precedentemente verificatasi».

Sono solo stupidaggini e al tempo stesso creazione di panico, che può effettivamente condurre a un panico finanziario. È pur vero che il debito pubblico italiano è alto. Commisurato al Pil segna il 130% (o anche: l’intero debito pubblico italiano è di un buon 30% maggiore del Pil attuale del paese). È anche esatto che l’Ue aveva concordato per questa quota di debito un limite del 60%. Eppure tale asticella viene abbattuta da quasi tutti i paesi dell’eurozona, recentemente perfino dalla Germania. E, soprattutto, ci sono grandi paesi dell’Ue, come la Francia e la Spagna, il cui debito è ormai arrivato al 100% del Pil e che, dunque, al presente cozzano contro il “criterio Maastricht”. Se si osserva il grafico dell’evoluzione delle quote di debito, appaiono chiare tre cose: 1) nel 2006 – prima della grande crisi – c’era una differenza tra i paesi piú indebitati e quelli che lo erano di meno che di solito si aggirava sui 35 punti percentuali; le quote di indebitamento dei paesi meno indebitati si aggiravano sul 60-70% (nel caso della Spagna perfino del 40%); quelle dei paesi piú indebitati, Italia e Grecia, avevano una quota vicina al 100%. Oggi questa differenza è di circa 40 punti percentuali.

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25 Ottobre 2018
pubblicato da Il Ponte

Il Nobel per l’Economia 2018

Nobel Economia 2018di Mitja Stefancic

Non è stata premiata una donna con il Nobel per l’Economia, come volevano le voci di corridoio negli ultimi giorni. Sarebbe stata appena la seconda volta, dopo Elinor Ostrom nel 2009, ma così non è stato. Sulle principali candiate elencate come possibili vincitrici di questo prestigioso riconoscimento (Esther Duflo, Anne Osborn Krueger, Claudia Goldin e Janet Currie) hanno prevalso gli americani William D. Nordhaus e Paul M. Romer, ottenendo il riconoscimento per i loro contributi sullo studio dei cambiamenti climatici, sull’innovazione tecnologica e la crescita endogena.

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22 Marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi (3): una replica

António Costadi Rino Genovese

I sovranisti “di sinistra” mi ricordano (non me ne vorrà Luca Michelini) gli interventisti democratici (e non solo, anche socialisti e anarchici) che furono sommersi dall’ondata nazionalistica della prima guerra mondiale. Le loro istanze progressive si dissolsero rapidamente dentro il ben più consistente moto imperialistico. Certamente i nazionalismi odierni non sono, per nostra fortuna, aggressivi e guerrafondai come quelli del primo Novecento: piuttosto sono il frutto della paura diffusa nei confronti degli immigrati. Sono il riemergere dell’ethnos all’interno di un demos in via di scomposizione: niente più classi sociali politicamente organizzate, nessun “popolo” se non quello inventato dai populismi, soltanto una massa d’individui atomizzati e terrorizzati dal futuro. È evidente che a creare questa situazione hanno contribuito l’ottusità conservatrice in primis tedesca, le politiche liberiste, la recente crisi. Ma sarebbe questa una ragione per dare ragione a chi ha ancora più torto del “liberal-liberismo”, cioè alla reazione che vorrebbe riportarci indietro, considerandola come una plausibile “difesa della società”? E chi vincerebbe alla fine la partita tra sovranisti, nel momento in cui una socialdemocrazia pura e semplice, sul piano delle singole realtà nazionali, appare fuori fase?

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15 Marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi: perché essere contro

Sovranismidi Rino Genovese

Steve Bannon, l’ideologo della campagna elettorale di Trump negli Stati Uniti, è intervenuto qualche giorno fa in Francia in una riunione del Front national (che cambierà nome, si chiamerà Rassemblement national: piccola correzione che dimostra come questo partito non riesca ad andare molto in là nella transizione da una classica estrema destra a un populismo neoperonista – ma di questo dopo…). Ecco quello che Bannon ha dichiarato: “Marine Le Pen lo ha spiegato bene: non ci sono più una destra e una sinistra, si tratta di un’invenzione dell’establishment e dei media per impedirci di arrivare al potere. Lei lo ha detto perfettamente: considerate lo Stato-nazione come un ostacolo da superare o come un gioiello che dev’essere lucidato, curato, mantenuto?” (da “Le Monde” del 13 marzo 2018).

Da decenni si parla di un declino dello Stato-nazione, di una perdita di autonomia della politica sottoposta al primato di un’economia finanziarizzata e globalizzata, di un neoliberalismo planetario: qualcosa di più del semplice credo economico neoliberista, una vera e propria antropologia a vocazione universale, che punterebbe – trovando tuttavia non poche resistenze da parte delle culture particolari – a diventare l’unica cultura sulla faccia della terra. Ora, da questa situazione si possono prospettare due uscite: o verso il passato, con i nazionalismi più o meno spinti, con il protezionismo economico (i dazi di Trump), oppure guardando al futuro, verso formazioni statali sempre più sovranazionali e postnazionali, che abbiano in sé il principio di un federalismo “dall’alto”, nel senso di un’integrazione tra Stati, e al tempo stesso quello di un patto tra gruppi sociali diversi, anche tra culture differenti, per un controllo democratico “dal basso”.

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24 Gennaio 2018
pubblicato da Rino Genovese

Accade in Germania

Merkel Schulzdi Rino Genovese

Quelli che pensano che la Germania sia il cuore infetto reazionario dell’Europa contemporanea dovrebbero riflettere su quanto sta accadendo in questi giorni. Mentre la signora Merkel (tra parentesi, l’unica statista, piaccia o non piaccia, in circolazione nel vecchio continente) riusciva nell’impresa impossibile di una riedizione della “grande coalizione” con i socialdemocratici della Spd (i quali evidentemente non hanno appreso la lezione impartita di recente dalle urne, e continuano a immolarsi sull’altare dell’ “unità nazionale”), la centrale sindacale dei metalmeccanici, che ha quasi quattro milioni d’iscritti, s’impegnava in una piattaforma rivendicativa non di poco momento: settimana lavorativa di 28 ore (attualmente sono 35), con flessibilità  dell’orario per chi lo desidera sull’arco di due anni (per prendersi cura, per esempio, di un bambino o di un parente anziano), e inoltre aumento generalizzato dei salari del 6%.

In un paese la cui economia ha un Pil in crescita del 2,2% nel 2017, e che ha raggiunto la quasi piena occupazione, le proposte dei metalmeccanici tedeschi colpiscono. Anzitutto, come si vede dalla richiesta di aumento salariale, sono fortemente ridistributive: gli operai dicono ai padroni: “Le esportazioni tirano, voi vi state ingrassando, siamo ormai fuori dalla crisi ed è venuto il momento di restituire una parte del maltolto”. Ciò che colpisce di più è che tutto questo s’inquadra in un discorso di riduzione dell’orario di lavoro e di una sua flessibilizzazione nell’interesse, per una volta, del lavoratore e non dell’imprenditore.

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22 Dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Liquidazione della Holding KB1909 Spa e possibili conseguenze per la comunità slovena in Italia

di Mitja Stefancic

Desta apprensione tra la comunità slovena in Italia la recente notizia di messa in liquidazione della KB1909 Spa, holding finanziaria con sede in via Malta, 2, a Gorizia, che svolge un ruolo rilevante per gli equilibri economici e finanziari della suddetta comunità. La KB1909 aveva in passato importanti partecipazioni e investimenti nell’informatica, nell’industria dei medicinali, nell’alimentare, nel settore finanziario, nell’editoria e, infine, nel settore immobiliare. Nel 2007 la società si è quotata con successo nella Borsa di Lubiana, in Slovenia. Poi qualcosa si è evidentemente inceppato. L’espansione del gruppo, avvenuta in modo rapido, attraverso un indebitamento certamente non privo di rischi, ha iniziato a pesare. Il peso è aumentato anche per via dell’evoluzione della crisi finanziaria e quella parallela nell’economia reale, che ha colpito anche i mercati di riferimento del gruppo KB1909.

La proposta di liquidazione della KB1909 Spa è stata pubblicata nella «Gazzetta Ufficiale» in data 19.10.2017, a seguito di una gestione sempre più difficoltosa della menzionata società, aggravata per esempio da alcuni investimenti poco redditizi e dalle perdite in alcuni settori imprenditoriali – tra tutti quello della torrefazione e del commercio del caffè. Nei mesi scorsi si sono susseguite comunicazioni contraddittorie sullo stato di salute della menzionata società: nonostante alcune perdite di non poco conto registrate, per l’appunto, negli esercizi passati, sembrava che ci fossero i presupposti per rimettere la KB1909 Spa in carreggiata, riportando il gruppo a una gestione più equilibrata e sostenibile.

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