15 Ottobre 2014
pubblicato da Il Ponte

Il mondo va pazzo per il Medio Oriente

Medio Orientedi Gian Paolo Calchi Novati

In occasione del centenario della Grande guerra i potenti della Terra pronunciarono pressoché all’unanimità un mea culpa postumo. Anche a costo, come lamentarono alcuni storici, di rimuovere o sminuire le cause profonde del conflitto, i disegni e gli interessi degli Stati, persino i sentimenti spontanei o indotti dei popoli (che alla fine pagarono il prezzo piú alto). Passarono solo poche settimane e si poté verificare che era stato solo uno sfoggio di retorica. La guerra resta la sola “arma” – è proprio il caso di usare questo termine – a cui pensano i governi e di cui apparentemente dispone la diplomazia. Nel suo insieme, l’intervento dell’Occidente nell’area Medio Oriente-Nordafrica di questi anni ha contribuito soprattutto ad attizzare un’inarrestabile escalation di violenza e destabilizzazione. Eppure Barack Obama, un democratico in fama di liberal, il piú “terzomondiale” dei presidenti americani per nascita ed esperienze di vita, non fa altro che ordinare di accendere i motori. La stampa finge di ragionare ma gli opinion leaders arrivano alle stesse conclusioni. Solo la Chiesa cattolica ha mantenuto una sostanziale coerenza lungo la traiettoria interpretativa dell’«inutile strage». Non per niente papa Francesco, da Piazza San Pietro, ha evocato l’immagine di una terza guerra mondiale e a Redipuglia ha definito la guerra «una follia».

I fronti caldi sono disseminati in un teatro che si estende su tre continenti dall’Europa orientale all’Asia passando per le Afriche. I soggetti coinvolti e i motivi del contendere sono diversi e non necessariamente legati fra di loro. Nessuno dei molti focolai attivi mina di per sé l’ordine internazionale. Ma ognuno di essi è la manifestazione di tendenze profonde e di lungo periodo che incidono sul sistema internazionale nel suo complesso. Dopo la fine del bipolarismo non esiste un antagonismo precisabile a livello globale, sebbene gli Stati Uniti abbiano creduto di veder riprodotto uno schema duale, piú congeniale alla strategia di una nazione “indispensabile” votata al ruolo di potenza egemone e di gendarme, identificandolo, a seconda delle circostanze e dell’evoluzione degli eventi, nella sfida del terrorismo internazionale o nelle ambizioni imperiali della Russia. L’ineluttabile confronto con il gigantismo della Cina è lasciato sullo sfondo. Il Medio Oriente, sempre piú nella variante di Grande Medio Oriente, occupa una posizione centrale non solo per ragioni di geopolitica – al crocevia com’è di tre continenti – ma perché con esso si connettono in un senso o nell’altro le varie cause globali (il jihadismo, l’energia, il riarmo nucleare).

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20 Agosto 2014
pubblicato da Rino Genovese

Armi ai curdi? (2)

conflitto sirianodi Rino Genovese

In Siria c’è una guerra nella guerra. Mentre scrivo, probabilmente infuria la battaglia intorno al sobborgo di Marea, avamposto verso Aleppo, nel nord del paese ai confini con la Turchia. Ma non si tratta delle truppe lealiste (quelle fedeli al regime di Assad) contro i ribelli dell’Esercito siriano libero nato dalla spaccatura di qualche anno fa, ai tempi delle rivolte nei paesi arabi. Si tratta piuttosto della battaglia di questi stessi insorti contro gli uomini dell’autoproclamato califfo Ibrahim – al secolo Abu Bakr Al-Baghdadi – che, dopo essersi impadroniti di buona parte del nord dell’Iraq, sono ritornati in forze verso ovest, equipaggiati di tutto punto grazie alle moderne armi di fabbricazione americana strappate all’esercito regolare iracheno. Così si forma uno Stato islamico degno del nome, guerreggiando a oriente come a occidente.

Stati Uniti ed Europa (nonostante il parere di qualcuno, come il presidente francese Hollande) hanno fatto benissimo a tenersi finora fuori dal conflitto siriano. Con la sua trasformazione in una guerra civile di lunga durata – addirittura con tre contendenti, non due – la rivolta contro Assad è stata politicamente sconfitta sul campo, e oggi un macellaio come il dittatore siriano è oggettivamente l’unico rappresentante politico con qualche credibilità all’interno di questa guerra di tutti contro tutti. Altri elementi di relativa stabilità nell’area sono i curdi (sparsi tra i quattro Stati della zona, e cioè tra Siria, Turchia, Iraq e Iran). Sostenere questi ultimi, in particolare nel teatro iracheno, significa per l’Occidente entrare nel conflitto tramite interposta persona. Ciò è evidente, e non si potrà in seguito fare finta di nulla, ossia evitare l’obiettivo politico per il quale i curdi si battono da circa un secolo: la proclamazione di un loro Stato indipendente. Ormai le cose stanno così: o il califfato islamico con le orde jihadiste, o la soluzione della questione curda. Supporre di potere aggirare il problema, magari per far piacere all’alleato turco, vorrebbe dire per l’Occidente chiudere gli occhi davanti alla realtà.

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