29 Agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Le olimpiadi dell’utopia: Barcellona 1936

Barcellona 1936di Raffaele Tedesco

Anche i Giochi di Rio 2016 hanno chiuso il loro sipario. E, siccome ci hanno insegnato che show must go on, già sappiamo che nel 2020 sarà Tokyo a ospitare la fiaccola, mentre per Roma si deciderà se dedicarsi alla costruzione degli impianti o alla riparazione delle buche stradali.

Insomma, ridendo e scherzando, siamo già proiettati verso i XXXII Giochi olimpici moderni, la cui storia ci aiuta bene a capire che lo sport non è affatto solo un gesto atletico o tecnico con cui si compete con altre persone, ma un fenomeno sociale complesso e dalle molte “capacità rappresentative”. Difficilmente un “mezzo neutro”, e spesso un “veicolo” per qualcosa o qualcuno.

In mezzo a questi centoventisei anni (da Atene 1896), c’è un’edizione non annoverata negli annali del Cio, e della quale ricorre il settantesimo anniversario. È un’olimpiade di cui non si conoscono i risultati tecnici e in cui non sono state distribuite medaglie di alcun conio. Qualcuno l’ha definita, amabilmente, «l’olimpiade dell’utopia», forse perché l’uomo ha sempre pensato un “mondo ideale” concepito in antitesi col “mondo reale”, o, forse, perché utopia è “non luogo”, quindi rappresenta “l’impossibile”. Infatti, questi giochi “impossibili” non si sono mai svolti. L’utopia, come vorrebbe Mannheim, non ha trasceso la realtà in direzione rivoluzionaria.

Continua a leggere →

4 Dicembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Tredici novembre: allarmato affresco distopico

il-fondamentalista-riluttante di Antonio Tricomi

Romanzo celebre anche perché Mira Nair ne ha tratto un film che ha riscosso un discreto successo, Il fondamentalista riluttante di Mohsin Hamid (Einaudi, Torino 2007) rievoca in flashback, e per bocca del protagonista, la vicenda di un giovane pakistano di buona ma ormai impoverita famiglia che, laureatosi a Princeton, diventa un valido analista finanziario presso un’influente società di consulenza newyorkese, per poi cambiare totalmente vita dopo l’Undici Settembre 2001. In particolare, dopo l’incontro, in Cile, con un uomo che gli parla degli antichi giannizzeri, descrivendoglieli non solo come ragazzi o bambini di fede cristiana «catturati dagli ottomani e addestrati per essere soldati in un esercito musulmano, a quel tempo il più potente esercito del mondo», ma anche al pari di individui che, appena divenuti adulti, si rivelano «feroci ed estremamente leali», giacché essi «avevano lottato per cancellare dentro di sé la propria cultura, perciò non avevano più nient’altro a cui rivolgersi».

Continua a leggere →

12 Novembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Una storia di diritti e di potere

Israeledi Gian Paolo Calchi Novati

Il numero sette ha avuto un ruolo importante nella vita dello Stato di Israele moderno. Si comincia dal 1897, l’anno del primo Congresso sionista convocato da Theodor Herzl a Basilea. Seguirà, durante la Prima guerra mondiale, la Dichiarazione Balfour del 1917. Nel 1947 finì il mandato della Gran Bretagna e una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite stabilì la spartizione della Palestina in uno Stato arabo e uno Stato ebraico. Vale ancora oggi lo spartiacque rappresentato dalla Guerra dei sei giorni: la vicenda di Israele come Stato e come attore regionale ha un prima e un dopo il 1967. Non è cambiata solo la geografia di Israele e, di riflesso, della Palestina, il suo fratello gemello mai nato. È la natura stessa dello Stato ebraico ad aver mutato di senso influendo sul suo codice identitario fra ebraicità e israelianità e sul modo di interagire con la politica del Medio Oriente e del mondo. Nel 1977, per la prima volta un presidente egiziano sbarcò in Israele e pronunciò un discorso alla Knesset: Anwar Sadat – consapevole delle responsabilità che competevano all’Egitto per essere lo Stato arabo più importante per popolazione, capacità militari e potenzialità economiche – aveva rotto gli indugi e chiese la pace, riconoscendo la sconfitta nel confronto con quel prodotto del sionismo che gli arabi avevano commesso l’errore di ritenere un accidente transeunte.

Continua a leggere →

13 Dicembre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Sopravvivere

Sopravviveredi Rino Genovese

[Intervento al convegno su “Vivere/sopravvivere”, Centro di psicoanalisi romano, 13-14 dicembre 2014]

In Massa e potere (un libro iniziato nel 1939, cioè nel pieno dei totalitarismi europei, e pubblicato nel 1960) Elias Canetti, autore formatosi nell’atmosfera della Vienna di Freud e di Kraus, tematizza la sopravvivenza, e il corrispondente sentimento di soddisfazione nei confronti di chi al contrario è morto, come una caratteristica propria del potere. Il suo discorso, che si avvale di una quantità di esempi tratti dalla storia e soprattutto dall’antropologia culturale, fa del capo – dell’eroe in guerra, e anche del “potente” come colui che detiene il diritto di vita e di morte sui suoi sottoposti – il sopravvivente al quale si indirizza quella speciale venerazione che è la Stimmung entro cui si colloca chi detiene il potere, ovvero colui che può dedicarsi al “sempre rinnovato piacere di sopravvivere”. In altre parole, laddove il sopravvissuto – a una catastrofe, a una strage e così via – è soltanto uno scampato alla morte, il sopravvivente, inteso come capo, è quello che la morte l’ha sfidata e sempre di nuovo ha potuto assaporare il trionfo sopra coloro che invece sono periti.

Continua a leggere →

23 Agosto 2014
pubblicato da Rino Genovese

L’Occidente disarmato

Occidente disarmatodi Rino Genovese

Scriveva Voltaire nel suo Dizionario filosofico: “Il fanatismo sta alla superstizione come il delirio sta alla febbre e il furore alla collera”. E poco più avanti: “Che rispondere a un uomo che vi dice che preferisce obbedire a Dio anziché agli uomini e che quindi è sicuro di meritare il cielo sgozzandovi?” È l’impasse in cui può essere preso lo spirito di tolleranza: che cosa dire al fanatico? come impostare i rapporti con lui?

Voltaire aveva davanti agli occhi gli orrori delle guerre di religione che avevano devastato l’Europa, ma noi, figli del Novecento, abbiamo a nostra volta esperienza di un orrore diffuso nella forma dei totalitarismi. Che cosa erano per lo più gli sgherri hitleriani e staliniani se non dei fanatici, sia pure non nel senso della religione ma in quello dell’ideologia? E alcune delle efferatezze degli “anni di piombo” italiani non possono, allo stesso titolo, essere messe sul conto del fanatismo? Cominciamo col dire, dunque, che il fanatismo è ben noto alla cultura occidentale, non riguarda unicamente le culture “altre”.

E con il fanatismo si è sempre trattatto, si è costretti a trattare se non si vuole diventare a propria volta immediatamente fanatici. Quella della guerra è soltanto l’ultima delle opzioni. Fin quando hanno potuto le democrazie occidentali hanno trattato con Hitler, era una carta che andava giocata, anche se non funzionò. Con Stalin – che aveva comunque una visione meno aggressiva nei confronti dell’esterno rispetto a quella di un Hitler – l’Occidente è stato alleato e, successivamente, sia pure tra molti sussulti, ha impostato una politica che è sfociata nella coesistenza pacifica. Insomma non è vero che con il “male radicale” (per usare un’espressione di Kant) non si tratta; il punto è piuttosto come trattare e fin dove spingersi nelle trattative.

Continua a leggere →