14 Ottobre 2015
pubblicato da Il Ponte

Persistenze della teoria letteraria

teoria letterariadi Marco Gatto

1. A cosa serve la teoria della letteratura? In un mondo di teorici e di “discorsi teoretici” (secondo la formula di Fredric Jameson), a poco o a nulla: la famosa legge della saturazione regna sovrana anche nel campo, per costituzione ibrido e dinamico, della teoria letteraria. Ma la superfetazione di metodi, prima, e teorie, poi – gli uni, figli minori della sbornia strutturalista degli anni sessanta e settanta; gli altri, nipoti sparsi della decostruzione americana e di un marxismo spoglio di pretese totalizzanti –, se segnala un’esigenza, dimostra altresì di riflettere un disorientamento collettivo, un’errabonda incapacità di darsi punti fermi e di calibrare in modo non troppo superficiale il lavoro teorico. Che, d’altro canto, non è un lavoro da specialisti – e in ciò si potrebbe rintracciare la sua natura oppositiva e non-conciliativa, la sua distanza dall’accademismo –, ma un lavoro che pur necessita della padronanza – Edward W. Said direbbe “dilettantesca”, ossia non ideologicamente professionistica – di ampi spazi di sapere. E, allora, la proliferazione di teorie non può spiegarsi semplicemente con il motivo ricorrente della scomparsa dell’umanesimo o delle lyotardiane grandi narrazioni: piuttosto, essa oggi è l’esito, spesso inconsapevole, di un qualche frattura più profonda, le cui ragioni storiche non possono essere negate o sorvolate con superficialità. L’esplosione frammentaria di correnti teorico-politiche, di metodologie di lettura le più disparate, di un marxismo che rincorre il suo stesso fantasma, di aree di approfondimento culturale contrassegnate dalle mode della differenza e dell’autonomia, riconsegna l’immagine di una teoria che, snaturandosi, è diventata essa stessa un genere, un comparto specialistico del sapere, una formula di comodo, o forse, semplicemente, una disciplina sottomessa al diktat della specializzazione. E ciò è avvenuto perché la teoria, reificandosi nella costruzione di un armamentario concettuale astruso e autoreferenziale, ha perso il ben noto contatto con la realtà, con lo spazio della politica: ha perso, per dirla in breve, quella capacità di immaginazione sociologica che non solo le dava una dignità culturale, ma la candidava a essere la protagonista di un lavoro culturale che potesse dirsi militante e costruttivo.

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5 Agosto 2015
pubblicato da Rino Genovese

La critica letteraria oggi e l‘Asor Rosa di cinquant’anni fa

Alberto Asor Rosadi Marco Gatto

1. Grazie a Cesare Segre, e persino al di là delle sue intenzioni, ci eravamo chiesti dove andasse a parare la critica letteraria, che per questo studioso, è bene ricordarlo, più che un discorso sull’esistente a partire dai testi, era semplicemente un sinonimo di indagine filologica e stilistica1. Il termine “crisi” – ben prima che venisse investito, in anni recentissimi, di significati più strettamente economici o finanz-capitalistici – funzionava già da passepartout per definire una situazione di irreversibile atrofia del discorso critico: gli intellettuali non avevano più una funzione civile, erano privi di pubblico e di destinatario; l’interrogazione del mondo attraverso i testi aveva subito contraccolpi laceranti; il dibattito languiva, anche a causa degli scontri tra interpreti e analisti, impegnati e tecnici, insomma, tra chi intendeva la letteratura come occasione di intervento sociale o politico e chi la intendeva come corpo autonomo di regole, meccanismi, strutture, come scrigno di una qualche essenza irriducibile.

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22 Novembre 2014
pubblicato da Il Ponte

Urgenza della “Costituente”

Costituente della sinistradi Fabio Vander

Su «il manifesto» del 13 novembre Alberto Asor Rosa ha scritto con la consueta lucidità: «un’opposizione sindacal-sociale senza un’opposizione politica è un’opposizione monca, indebolita proprio sul terreno, quello parlamentar-governativo, sul quale nei prossimi mesi accadranno cose decisive (la legge elettorale e, massimo dei massimi, l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica)».

Appunto, mentre Renzi avverte le prime difficoltà di fondo, economiche e politiche, è necessario, urgente, che la sinistra si muova. Non basta l’opposizione “sindacal-sociale”, pure indispensabile, occorre osare il passaggio politico. Il passaggio al partito politico della sinistra. Per avere un soggetto che agisce sul piano sociale, di massa e di base e però anche sul piano “parlamentar-governativo”, cioè politico in senso eminente.

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