10 Giugno 2019
pubblicato da Il Ponte

Salvini, ministro (anche) della Giustizia

Giudicidi Giancarlo Scarpari

Giugno 1925: Alfredo Rocco, intervenendo alla Camera dei deputati sulle vicende dell’ordine giudiziario, era stato chiaro: «La magistratura non deve fare politica di nessun genere. Non voglio che faccia politica governativa o fascista, ma esigo fermamente che non faccia politica antigovernativa o antifascista»; e in seguito avrebbe bollato i magistrati non allineati come appartenenti a una «insignificante minoranza di politicanti».

L’artefice dello Stato totalitario aveva colto il cuore del problema: non era necessario che i magistrati manifestassero apertamente il loro sostegno al governo fascista, bastava semplicemente che applicassero le nuove leggi, quella di Pubblica Sicurezza e i codici penali in particolare, varate al posto di quelle dello Stato liberale: il risultato, per il regime, sarebbe stato assicurato e, se qualcuno si fosse dimostrato incerto, il ministro lo avrebbe prontamente rimesso sulla retta via, inviando apposite circolari.

Così è stato e con quei magistrati funzionari si è proceduto per venti anni (e oltre).

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16 Maggio 2016
pubblicato da Il Ponte

Vincenzo Accattatis

Vincenzo Accattatisdi Giovanni Palombarini

Vincenzo Accattatis, nato a Cosenza il 29 aprile 1930, è entrato in magistratura nel 1959. Ha svolto la sua attività negli uffici giudiziari di Pisa, fino a raggiungere l’incarico di giudice della Cassazione, dove ha contribuito a trasformare la Corte da organo conservatore a giurisdizione aperta ai principi costituzionali.

È stato un «magistrato scomodo». Così Carlo Galante Garrone definiva quei giudici che negli anni settanta operavano controcorrente, che leggevano le norme dei codici alla luce dei principi costituzionali e che per questo si scontravano spesso con la giurisprudenza allora dominante.

Accattatis, quale magistrato di sorveglianza di Pisa, rimise al giudizio della Corte la questione della legittimità costituzionale di talune misure di sicurezza varate da Alfredo Rocco e mai riviste dal legislatore repubblicano; e, nel frattempo, interpretando la legge esistente in modo liberale («visto e disapplicato l’ordinamento penitenziario» era una formula che caratterizzava alcuni suoi provvedimenti), iniziò a concedere licenze ai condannati alla casa di lavoro (dove questo mancava) perché, anziché oziare in carcere, potessero svolgere un’attività esterna. Per questo si attirò le ire del ministro Gonella, del Procuratore generale Calamari, del Csm, allora monopolizzato da togati e laici di centrodestra, che ne decisero il trasferimento ad altro incarico. Ma, dopo pochi anni, proprio seguendo quella logica e sviluppando quelle innovazioni, sarebbe intervenuta la riforma dell’intero sistema carcerario.

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10 Marzo 2016
pubblicato da Il Ponte

Legittima difesa?

Legittima difesadi Giancarlo Scarpari

«La ragione specifica della più rigorosa repressione risiede nell’obbietto di questi delitti, il patrimonio, la cui più efficace tutela rientra in quel programma di rafforzamento dei cardini dell’odierna organizzazione sociale, che è propria del Governo Nazionale». Così recitava la Relazione della Commissione ministeriale incaricata di fornire un parere sul progetto preliminare del codice penale che Alfredo Rocco stava preparando.

Tra i delitti che offendevano il patrimonio privato, il furto rivestiva, da sempre, un ruolo privilegiato e il ministro aveva trovato sul tema un terreno abbondantemente arato: lo Statuto albertino aveva ribadito che la proprietà era un diritto inviolabile, il codice Zanardelli aveva minutamente descritto tutte le modalità (una trentina!) con cui il furto poteva essere realizzato, Vincenzo Manzini, il penalista più accreditato del tempo e collaboratore di Rocco nella redazione dei codici, aveva dedicati alcuni volumi a quel delitto e alla sua evoluzione nella storia.

Il ministro fascista aveva mantenuto l’impianto repressivo precedente, eliminato alcune ipotesi datate, riformulando le numerose aggravanti ed elevando in tali casi il massimo della pena, che ora poteva comportare una condanna sino a 10 anni di carcere. Rispetto a questa tutela rafforzata del diritto di proprietà, quella riservata ai diritti della persona era disciplinata invece in modo più blando: in particolare, le lesioni prodotte colposamente potevano essere sanzionate con una semplice multa, quelle volontarie, nei casi lievi non erano procedibili d’ufficio e per quelle gravi – che comportavano anche un pericolo di vita o l’indebolimento permanente di un senso o di un organo – la pena della reclusione non poteva superare i 7 anni.

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