16 Dicembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Liberismo e fascismo: il Cile di Pinochet, l’Italia di Mussolini, il sovranismo di oggi

Ciledi Luca Michelini

Le cronache internazionali rimandano l’eco delle drammatiche conseguenze sociali delle politiche liberiste. Sia là dove è più radicata (come in Cile, dal 1973), sia dove gradualmente ma sistematicamente sta smantellando le conquiste dello Stato sociale (in Europa), l’utopia liberista produce ineguaglianze economiche e sociali così stridenti, che addirittura prendono vita forme pre-politiche di jacqueries e risorgono dalle ceneri della storia forze autoritarie, come in Cile, e neonazionaliste, come in Europa. Nazionaliste e non sovraniste, come si usa dire oggi per edulcorare la realtà dei fatti: perché l’idea di nazione che propongono non è di tipo egualitario né sul piano giuridico, né su quello politico, sociale e internazionale, come invece è tipico della tradizione patriottica che prende corpo con la Rivoluzione francese. Si tratta, infatti, di una idea di nazione fondata su politiche di discriminazione, che possono assumere diverse sembianze, da quelle religiose e di “razza”, a quelle di lingua, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Politiche di discriminazione che sono l’anticamera dell’autoritarismo, fondato sull’idea che il potere della maggioranza non debba e non possa avere alcun limite né in altri poteri né nei diritti individuali fondamentali.

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18 Ottobre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Da São Paulo (2)

São Paulodi Rino Genovese

Sotto certi aspetti, il Brasile odierno ricorda l’Italia dei primi anni sessanta del Novecento. È una sensazione vaga, naturalmente, che può essere compresa soltanto da chi in quei tempi lontani era un giovane o un bambino – ma la stessa marea di automobili, tra cui moltissime Fiat, che invade le strade di questa megalopoli informe che è São Paulo, può essere messa in connessione, mutatis mutandis, con quel boom economico italiano che trovò la sua battuta d’arresto nella “congiuntura”, e aveva visto, nelle nostre piccole città restie al traffico, dilagare le Seicento e le Cinquecento, nuove vetture a portata di tutti. Anche qui il trionfo della motorizzazione privata, a scapito di uno sviluppo dei trasporti pubblici, l’affermarsi protervo dei consumi privati di contro a quelli collettivi, era il segno sia di un’uscita di tanti dalla povertà, sia di una distorsione individualistico-atomistica che precludeva forme più avanzate d’individualismo sociale. Non completamente, in verità, perché vi fu anche, a cavallo tra i cinquanta e i sessanta, quello che è rimasto in fondo l’unico esperimento riformista di ampio respiro che la storia italiana abbia conosciuto: il primo centrosinistra – fatto dai Fanfani, dai Nenni e dai Lombardi – che aveva tentato, con un’alleanza di governo tra la Dc e il Psi, di razionalizzare se non altro il sistema (anche in vista di sviluppi ulteriori, nella visione che fu di Lombardi), in una maniera che però di lì a poco, nel segno della successiva stabilizzazione riassunta dall’immobilismo moroteo, sarebbe retrospettivamente apparsa nient’altro che una fugace meteora.

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