25 Ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Una manovra di centro spostata verso destra

manovra di centrodi Rino Genovese

Non è difficile definire la manovra finanziaria del governo Renzi, che fa il paio con il cosiddetto jobs act. In sintesi, una manovra di centro spostata verso destra. Che cos’è infatti la riduzione dell’Irap, dopo la prospettiva di un’ulteriore sterilizzazione dell’articolo 18 rispetto a quella già attuata dal governo Monti, se non un assegno in bianco firmato dal governo al padronato senz’alcuna contropartita? Squinzi, incassando soddisfatto il regalo, si è affrettato a dire che non ci sarà, nonostante tutto, nuova occupazione in mancanza di una ripresa della domanda. E pour cause! Se le imprese non hanno commesse perché mai dovrebbero assumere? La riduzione delle tasse è solo una strizzatina d’occhio da parte del governo. La generale depressione resta a tutt’oggi impregiudicata: non si intravede uno straccio d’investimento pubblico nella legge di stabilità. Il taglio delle tasse alle imprese è stato già realizzato dal governo francese con il “patto di responsabilità” voluto da Hollande. Risultato: il tasso di disoccupazione continua a crescere in Francia, gli imprenditori saranno stati forse responsabili nel mettere da parte i soldi, non certo nell’investirli.

Se le cose stanno così, che cosa ci fa dire che la manovra tutto sommato è di centro sia pure spostata a destra? La sua mentalità complessiva. Si dice di voler incoraggiare la ripresa e si aiutano gli imprenditori; a questi si abbassano le tasse ponendo le premesse per un aumento delle imposte regionali o per nuovi tagli alla sanità; al tempo stesso, però, si confermano gli ottanta euro in busta paga ai redditi più bassi e si dichiara di voler dare una mancia alle neomamme meno abbienti. È una filosofia che traluce. Un colpo al cerchio e uno alla botte, l’eterna democristianeria italiana – ma in quel suo avatar, ormai metabolizzato, che si chiama berlusconismo. Come l’annuncio degli ottocentomila posti di lavoro prossimi venturi.

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2 Ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Quando finirà il Pd?

Quando finirà il Pddi Rino Genovese

L’ultimo psicodramma intorno al jobs act e alla prospettiva di un’ulteriore sterilizzazione dell’articolo 18, dopo quella già attuata dal governo Monti, lo ha dimostrato: una parte del Pd – sarà per risentimento, sarà per intima convinzione – resiste alla prospettiva di vedere il partito trasformarsi in ciò che ormai è già: un comitato elettorale, la pura cassa di risonanza di un leader dal tratto marcatamente berlusconiano. Ma, per un residuo di lealtà nei confronti della “ditta” come la chiama Bersani, o più probabilmente perché spaventata dall’idea di dover ricominciare da capo facendo cadere un governo nell’immediato senza alternativa che non sia una qualche forma di eterodirezione da parte di Bruxelles, la minoranza del partito rilutta a trarre tutte le conseguenze dal suo atteggiamento politico. Del resto che cosa ci si potrebbe aspettare da chi, tenendo in piedi il governo Monti al di là di ogni ragionevole durata, ha compromesso irrimediabilmente il risultato elettorale successivo?

Alla lunga però il Pd non potrà che implodere (nella peggiore delle ipotesi) o scindersi (nella migliore): perché la sua stessa nascita come riflesso speculare del berlusconismo, nell’incapacità della sinistra di costruire una coalizione serbando un’identità al suo interno, fu un parto mostruoso, un’operazione alla Frankenstein che solo in un paese scombinato come l’Italia poteva essere pensata, e che ha aperto la strada – insieme con la bancarotta della Rifondazione bertinottiana – al fenomeno qualunquistico grillino, che tanta parte dell’elettorato di sinistra è riuscito a raccogliere intorno a sé. Senza capacità di farsi carico delle sofferenze sociali, sempre più votato alla gestione anziché al governo, avvitato in una mimesi che ebbe il suo apice con Veltroni (difatti il meno rottamato dei rottamandi) nei confronti dell’avversario berlusconiano (Michele Salvati arrivò a parlare di una Forza Italia di sinistra), smarrita ogni autonoma radice socialista con l’emulazione di un liberalismo solo vagamente sociale come quello di Blair (non è stato il rottamatore Renzi il primo blairiano… ma, incredibile dictu, proprio il rottamando D’Alema…), in breve genericamente assumendo il nome di Partito democratico (con un richiamo perfino troppo lusinghiero all’omonimo partito americano, capace se non altro di sostenere i diritti civili perché privo di una componente democristiana), espressione fuori tempo di una tarda strategia da “compromesso storico”, lo strano aggregato politico sorto per governare il paese al posto di una destra populista ha concluso il suo non brillante cammino firmando le grandi e le piccole intese con questa stessa destra. Dopo di ciò, il fallimento è conclamato e non ci sarebbe altro da fare se non mettere mano alla costruzione di qualcosa di diverso.

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