28 Novembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Che cosa sarebbe una politica di pace

terrorismodi Rino Genovese

Si può dire ciò che si vuole sull’orrore del terrorismo jihadista, ma resta il fatto che si tratta di un terrorismo come un altro – la cui essenza non sta nella pura e semplice violenza, ma nel messaggio che si intende trasmettere attraverso il dispiegamento della violenza. Questo è anzitutto rivolto a  galvanizzare il proprio campo: e nel caso specifico vuol dire dimostrare che, nonostante tutta la potenza dell’Occidente, la partita non è chiusa, che si può mettere in scacco una delle sue capitali, facendosi beffe di qualsiasi controllo e diffondendo il panico. Questo tipo di violenza, per l’organizzazione che dispiega (e che può essere anche “fatta in casa”, come oggi appare chiaro per quanto riguarda l’attacco parigino del gennaio scorso contro la sede di un giornale satirico e contro un supermercato), è diverso da quello della sommossa. Rispetto alla rivolta delle banlieues – di dieci anni fa, esattamente, con le auto in fiamme nelle notti francesi – c’è un salto di qualità. Se quella violenza restava apparentemente muta (nessuno infatti rivendicava alcunché), nel caso del terrorismo si assiste al passaggio a una vera e propria politica, con tanto di rivendicazione da parte del jihadismo internazionale e della sua centrale autodenominatasi Stato islamico. Si tratta quindi di un problema politico interno con un suo retroterra sociale, se si pensa alla rabbia giovanile delle periferie, ma con risvolti internazionali importanti.

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17 Novembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Il fallimento di Hollande nella decolonizzazione andata a male

decolonizzazionedi Rino Genovese

Con il trascorrere delle ore, si precisano i contorni della terribile notte parigina di venerdì 13 novembre. E sono i soliti: gli attentatori, i jihadisti disposti a farsi saltare in aria, sono giovani europei, francesi e belgi, usciti dalla immigrazione post-coloniale. Figli, a tutti gli effetti, di quella République con cui a Parigi ci si sciacqua la bocca, ma che ha allevato una generazione di paria.

Andate nelle banlieues, toccherete con mano che cos’è l’odio nei confronti del razzismo strisciante che pervade la Francia, e che sarebbe riduttivo riassumere con il nome di Marine Le Pen. Non sono solamente i dati statistici a dirlo (la disoccupazione giovanile, il fallimento scolastico: chi è nato e vissuto nelle periferie francesi ha il doppio delle possibilità di non terminare gli studi, e parliamo della scuola dell’obbligo); sono soprattutto i cappucci delle felpe perennemente alzati, gli sguardi torvi. Là c’è una numerosa schiera di arrabbiati, alcuni dei quali disposti a diventare dei kamikaze e a fare un macello.

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29 Gennaio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Disavventure dell’universalismo

Universalismodi Rino Genovese

La caratteristica del mondo contemporaneo non sta nella sua sussunzione sotto un unico principio di dominio – che lo si chiami “forma merce”, “astrazione monetaria”, “capitale finanziario” etc. – ma nella pluralità delle forme di potere: cosicché si deve parlare di una indecidibilità dei punti d’attacco delle risposte possibili da parte degli oppressi, che fino a una trentina d’anni fa potevano ancora ritenere, dalla Cina all’Angola passando per i movimenti di opposizione nei paesi occidentali, di essere parte di un’unica lotta a molte facce contro l’imperialismo. L’emergere delle culture, il ritorno alle identità collettive inventate o reinventate, non è un effetto di trompe-l’œil. Al contrario, è il segno della crisi irreversibile di un modello di lettura del mondo sostanzialmente economicistico, in quanto tale subalterno, nell’uso degli strumenti analitici, a quel capitale globalizzato che vorrebbe denunciare. I massimi esaltatori del capitalismo sono oggi proprio i critici affascinati dalla sua pura potenza.

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26 Luglio 2014
pubblicato da Rino Genovese

Fobie contrapposte

Fobie contrappostedi Rino Genovese

Il nodo è inestricabile. Islamofobia e giudeofobia si tengono a vicenda. Quelli che a Parigi chiamano a manifestare a favore dei palestinesi di Gaza (tra cui il vecchio raggruppamento trotzkista Ligue communiste divenuta oggi il Nouveau parti anticapitaliste) fanno fatica a non essere travolti dall’ondata giovanile “algerina”, che viene dalle banlieues e ce l’ha con gli israeliani non in quanto tali ma in quanto ebrei. È vero, sull’ambiguità di uno Stato come terra promessa, nato dalla risposta alla catastrofe europea novecentesca, Israele ha costruito gran parte delle sue fortune: e tuttavia la distinzione andrebbe sempre tenuta presente a ricordo dei sommersi e dei salvati, come li chiamava Primo Levi, e per non strappare quella pur imperfetta democrazia che l’Europa ha conquistato faticosamente al prezzo di tanto sangue.

Tutto è cominciato, peraltro, non con la protervia di Israele (questa c’era fin dalle sue origini) ma con il dislocarsi della stella palestinese e araba da una politica laica, anticolonialista e nazional-patriottica con venature socialiste, verso un integralismo religioso su basi nazionalistiche, che a Gaza Hamas esprime in modo compiuto. Così nella metropoli postcoloniale, particolarmente in Francia, una gioventù nata dall’immigrazione si è andata sempre più collocando su posizioni islamiste quando non jihadiste in senso stretto. Ne sono venuti gli attacchi alle sinagoghe, una giudeofobia diffusa nelle banlieues che è il corrispettivo della islamofobia che serpeggia nei quartieri bene. Lo si deve affermare con forza: questa situazione è il risultato di un mondo – di un’Europa in primo luogo – che non ha mai veramente risolto la questione coloniale, cioè le sue conseguenze storiche nella cosiddetta madrepatria, e nemmeno – bisogna dirlo – nei paesi terzi il problema di un’autentica indipendenza, in primis economica, che riuscisse a far crescere una democrazia autoctona. Il fallimento pressoché completo delle recenti rivolte nel mondo arabo, con la lunga serie di sanguinose repressioni (si pensi in particolare all’Egitto), sta lì a dimostrarlo: si tratta di realtà sociali e politiche in cui la religione è diventata la maggiore forza di opposizione a regimi militari e dittatoriali per lo più corrotti.

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