28 Gennaio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Intervenire in Libia?

Roberta Pinottidi Rino Genovese

“Il ruolo di guida nella missione libica ci viene riconosciuto perché siamo fra i Paesi che hanno qualcosa da dire”: così Roberta Pinotti, ministro della difesa, in un’intervista al Corriere della sera. Che cosa ha da dire l’Italia sulla Libia? Che cosa ha detto negli ultimi anni, in particolare dal 2011 a oggi, e nel passato cosa ha detto?

Un secolo fa la Libia era la terra promessa della “grande proletaria” che cominciava appena a muoversi nell’ambito delle potenze coloniali dell’epoca. Successivamente fu la base dei primi esperimenti fascisti di sterminio di massa: l’Italia, in terra nordafricana, si presentò con i nomi di De Bono, Graziani, Badoglio, nessuno dei quali mai processato come criminale di guerra. Tutt’altra musica, naturalmente, dopo Gheddafi e il suo colpo di Stato. La Libia diviene allora un partner per ottimi affari (il petrolio, certo, ma non solo): e poco importa che il dittatore libico, sotto la veste antimperialista, sia uno spietato autocrate tribale. Il berlusconismo di governo, soprattutto, gli fa ponti d’oro, salvo poi abbandonarlo quando ha inizio la rivolta…

Continua a leggere →

18 Settembre 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

Nell’occhio del ciclone

occhio del ciclonedi Lanfranco Binni

Se perfino il più alto pastore della chiesa cattolica parla di terza guerra mondiale in corso, «a pezzi», non ancora globale, e allerta il suo gregge contro i lupi della guerra, gli spacciatori di armi, gli speculatori finanziari, i politicanti corrotti, e cerca di svegliare le sue pecore dal torpore servile e connivente, la situazione del mondo è davvero grave. Non bastano i disastri ambientali del «progresso» capitalistico che stanno distruggendo il pianeta, non bastano le tragedie delle migrazioni forzate di terra in terra in ogni direzione, non bastano le mutazioni antropologiche indotte dal «mercato», a trasformare in scimmie pseudotecnologiche gli esseri umani, a farne macchine per il consumo; tutto questo non basta, servono guerre e grandi devastazioni, per impadronirsi delle risorse energetiche e contenere la sovrappopolazione. E bisogna fare in fretta.

Il quadro geopolitico è drammaticamente chiaro: alla crisi strutturale del capitalismo finanziario, che da tempo ha superato i suoi limiti di «sviluppo sostenibile», l’Occidente statunitense ed europeo (ne fa parte anche Israele) risponde con strategie di aggressione e dominio, disgregando stati, disarticolando assetti istituzionali, intervenendo militarmente (direttamente o per procura) e attraverso le armi delle campagne mediatiche: la distruzione dell’Iraq, le «primavere» arabe per distruggere la Libia e la Siria, per normalizzare l’Egitto, la «primavera» ucraina per allargare ad est la Nato e l’area di «libero mercato» del trattato transatlantico, il massacro di Gaza per fiaccare la resistenza all’occupazione, prevenire gli accordi tra il governo palestinese e la Cina e sabotare l’istituzione di uno stato palestinese. Bisogna «fare in fretta» perché il terrorismo occidentale sta incontrando crescenti reazioni, e la strategia del caos, figlia del pragmatismo statunitense e ispirata al vecchio adagio divide et impera declinato da un’oligarchia incolta e senza storia, ha il respiro corto e rivela facilmente i suoi congegni: esemplare la vicenda dell’Isis, organizzato e finanziato dagli Stati uniti contro la Siria nel disegno di disgregare ogni assetto statuale nell’area Iraq-Siria-Iran e di eliminare una retrovia storica dei palestinesi; oggi l’Isis, con il suo sedicente stato islamico, è presentato dai media occidentali come la più feroce minaccia all’Occidente, ma è davvero così? Con il pretesto di salvare l’umanità dai crimini dell’Isis, nel suo ultimo discorso alla nazione il premio Nobel per la pace Obama si è riservato una guerra di lunga durata, a partire dai bombardamenti del territorio siriano e dal sostegno agli «islamici moderati» contro l’esercito siriano. Anche i combattenti dell’Isis erano stati definiti «moderati» all’inizio della campagna americana contro la Siria, e la decisione di bombardare l’esercito siriano era già stata presa da Obama nel 2013, costretto a rinviarla per le reazioni internazionali. Ancora pretesti: l’assassinio dei tre giovani israeliani in Cisgiordania fu immediatamente attribuito ad Hamas e innescò l’attacco al ghetto di Gaza (2000 morti, di cui 500 bambini); quel delitto, al quale Hamas si è sempre dichiarata estranea, si è rivelato un ottimo investimento per il governo israeliano, che notoriamente infiltra propri agenti provocatori nella galassia delle formazioni palestinesi.

Continua a leggere →