18 Luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Le contraddizioni dell’autonomia

Pier Vittorio Aurelidi Marco Gatto

Il revival operaista è ormai sotto gli occhi di tutti: il successo internazionale raggiunto da Toni Negri, il riconoscimento dell’importanza filosofica di Mario Tronti, i tentativi di innestarne la teoria politica sul post-strutturalismo di marca deleuziana, la proliferazione accademica di discorsi teorici fondati sull’autonomia e sulla soggettività rivoluzionaria, e via dicendo, segnano un orizzonte culturale in cui l’operaismo ha conquistato una rilevanza impensabile fino a qualche decennio fa. Si coglie, persino, una sorta di euforia galvanizzante nei sostenitori di quella stagione, oggi alfieri del post-operaismo: una narrazione culturale in cui i filosofi-politici diventano eroi titanici, scrivono ponderose autobiografie, diventano senatori dalla parte sbagliata, e nella quale la classe operaia è vista come una sorta di leggenda o di racconto delle origini.

A questa creazione dal nulla di un mito filosofico il nostro paese non è estraneo: chi si ostina, oggi, a riconoscere una supposta differenzialità teoretico-geografica nella tradizione filosofica italiana sembra servire, senza neppure troppi problemi, logiche forse eccessivamente somiglianti a quelle del mercato culturale più ordinario. Ogniqualvolta venga fuori dal niente un’identità costruita a tavolino, non possono che affiorare preoccupazioni. Nel caso dell’operaismo, il profluvio di pubblicazioni entusiastiche fa sorgere il sospetto di un’integrazione sin troppo facile di questo fenomeno nei discorsi culturali: per paradosso, la sua legittimazione intellettuale sembra svuotare il peso politico di libri pur importanti come Operai e capitale, che andrebbero invece vivacemente discussi alla luce della loro compromissione col percorso – a essi successivo – del capitalismo postmoderno (e delle vicende politiche italiane a esse legate: dal Settantasette fino al berlusconismo). Il fatto che quella stagione possa dirsi conclusa, perché in fondo strategicamente sbagliata, ha oggi poca importanza: mantenuta in vita attraverso i funambolici percorsi teoretici delle filosofie della differenza e della decostruzione, la sua vacuità politica viene sommersa dalla sua legittimazione culturale o dalla facilità con cui i suoi portati concettuali trasmigrano nel mercato delle mode teoriche. L’idea che potesse darsi un’eccedenza interna al capitale, capace vieppiù di autonomia e di consapevolezza politica, ha dovuto necessariamente riformularsi nel momento in cui quella stessa eccedenza era divenuta la regola del capitalismo. Che sia sopravvissuta solo a livello intellettuale, lo testimonia il destino politico dei suoi principali sostenitori.

Continua a leggere →