15 ottobre 2018
pubblicato da Il Ponte

La Cgil e Landini

di Luca Michelini

Pur con i limiti di chi non conosce dall’interno le logiche odierne di una grande organizzazione come la Cgil, che pure ho studiato nella sua evoluzione storica e ho avuto modo di conoscere direttamente, per «Il Ponte» ho cercato di seguire l’azione politico-sindacale di Landini, che ritengo molto importante. La notizia è che Camusso appoggia la candidatura di Landini alla segreteria. Se fosse confermata anche dai fatti (sempre meglio dubitare dell’informazione italiana e delle logiche interne delle grandi organizzazioni), questo significa che quanto accadrà al prossimo congresso nazionale potrebbe essere di importanza strategica per il paese.

La preparazione di Landini a questo appuntamento è stata notevole, perché per anni ha costruito la propria candidatura, seguendo una triplice strategia.

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26 febbraio 2015
pubblicato da Il Ponte

La scesa in campo di Landini e la sinistra italiana

Landinidi Fabio Vander

L’intervento di Maurizio Landini in forma di intervista al «Fatto quotidiano» di domenica 22 febbraio, è importante, ma richiede da subito approfondimenti e precisazioni.

Importante che si muova qualcosa a sinistra. Era il segnale che molti aspettavano. Dopo aver passato autunno e inverno con mobilitazioni di piazza (manifestazione del 25 ottobre, sciopero Cgil-Uil, sciopero “sociale”, mobilitazioni pro-Grecia di Tsipras, ecc.), era evidente che mancava il precipitato politico di tutto ciò. Non si riusciva mai ad arrivare al punto. L’assenza della sinistra sulla scena politica italiana si è fatta sempre più grave. L’intero panorama politico del Paese ne ha risentito e ne risente. Il successo di Renzi è anche se non soprattutto conseguenza di questo. Cioè del combinato disposto del fallimento della sinistra interna al PD, quella di Bersani, che nel 2013 ha perso l’ennesima sfida elettorale, come della inesistenza della sinistra radicale, per colpa di Vendola e Ferrero, di Sel e di Rc.

Come prevedibile non era con le manifestazioni di piazza che si poteva surrogare alla mancanza della sinistra. Né con iniziative “dal basso” come la raccolta di firme per un referendum contro la legge Fornero sulle pensioni. Anche qui puntualmente fallita. La cosa è passata anzi sotto silenzio. Non sarebbe invece il caso di parlarne? La lezione andrebbe imparata. E invece si sente dalla Camusso ventilare la proposta di raccolta di firme contro lo Jobs Act ed eventualmente un altro referendum.

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25 ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Una manovra di centro spostata verso destra

manovra di centrodi Rino Genovese

Non è difficile definire la manovra finanziaria del governo Renzi, che fa il paio con il cosiddetto jobs act. In sintesi, una manovra di centro spostata verso destra. Che cos’è infatti la riduzione dell’Irap, dopo la prospettiva di un’ulteriore sterilizzazione dell’articolo 18 rispetto a quella già attuata dal governo Monti, se non un assegno in bianco firmato dal governo al padronato senz’alcuna contropartita? Squinzi, incassando soddisfatto il regalo, si è affrettato a dire che non ci sarà, nonostante tutto, nuova occupazione in mancanza di una ripresa della domanda. E pour cause! Se le imprese non hanno commesse perché mai dovrebbero assumere? La riduzione delle tasse è solo una strizzatina d’occhio da parte del governo. La generale depressione resta a tutt’oggi impregiudicata: non si intravede uno straccio d’investimento pubblico nella legge di stabilità. Il taglio delle tasse alle imprese è stato già realizzato dal governo francese con il “patto di responsabilità” voluto da Hollande. Risultato: il tasso di disoccupazione continua a crescere in Francia, gli imprenditori saranno stati forse responsabili nel mettere da parte i soldi, non certo nell’investirli.

Se le cose stanno così, che cosa ci fa dire che la manovra tutto sommato è di centro sia pure spostata a destra? La sua mentalità complessiva. Si dice di voler incoraggiare la ripresa e si aiutano gli imprenditori; a questi si abbassano le tasse ponendo le premesse per un aumento delle imposte regionali o per nuovi tagli alla sanità; al tempo stesso, però, si confermano gli ottanta euro in busta paga ai redditi più bassi e si dichiara di voler dare una mancia alle neomamme meno abbienti. È una filosofia che traluce. Un colpo al cerchio e uno alla botte, l’eterna democristianeria italiana – ma in quel suo avatar, ormai metabolizzato, che si chiama berlusconismo. Come l’annuncio degli ottocentomila posti di lavoro prossimi venturi.

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