28 Agosto 2017
pubblicato da Il Ponte

Perché tanto odio contro Renzi

Massimo Recalcatidi Paolo Dusi

Nella consueta penuria estiva di eventi e nel languire del dibattito politico, i primi caldi hanno visto quest’anno affiancati in due occasioni i termini “politica” e “odio”.

Sotto un primo profilo, alcuni commentatori hanno richiamato l’attenzione sul fatto che il confronto e lo scontro politici si sono sempre più personalizzati, passando da ciò che dovrebbe costituire analisi di temi culturali e di questioni politiche al braccio di ferro tra questo e quel personaggio della politica, con reciproco scambio di insulti, sarcasmi, insinuazioni.

Già da tempo si era dovuto rilevare come sempre più spesso l’avversario politico venga attaccato (e se possibile squalificato) denunciandone i difetti fisici, o la cosiddetta razza, o la appartenenza religiosa o l’età; addirittura con falsi spot e messa alla gogna basate su allusioni di carattere etico e sessuale. Si tratta di un piano inclinato destinato a essere sempre più ripido e incontrollabile, perché odio e rancore personale si alimentano di se stessi e, per esprimersi efficacemente, non possono che aumentare sempre di più il loro potenziale offensivo. Questa gravissima degenerazione della funzione di rappresentanza politica e parlamentare svela la miseria culturale e la bassezza morale dell’uomo politico e andrebbe severamente sanzionata, anche con la privazione della capacità di ripresentarsi alle elezioni politiche e di rappresentare chicchessia.

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22 Ottobre 2015
pubblicato da Il Ponte

Gli anni di André Malraux

Andre Malrauxdi Giancarlo Micheli

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 10 de Il Ponte – ottobre 2015]

L’attuale esodo di umanità afflitta che dall’Africa, reduce infelice degli stupri etnici ed economici della foia colonialista, assedia nel presente la «fortezza Europa»1 con la calamitosa minaccia le cui proporzioni, in altre epoche, non si sarebbe esitato a definire bibliche, dà la stura a un succedaneo profluvio di opinioni da parte di una compatta ed eteroclita falange di commentatori, ai quali le vecchie e le nuove assiologie della dominazione ideologica garantiscono facoltà di vendere cara, se non la propria pelle, almeno l’aria che ne scaturisce come da vesciche gonfiate, nient’affatto dal ruach giudaico o dal ki taoista, bensí dal gas convogliato in condotte transcontinentali o transoceaniche, le quali disegnano la geografia del mondo contemporaneo, ne tracciano le mappe delle psicologie sociali – lo rammenti il lettore, e valuti se non sia il caso di osservare, secondo la consuetudine invalsa relativamente a funerali di Stato e altri solenni lutti civili, un minuto di silenzio, ogniqualvolta venga comminato di assistere al sadico spettacolo di uno zelante chiacchiericcio, tutto votato al redditizio scopo di divagare con compita o esuberante sicumera. Far cadere un velo di silenzio su tale ridda di discorde vanità, quand’anche possa non apparir pietoso, è un atto salutare al benessere dello spirito, il quale consiste nella ricerca della verità, unita alla bellezza ovunque sia possibile.

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12 Giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

«La legittimità democratica» di Pierre Rosanvallon

di Rino Genovese

[È da poco in libreria, per la collana “La critica sociale” dell’editore Rosenberg&Sellier, il volume La legittimità democratica di Pierre Rosanvallon. Riproduciamo la postfazione di Rino Genovese]

Pierre RosanvallonA leggere questo libro di Pierre Rosanvallon, come gli altri recenti e meno recenti della sua vasta e perfino un po’ ridondante produzione, si tocca con mano come il periodo che stiamo vivendo sia segnato da una metamorfosi della democrazia. Si tratta di un mutamento storico che non può non riflettersi nella teoria: qualcosa di paragonabile, con tutte le differenze del caso, a ciò che avvenne nel corso dell’Ottocento. A quel tempo, sotto la pressione di un liberalismo conservatore che mirava a limitare il diritto di voto da una parte, e del socialismo dall’altra, che al contrario spingeva verso una democrazia non soltanto politica ma sostanziale, il modello che finì con l’affermarsi fu quello della democrazia rappresentativa basata sul suffragio universale e su un grado crescente di inclusione sociale. Una forma ibrida, nota anche sotto il nome di «democrazia liberale», ossimoro in cui si trovano riuniti insieme i principi fondamentali del liberalismo politico (come la concezione dello Stato di diritto o la separazione dei poteri) e quelli della sovranità popolare e del suffragio universale in quanto aspetti propriamente democratici. In questo quadro erano destinati a rimanere irrisolti i rapporti tra la democrazia e il liberalismo economico, che da una trentina d’anni a questa parte, com’è noto, ha ripreso prepotentemente vigore arrivando a mettere in crisi la stessa concezione dello Stato sociale (o Stato-provvidenza nell’uso terminologico francese), in cui a lungo era sembrato esprimersi il contenuto economico più autentico della democrazia e attraverso cui, a partire dalla ridistribuzione del reddito, si era giunti a prospettare una vera e propria ridistribuzione del potere a favore dei più svantaggiati. Ciò del resto era considerato non il risultato di una pura e semplice azione di governo dall’alto, ma il frutto del coordinarsi di questa con la spinta proveniente dal conflitto sociale dispiegato dal basso. Una visione dinamica della democrazia, la cui legittimità si radicava nello stesso processo di transizione da essa implicato, che nei paesi europei occidentali la rendeva gradita a larghe masse di popolo organizzate dai partiti di sinistra – il che appare oggi un lontano ricordo. Procede da qui la necessità della ricerca di un aggiornamento non di semplice facciata: come riqualificare una democrazia che ha perso gran parte della sua carica di trasformazione sociale e ha generato sentimenti di sfiducia diffusa?

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22 Aprile 2015
pubblicato da Rino Genovese

Incoronare il grullo?

Incoronare il grullo?di Rino Genovese

Lo psicodramma che si recita a soggetto nel Pd a proposito della legge elettorale – con l’ultima mossa di Renzi, che ha sostituito d’imperio dieci esponenti della minoranza in commissione affari costituzionali – assomiglia sempre di più alla storiella del masochista che dice al sadico “fammi male…”, e questi con coerenza gli risponde “no!”. Nessuno sa esattamente chi sia il sadico e chi il masochista, ma certo una perversione deve esserci nei rapporti tra il segretario-presidente del consiglio e quelli della minoranza del suo partito. Una delle due parti insiste a rimanere, alcuni dissidenti sono pronti a votare finanche la fiducia se la questione sarà posta in aula sulla legge elettorale, mentre l’altra parte insiste a spingerla fuori dal partito: “Andatevene”, è il messaggio neanche tanto subliminale, “date solo fastidio…”.

Il punto è che la minoranza Pd non ha veramente capito Renzi. Pensa che si tratti di un giovinotto un po’ arrogante, ubriacato dal potere che gli è stato consegnato in primis dai gravi errori della passata gestione bersaniana della ditta. Ma è una lettura troppo semplice. Renzi è, in Italia, quello che mutatis mutandis fu De Gaulle per la quinta repubblica francese. Il tipo, di per sé, sarebbe l’opposto dell’eroe: non ha pronunciato alcuno storico “no” ed è anche il contrario di una figura carismatica: semmai ha qualcosa di Chance il giardiniere. Ma 1) è di scuola democristiana e la politica la sa fare (quella democristiana, s’intende, che consiste nel crearsi una cerchia di “amici”); 2) è la prosecuzione del berlusconismo con altri mezzi. Per questo il progetto di distruzione della repubblica parlamentare, quella sancita dalla Costituzione, ha gambe più lunghe di quelle dello scout di Pontassieve. Risponde a una richiesta che un pezzo di società italiana sostiene da tempo: taluni la chiamano “democrazia decidente”, e consiste nel concentrare il potere nelle mani di uno solo (nel nostro caso in quelle del presidente del consiglio e segretario del Partito della Nazione), nella convinzione che così poi si possano fare quelle riforme o controriforme che siano (come il Jobs Act) capaci di ridare vigore all’azienda Italia.

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