26 Febbraio 2017
pubblicato da Rino Genovese

Articolo 1? Ma sarebbe da cambiare!

Articolo 1di Rino Genovese

Spesso sento dire che saremmo conservatori perché non disposti a mutare neppure una virgola dell’impianto costituzionale della Repubblica. Non è così. L’Articolo 1, per esempio, se fosse possibile lo riformuleremmo volentieri. Guarda caso, però, proprio questo è stato assunto a simbolo della formazione politica appena uscita dal Pd, con l’apporto di un certo numero di deputati in trasferimento da Sinistra italiana.

Come ognuno sa l’articolo 1 della Costituzione, nella prima parte, recita così: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. È una formulazione sostenuta nell’assemblea costituente dalla Democrazia cristiana, parecchio diversa da quella che le sinistre avevano proposto, che invece era questa: “L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori”. Passò l’accezione più sfumata, quella che permette a un proprietario terriero di sentirsi al lavoro quando dà disposizioni ai propri contadini, come accadeva soprattutto allora, e ai tempi nostri a un manager (la cui attività consiste per lo più nel fare telefonate) di sentirsi uno che lavora allo stesso titolo di un bracciante che si rompe la schiena nella raccolta del pomodoro – consentendo per giunta al primo di fargli pensare che sia giusta una remunerazione mille volte superiore a quella del secondo, perché lui svolge mansioni di alta responsabilità organizzativa.

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6 Gennaio 2017
pubblicato da Il Ponte

«Germania anno zero» fra riconoscimento e rimozione del trauma storico

Germania anno zerodi Francesco Biagi

La Berlino di Germania anno zero (1948) è rappresentata – nelle prime battute del film – da un piano-sequenza che ritrae le strade di uno spazio urbano distrutto, smembrato. Vediamo solamente le ultime reliquie scheletriche di una città bombardata e – per questo – fortemente umiliata. È una città ridotta a brandelli, come la vita, l’animo e la psiche dei suoi abitanti. Le macerie dell’urbano sono specchio della distruzione umana provocata dall’esperienza bellica1.

In uscita del piano-sequenza, si colloca la prima scena in cui il giovane protagonista Edmund Koehler scava una profonda buca in un cimitero. La principale occupazione dei bambini nel film infatti non è giocare, ma tentare di procurarsi cibo e denaro per sopravvivere; a volte per mezzo del lavoro (nonostante non abbiano l’età e di conseguenza il certificato che permetterebbe loro di avere un’occupazione), altre volte con il furto e l’inganno. Dopo essere stato cacciato via perché accusato di rubare il lavoro agli adulti, Edmund torna a casa. Per strada assiste alla spartizione di un cavallo morto e in seguito incontra alcuni camion, dai quali cade del carbone raccolto in fretta e conservato nella borsa che indossa. Sono questi gli emblemi della vita agra della Berlino post-bellica rappresentati da Roberto Rossellini.

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12 Giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

«La legittimità democratica» di Pierre Rosanvallon

di Rino Genovese

[È da poco in libreria, per la collana “La critica sociale” dell’editore Rosenberg&Sellier, il volume La legittimità democratica di Pierre Rosanvallon. Riproduciamo la postfazione di Rino Genovese]

Pierre RosanvallonA leggere questo libro di Pierre Rosanvallon, come gli altri recenti e meno recenti della sua vasta e perfino un po’ ridondante produzione, si tocca con mano come il periodo che stiamo vivendo sia segnato da una metamorfosi della democrazia. Si tratta di un mutamento storico che non può non riflettersi nella teoria: qualcosa di paragonabile, con tutte le differenze del caso, a ciò che avvenne nel corso dell’Ottocento. A quel tempo, sotto la pressione di un liberalismo conservatore che mirava a limitare il diritto di voto da una parte, e del socialismo dall’altra, che al contrario spingeva verso una democrazia non soltanto politica ma sostanziale, il modello che finì con l’affermarsi fu quello della democrazia rappresentativa basata sul suffragio universale e su un grado crescente di inclusione sociale. Una forma ibrida, nota anche sotto il nome di «democrazia liberale», ossimoro in cui si trovano riuniti insieme i principi fondamentali del liberalismo politico (come la concezione dello Stato di diritto o la separazione dei poteri) e quelli della sovranità popolare e del suffragio universale in quanto aspetti propriamente democratici. In questo quadro erano destinati a rimanere irrisolti i rapporti tra la democrazia e il liberalismo economico, che da una trentina d’anni a questa parte, com’è noto, ha ripreso prepotentemente vigore arrivando a mettere in crisi la stessa concezione dello Stato sociale (o Stato-provvidenza nell’uso terminologico francese), in cui a lungo era sembrato esprimersi il contenuto economico più autentico della democrazia e attraverso cui, a partire dalla ridistribuzione del reddito, si era giunti a prospettare una vera e propria ridistribuzione del potere a favore dei più svantaggiati. Ciò del resto era considerato non il risultato di una pura e semplice azione di governo dall’alto, ma il frutto del coordinarsi di questa con la spinta proveniente dal conflitto sociale dispiegato dal basso. Una visione dinamica della democrazia, la cui legittimità si radicava nello stesso processo di transizione da essa implicato, che nei paesi europei occidentali la rendeva gradita a larghe masse di popolo organizzate dai partiti di sinistra – il che appare oggi un lontano ricordo. Procede da qui la necessità della ricerca di un aggiornamento non di semplice facciata: come riqualificare una democrazia che ha perso gran parte della sua carica di trasformazione sociale e ha generato sentimenti di sfiducia diffusa?

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