19 Gennaio 2016
pubblicato da Il Ponte

In nome del popolo lontano

in nome del popolo lontanodi Luca Baiada

Una democrazia già fragile, uscita incrinata dalla guerra fredda e entrata fiacca nella globalizzazione, adesso rischia il peggio.

La legge elettorale truffaldina del 2005 – proprio uno dei suoi confezionatori la chiamò «porcata» – è stata spazzata via dalla Corte costituzionale, ma ecco che la maggioranza parlamentare eletta proprio con quelle norme, una maggioranza che a sua volta si regge su un voto minoritario, su una parte della magra fetta dell’elettorato che è andata a votare, vuole cambiare di nuovo proprio la legge elettorale, e senza seguire i principi dettati dalla stessa Corte costituzionale.

Un governo sostenuto dalla fiducia di pochi spinge una modifica della Costituzione che riduce la partecipazione democratica. Propongono un ibrido furbo, un esile guscio di rappresentanza popolare con una polpa oscura: due camere, ma solo una è elettiva, benché figlia di un voto distante dalla partecipazione della cittadinanza. L’altra si chiama ancora Senato, ma i componenti non sono più elettivi; vengono individuati dagli enti locali, sulla base di logiche che in questo momento non sono esplicitate, ma che fanno indovinare basse manovre e stretti interessi delle segreterie di partito, o delle segreterie senza neppure un partito. Consiglieri regionali e sindaci, non dispensati dalle funzioni, riceverebbero in aggiunta la carica di senatore: non si sa dove troverebbero il tempo per un onere che – almeno a parole – dovrebbe essere gratuito, mentre di sicuro troverebbero sulla loro strada i legami e le clientele che fanno parte dell’andamento degli uffici locali, dove restano incardinati.

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22 Giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Italicum, una riforma che oltraggia la democrazia

Italicumdi Domenico Gallo

Adesso che la nuova legge elettorale (Italicum), approvata a tambur battente dal Parlamento, è stata promulgata dal presidente della Repubblica, il discorso non è chiuso. Non solo perché il nuovo sistema elettorale per la Camera dei deputati si applica a partire dal 1° luglio 2016, lasciando uno spazio temporale per i ripensamenti, ma anche perché la riforma costituzionale che abolisce il carattere elettivo del Senato della Repubblica è ancora in gestazione e – se approvata – potrebbe essere spazzata via dal referendum.

Se l’obiettivo cui tendono le riforme elettorali è quello di razionalizzare il sistema politico per favorire la governabilità, la situazione attuale apre le porte al caos istituzionale perché determina la contemporanea esistenza di due differenti sistemi elettorali per la Camera e per il Senato destinati per la loro natura intrinseca a provocare risultati profondamente divergenti nei due rami del Parlamento. Può darsi che l’istituzione Senato della Repubblica sia in procinto di essere cancellata come ramo elettivo del Parlamento, ma la logica e il buonsenso imponevano di delineare prima il nuovo volto del Parlamento e dopo di procedere ad approvare una riforma elettorale valida per la sola Camera dei deputati.

Invece si è voluto procedere a tappe forzate, ricorrendo addirittura alla fiducia, come avvenne nel 1953 per la legge truffa, evidentemente per nascondere sotto l’asfalto del decisionismo governativo le scorie tossiche (per la democrazia) del nuovo sistema ed evitare ogni reale dibattito.

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31 Gennaio 2015
pubblicato da Il Ponte

Viva vox constitutionis

Piero Calamandrei di Piero Calamandrei

[In occasione dell’elezione del dodicesimo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ripubblichiamo questo articolo del giugno 1955 in cui Piero Calamandrei, prendendo le mosse dal messaggio al popolo italiano del neopresidente Giovanni Gronchi, delineava le attribuzioni del presidente della Repubblica. A chi ricorda quegli anni non sfuggirà che la non attuazione della Corte costituzionale, del Consiglio superiore della Magistratura e dell’ordinamento regionale rappresentava un pesante vulnus della Costituzione e tuttavia la Democrazia cristiana, con un oblio sistematico dei suoi doveri nei riguardi della Costituzione, faceva di tutto per non dar corso a tali istituti. Calamandrei dal 1948 al 1956 batté con caparbietà su questo argomento insistendo sul colpevole immobilismo costituzionale del partito di maggioranza. Da qui l’importanza del presidente della Repubblica quale custode di una Costituzione programmatica, di una Costituzione, cioè, che avrebbe dovuto indirizzare e prefissare l’iniziativa politica del governo. A noi sembra che tali attribuzioni a tutt’oggi non siano mutate. Il presidente della Repubblica non può essere una figura neutra, un “arbitro”, come l’attuale presidente del Consiglio vorrebbe! Ma poi, arbitro di che cosa? La metafora della politica simile a una partita di calcio, metafora che rivela la pochezza culturale dei nostri politici, non si addice al presidente della Repubblica, che non è chiamato a stabilire chi tra le forze politiche ha vinto e chi ha perso, ma a far sì che quella Carta che è espressione del momento più alto della recente storia del popolo italiano abbia finalmente piena attuazione.]

Chi, dopo aver letto il messaggio del nuovo presidente della Repubblica al popolo italiano, se n’è allarmato come di uno straripamento dai limiti delle attribuzioni presidenziali e come di un’invasione delle attribuzioni di indirizzo politico riservate al governo, ha dimostrato con ciò di non essersi reso conto né di quelle che sono in realtà le funzioni presidenziali nella nostra Costituzione, né del momento di vera e propria “emergenza costituzionale” in cui il messaggio è stato lanciato, come un appello di sos destinato a richiamare l’attenzione di tutti gli italiani sul naufragio che attende la nostra democrazia se continua a navigare con questi dissennati piloti.

La posizione costituzionale del presidente della nostra Repubblica non è paragonabile a quella che secondo lo statuto albertino aveva il monarca, del quale si soleva ripetere che «il re regna ma non governa». Questo principio può esser valido in una monarchia come quella inglese, in cui i poteri del parlamento sono teoricamente sconfinati perché possono arrivare fino a modificare la costituzione con legge ordinaria, e in cui il re, che fonda il suo potere non sulla volontà popolare ma sulla tradizione, si è ridotto sempre più ad essere soltanto un organo figurativo di rappresentanza, senza effettiva ingerenza nelle direttive politiche del governo, che risponde soltanto di fronte al parlamento: tanto che perfino il discorso della Corona è redatto dal primo ministro. Ma nel nostro ordinamento repubblicano il presidente della Repubblica, organo costituzionale avente anch’esso come tutti gli altri la sua unica fonte nella sovranità popolare, è posto al vertice dello Stato non solo come rappresentante dell’unità nazionale, ma anche come custode della Costituzione; com’è dimostrato dal fatto che mentre egli di regola non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, risponde tuttavia personalmente della osservanza della Costituzione e può esser messo sotto stato d’accusa per «attentato» alla medesima (art. 90 Cost.), commesso da lui o dal governo colla sua complicità ed acquiescenza.

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