5 Agosto 2019
pubblicato da Il Ponte

Quello ingrato popolo maligno

di Tomaso Montanari

«Quello ingrato popolo maligno / che discese di Fiesole ab antico, / e tiene ancor del monte e del macigno, / ti si farà, per tuo ben far, nemico»: la profezia dell’esilio che l’ombra di Brunetto Latini fa calare su Dante nel XV dell’Inferno torna oggi vera, parola per parola. L’idea di riportare a Firenze, per un “evento” del 2021 (settecentesimo anniversario della morte del massimo poeta italiano), le spoglie dantesche che riposano a Ravenna qualifica i fiorentini di oggi per quello che sono: duri di cuore e di comprendonio come i sassi fiesolani da cui scesero a valle i nostri padri etruschi. Ed è davvero insopportabile questa continua prostituzione della storia della mia città, ormai ridotta alla mediocrità di una pellicola di Zeffirelli, con i suoi falsi storici e la sua «fatuità da classe vip» (Morandini).

L’idea di «far finire l’esilio di Dante» (questa la pornografica formula giornalistica) è stata lanciata da Cristina Mazzavillani, che dirige il Festival di Ravenna grazie al suo principale merito: essere la moglie del venerato maestro Riccardo Muti. L’alto profilo dell’iniziativa è stato subito ben colto dalla stampa: «un business turistico» (così «la Repubblica»). E naturalmente Palazzo Vecchio ha subito abboccato, e il sindaco Dario Nardella, trionfante sulle ceneri del Maggio Musicale Fiorentino, ha dichiarato: «Sulle ceneri di Dante non dico niente, qualsiasi cosa si faccia sarà possibile solo in totale accordo con la città di Ravenna».

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3 Agosto 2018
pubblicato da Il Ponte

Saviano e la sinistra

Roberto Savianodi Tomaso Montanari

Caro direttore,

Roberto Saviano ha invitato a rompere il silenzio sulla politica e la retorica sostanzialmente fasciste di Matteo Salvini.

Ho dedicato un piccolo libro (Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità, Torino, Edizioni del Gruppo Abele, 2017) al dovere di – sono parole di Bobbio – non lasciare il monopolio della verità a chi ha già il monopolio della forza: e lì ho indicato proprio in Saviano uno dei non molti intellettuali liberi, e disposti a schierarsi. Su Salvini, poi, ho preso la parola in ogni sede: scrivendo, tra l’altro, la prefazione al libro che Antonello Caporale e Paper First hanno dedicato al «ministro della paura».

Ma rompere il silenzio non basta. Racconta Emilio Lussu di un comizio in cui, quando un ascoltatore reclamò: «voce!», si sentì rispondere: «orecchio!». Per battere questa destra orrenda serve più orecchio che voce.

Ci vuole ascolto, per capire perché (oltre al tessuto ricco, e talvolta razzista, del Nord che da anni si riconosce nel potere della Lega) anche i poveri, gli ultimi, gli «scartati» (come li chiama papa Francesco) hanno votato in massa per le forze che si sono saldate in questo governo. E perché, nonostante tutto, continuano a sostenerle. Se non lo capiamo, rischiamo di maledire un sintomo (Salvini) senza curare la malattia.

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15 Dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

La Torre di Arnolfo ridotta ad albero di Natale

La Torre di ArnolfoEgregio Sig. Sindaco di Firenze,

da alcune sere dalla mia finestra vedo la torre di Palazzo Vecchio illuminata con luci rosse, gialle, verdi, blu più adatte a un albero di Natale che non a un’opera d’arte qual è la Torre di Arnolfo, che, dopo varie vicissitudini, che sarebbe lungo ricordare in questa sede, giunse a compimento intorno al 1320. Ho saputo poi che altri monumenti della città sono illuminati in egual modo.

Mi ero già reso conto che sotto la Sua amministrazione Firenze si stava trasformando in una novella Disneyland. Alludo all’uso di Ponte Vecchio e del Salone dei Cinquecento per operazioni di business; ai “canotti” appesi alle finestre di Palazzo Strozzi che non sono riuscito a comprendere che cosa avessero di artistico; alla rottura dell’armonia di Piazza della Signoria occupata da sculture che mal si legano con un’architettura tre-quattrocentesca. Ora con questa oscena illuminazione della Torre si è passato ogni limite. Avrebbe Lei messo delle luci variamente colorate intorno alla Primavera di Botticelli o intorno al David di Michelangiolo? E allora perché trattare in altro modo la Torre di Arnolfo?

Lei, signor Sindaco, è stato eletto dai fiorentini per conservare al meglio una città d’arte che insieme a Venezia, Roma e Napoli è uno degli esempi più belli della civiltà occidentale e non per offenderla con opere da baraccone.

Non voglio affondare oltre il coltello nella piaga, ma voglio sperare che, dando prova di un minimo di sensibilità estetica, Lei voglia far spegnere quelle luci oscene.

Le posso garantire che anche nella penombra della sera la Torre di Arnolfo mantiene, senza artifici volgari, il suo fascino.

Marcello Rossi, direttore del «Ponte»