5 Maggio 2015
pubblicato da Il Ponte

Il presidente della Repubblica

presidente della  Repubblicadi Vincenzo Accattatis

Alcuni concetti elementari: dalla Costituzione il presidente della Repubblica è posto al vertice dei poteri dello Stato, rappresenta lo Stato tutt’intero, l’unità nazionale, non può consentire che l’esecutivo prevarichi sul legislativo. E resta in carica sette anni: rimarco questo aspetto perché su di esso mi soffermerò.

Poteri e funzioni del capo dello Stato

Il capo dello Stato ha poteri notevoli:1) dichiara lo stato di guerra, presiede il Consiglio supremo di difesa, comanda le forze armate e, quindi, è in grado di influire sulle spese militari, aspetto rilevantissimo oggi (art. 87); 2) invia messaggi alle Camere; 3) scioglie le Camere, aspetto oggi rilevantissimo (art. 88); 4) indice le elezioni (art. 87); 5) promulga le leggi, con rinvio alle Camere con messaggio motivato delle leggi che non ritiene di promulgare – con richiesta di nuova deliberazione (artt. 73-74); 6) nomina il presidente del Consiglio (art. 92); 7) presiede il Consiglio superiore della magistratura (art 104); 8) nomina un terzo dei componenti della Corte costituzionale (art. 135); 9) concede la grazia e commuta le pene (art. 87).

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16 Febbraio 2015
pubblicato da Il Ponte

L’arbitro

arbitrodi Marcello Rossi

La stampa quotidiana – come è logico – ha già ampiamente commentato il discorso di insediamento del neopresidente della Repubblica e, salvo poche eccezioni, ha messo in campo tutto il servilismo di cui è capace. In linea, tra l’altro, con l’emiciclo di Montecitorio che, in omaggio alla morigeratezza, ha interrotto con lunghi applausi il discorso presidenziale per ben 42 volte. Di quel discorso non si vuole in questa sede proporre un commento – che risulterebbe superfluo, dopo tutto quello che è stato scritto – ma si vuole solo mettere in luce un passaggio: quello in cui il presidente ha detto che vorrà essere «arbitro imparziale».

Meraviglia che il presidente Mattarella, che tutti descrivono come giurista di rango e fine intellettuale, sia caduto in questo luogo comune tanto abusato dai politici nostrani. Meraviglia perché, se si scorrono gli articoli della Costituzione che riguardano il presidente della Repubblica (artt. 83-91), non si trova mai la parola “arbitro”. E pour cause, secondo me, perché l’arbitro è figura che vive di luce riflessa, mentre i soggetti veramente attivi sono i giocatori. Ma la nostra Costituzione non postula un presidente “neutro” o addirittura “passivo”: il presidente non è il monarca dello Statuto albertino, che regnava ma non governava, né è il monarca inglese, che fonda il suo potere sulla tradizione ed è soltanto un organo di rappresentanza. Nella nostra Costituzione il presidente della Repubblica, ponendosi come mediatore fra i tre poteri fondamentali – il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario – costituisce una sorta di ago della bilancia che deve compensare ogni più piccolo conflitto e squilibrio che si venga a delineare fra i tre poteri. Dunque figura assolutamente attiva, mediatore, non arbitro, per evitare – come ricorda Calamandrei – che la politica governativa si indirizzi per vie divergenti dalle direttive politiche prefissate nella Costituzione.

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31 Gennaio 2015
pubblicato da Il Ponte

Viva vox constitutionis

Piero Calamandrei di Piero Calamandrei

[In occasione dell’elezione del dodicesimo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ripubblichiamo questo articolo del giugno 1955 in cui Piero Calamandrei, prendendo le mosse dal messaggio al popolo italiano del neopresidente Giovanni Gronchi, delineava le attribuzioni del presidente della Repubblica. A chi ricorda quegli anni non sfuggirà che la non attuazione della Corte costituzionale, del Consiglio superiore della Magistratura e dell’ordinamento regionale rappresentava un pesante vulnus della Costituzione e tuttavia la Democrazia cristiana, con un oblio sistematico dei suoi doveri nei riguardi della Costituzione, faceva di tutto per non dar corso a tali istituti. Calamandrei dal 1948 al 1956 batté con caparbietà su questo argomento insistendo sul colpevole immobilismo costituzionale del partito di maggioranza. Da qui l’importanza del presidente della Repubblica quale custode di una Costituzione programmatica, di una Costituzione, cioè, che avrebbe dovuto indirizzare e prefissare l’iniziativa politica del governo. A noi sembra che tali attribuzioni a tutt’oggi non siano mutate. Il presidente della Repubblica non può essere una figura neutra, un “arbitro”, come l’attuale presidente del Consiglio vorrebbe! Ma poi, arbitro di che cosa? La metafora della politica simile a una partita di calcio, metafora che rivela la pochezza culturale dei nostri politici, non si addice al presidente della Repubblica, che non è chiamato a stabilire chi tra le forze politiche ha vinto e chi ha perso, ma a far sì che quella Carta che è espressione del momento più alto della recente storia del popolo italiano abbia finalmente piena attuazione.]

Chi, dopo aver letto il messaggio del nuovo presidente della Repubblica al popolo italiano, se n’è allarmato come di uno straripamento dai limiti delle attribuzioni presidenziali e come di un’invasione delle attribuzioni di indirizzo politico riservate al governo, ha dimostrato con ciò di non essersi reso conto né di quelle che sono in realtà le funzioni presidenziali nella nostra Costituzione, né del momento di vera e propria “emergenza costituzionale” in cui il messaggio è stato lanciato, come un appello di sos destinato a richiamare l’attenzione di tutti gli italiani sul naufragio che attende la nostra democrazia se continua a navigare con questi dissennati piloti.

La posizione costituzionale del presidente della nostra Repubblica non è paragonabile a quella che secondo lo statuto albertino aveva il monarca, del quale si soleva ripetere che «il re regna ma non governa». Questo principio può esser valido in una monarchia come quella inglese, in cui i poteri del parlamento sono teoricamente sconfinati perché possono arrivare fino a modificare la costituzione con legge ordinaria, e in cui il re, che fonda il suo potere non sulla volontà popolare ma sulla tradizione, si è ridotto sempre più ad essere soltanto un organo figurativo di rappresentanza, senza effettiva ingerenza nelle direttive politiche del governo, che risponde soltanto di fronte al parlamento: tanto che perfino il discorso della Corona è redatto dal primo ministro. Ma nel nostro ordinamento repubblicano il presidente della Repubblica, organo costituzionale avente anch’esso come tutti gli altri la sua unica fonte nella sovranità popolare, è posto al vertice dello Stato non solo come rappresentante dell’unità nazionale, ma anche come custode della Costituzione; com’è dimostrato dal fatto che mentre egli di regola non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, risponde tuttavia personalmente della osservanza della Costituzione e può esser messo sotto stato d’accusa per «attentato» alla medesima (art. 90 Cost.), commesso da lui o dal governo colla sua complicità ed acquiescenza.

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22 Luglio 2014
pubblicato da Il Ponte

Cattivi pensieri

bicameralismo perfettodi Marcello Rossi

Non capisco perché alcuni – anzi, la grande maggioranza degli italiani, a quanto ci vogliono far credere – ritengano che leggere un disegno di legge due volte – una volta alla Camera e una volta al Senato – sia una perdita di tempo. Io penso, invece, che le leggi (e i relativi decreti attuativi, che però nessuno prende in considerazione) siano momenti importanti della vita associata e allora leggerle due volte è sempre meglio che leggerle una volta sola, tanto che si potrebbe pensare che il bicameralismo si sia chiamato “perfetto” proprio per i vantaggi indotti da questa doppia lettura.

Possibile che i nostri costituenti – i Mortati, i Moro, i Calamandrei, i Codignola, i Terracini – non si siano posti il problema se una doppia lettura fosse una perdita di tempo, o no? Possibile che in un momento di grande difficoltà per il paese, che usciva dalle macerie morali e materiali della guerra, si sia dato vita a un inutile doppione del potere legislativo? Non era questo apparente doppione un di piú di democrazia di cui il paese aveva bisogno? E oggi possiamo davvero rinunciare a questo di piú di democrazia, sposando le “raffinate” elaborazioni di una Maria Elena Boschi che ritiene che il bicameralismo “perfetto” sia solo una perdita di tempo?

Ma allora il Parlamento deve rimanere quello di sempre? Non voglio dire questo. Un dimagrimento delle due Camere forse si impone, per cui 200 senatori e 400 deputati, pagati la metà di quello che oggi percepiscono, sarebbero più che sufficienti. Ma sufficienti per fare che cosa? Per fare le leggi e non per approvare i decreti legge del governo. Certo, se il potere legislativo si comprime sempre di piú fino ad annullarsi nell’esecutivo, allora il Senato serve veramente a poco e si potrebbe addirittura eliminarlo, ma la stessa cosa si potrebbe pensare anche per la Camera. E nel contempo si dovrebbe eliminare anche l’art. 76 della Costituzione che vuole che «l’esercizio della funzione legislativa non [possa] essere delegato al governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti».

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4 Giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

Chiodo scaccia chiodo

morire democristianidi Marcello Rossi

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 6 de Il Ponte – giugno 2014]

Durante la Prima repubblica, di fronte ai continui successi della Democrazia cristiana, avevamo coniato uno slogan: «Non vogliamo morire democristiani!». Di fatto, però, questa nostra speranza rimase sempre inascoltata e, se non fosse intervenuta l’azione del pool di Mani pulite, forse saremmo ancora qui a cantare la stessa canzone. Ma l’effetto di Mani pulite, purtroppo, fu quello di far subentrare alla Balena bianca Berlusconi, e allora, pur avendo preso atto che non saremmo morti democristiani, dovemmo rispolverare un vecchio adagio che era di moda nel Regno d’Italia alla fine dell’Ottocento: «si stava meglio quando si stava peggio», che è come dire, per usare un altro adagio, «dalla padella nella brace». E in questa brace per venti lunghi anni si sono bruciate le poche cose buone che la Prima repubblica aveva realizzato e le molte speranze che la Resistenza prima e la Costituzione poi avevano suscitato.

Come sia finito Berlusconi, o come stia per finire, è sotto gli occhi di tutti e non mi sembra di buon gusto affondare il bisturi nella piaga. Gli italiani, che purtroppo hanno sempre amato affidarsi a un “ghe pense mi”, dopo vent’anni gli hanno chiesto il conto, come lo chiesero già, in condizioni molto piú tragiche, all’uomo della provvidenza.

Certo, a proposito di Mussolini, altri tempi e altre tensioni, ma è ancora di grande effetto – almeno per me – rileggere le parole di Calamandrei che commentavano la fine del dittatore annunciata da un giornale-radio: «Alla fine della trasmissione c’è qualche attimo di silenzio, di desolato e vuoto silenzio: non un commento, non una esclamazione di giubilo, non un’imprecazione. Da vent’anni questa fine fatale si prevedeva, si attendeva, si invocava: ora che la conclusione arriva, inesorabile come la morale di un orribile apologo, ci ritroviamo, invece che consolati, umiliati dal disgusto e dalla vergogna. Ecco, era tutto qui: un ventennio di spaventose apocalissi concluso in questo mucchio di stracci insanguinati. E noi che non abbiamo saputo impedirlo: e noi che abbiamo aspettato vent’anni a tirar questi conti cosí semplici».

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