4 Luglio 2019
pubblicato da Il Ponte

La Magistratura, il Consiglio superiore, la questione morale

Csmdi Livio Pepino

1. Lo scandalo conseguente all’emergere delle poco commendevoli frequentazioni di Luca Palamara, pubblico ministero romano ed esponente di primo piano dell’associativismo giudiziario, ha aperto una crisi gravissima nel Consiglio superiore della magistratura, messo in condizioni prossime alla paralisi dalle dimissioni – mentre scrivo – di quattro componenti e dall’autosospensione di un quinto e con un drammatico dibattito in corso sul suo possibile scioglimento (che il capo dello Stato ha, allo stato, scongiurato indicendo elezioni suppletive per i componenti decaduti non sostituibili). Il tutto in attesa di ulteriori probabili “sorprese”, mentre l’ombra lunga dello scandalo travolge la residua credibilità del Partito democratico e non mancano i tentativi trasversali di chiamare in causa anche il Quirinale.

Tutto nasce dalla contestazione a Palamara, da parte della Procura della Repubblica di Perugia, del reato di corruzione per avere ricevuto denaro e favori da un amico imprenditore impegnato, insieme a un paio di faccendieri, in affari di assai dubbia liceità. Il fatto è in corso di accertamento ma alcuni dati sono pacifici: la frequentazione “pericolosa”, da parte di Palamara, di personaggi spregiudicati, alcuni dei quali già inquisiti e finanche arrestati e, soprattutto, le grandi manovre per le nomine dei nuovi procuratori della Repubblica di Roma e di Perugia, ordite in incontri notturni tra lo stesso Palamara (leader della corrente di «Unità per la Costituzione»), cinque magistrati componenti del Csm (Luigi Spina, Corrado Cartoni, Antonio Lepre, Gianluigi Morlini e Paolo Criscuoli), il parlamentare Pd Cosimo Ferri (magistrato in aspettativa, già segretario di «Magistratura indipendente» e tuttora influente “manovratore” del gruppo) e l’ex ministro renziano Luca Lotti (tuttora imputato davanti a quella Procura di Roma della quale si deve nominare il nuovo capo). A completare il quadro c’è, poi, l’attivazione di uno dei consiglieri coinvolti negli incontri (Luigi Spina) per informare Palamara, in tempo reale e in violazione dei doveri di ufficio, della sua avvenuta iscrizione nel registro degli indagati.

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4 Ottobre 2015
pubblicato da Il Ponte

L’edizione integrale del «diario» di Piero Calamandrei: uno spaccato testimoniale tra autobiografia, storia e storiografia

Piero Calamandreidi Angelo Tonnellato

Un’attesa edizione integrale

Finalmente, l’attesa e sollecitata edizione integrale del Diario di Calamandrei arriva in libreria. Va dato merito a Tommaso Codignola, in continuità, non solo editoriale, ma etica e civile, con la comunità calamandreiana dei suoi «maggiori» – il bisnonno Ernesto, il nonno Tristano, il padre Federico – di aver degnamente corrisposto a una sollecitazione di lunga data della cultura italiana. Queste le coordinate del libro: Piero Calamandrei, Diario 1939-1945, introduzione di Mario Isnenghi, 2 voll., Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2015. Prezzo dei due volumi euro 56.00, che si possono ordinare anche sul sito dell’editore a euro 47.60.

L’edizione del 1982, come si sa, fu realizzata con alcuni omissis, dettati dalla cautela verso persone, allora ancora in vita, e dal desiderio di Franco Calamandrei di attutire qualche punta particolarmente acre dei numerosi «paragrafi dello scontento» compilati su di lui dal padre. Notazioni che erano il riflesso e la proiezione d’un dissidio che, emerso fin dal 1937-38, era venuto dilatandosi, negli anni successivi, su latitudini non solo politiche, come uno sciame sismico di cui il (troppo) sensibile e fibrillante sismografo paterno era venuto registrando tutte le evoluzioni e impennate. Non poche volte, peraltro, esacerbando e irrigidendo i contrasti sotto l’effetto di una solitudine che lo conduceva, da un lato, a far fibrillare le sue scontentezze fino ai limiti di una quasi vendicativa insofferenza e, dall’altro, a restringere – come nella sequenza di un precipite – la messa a fuoco dei suoi propri «dintorni» relazionali alle dimensioni e andature di un microcosmo che, apparendogli, appunto, addirittura privo di un condiviso «lessico famigliare», risulta in definitiva affidato al solo codice dei segni – il rimpicciolito e clandestino esperanto dell’opposizione moderata al fascismo – in vigore nel vigilato circuito di una ridottissima pattuglia di persone fidate.

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