6 Settembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Così è (anche) se (non) vi pare. Cronaca di una crisi pirandelliana

Maschere PirandelloGiuliano e Piergiovanni Pelfer

Si afferma da molte parti e con maggiore insistenza che la politica è sempre più spettacolo anche per effetto delle possibilità offerte dai nuovi media. L’idea è intrigante e ci offre l’occasione di descrivere la crisi politica risolta da poco rifacendosi a un canovaccio, come nella Commedia dell’Arte.

Gli attori che indicheremo con pseudonimi sono il rude lumbard, il gran Cazzaro Verde, alias Matteo Salvini; il fiorentino, il perfido Cazzaro Rosso, alias Matteo Renzi; il romano, il fratello più furbo di Montalbano, alias Nicola Zingaretti; tre meridionali: l’incolto stewart dello stadio San Paolo invitato in ogni occasione a iscriversi alla London School of Economics, alias Luigi Di Maio; il BisConte Raddoppiato, alias Giuseppe Conte, e il sempre sorprendente Grande Vecchio, alias il presidente Sergio Mattarella.

Per chi non conosce la letteratura italiana, in primo luogo Luigi Pirandello ma anche altri siciliani tra cui Sciascia e Bufalino e il napoletano Eduardo De Filippo, decifrare questa crisi politica può essere arduo, mentre la conoscenza di questi autori aiuta molto a scoprire l’oscuro intreccio della commedia recitata dagli attori citati. Il vero inizio della crisi ha una data precisa, le elezioni europee del maggio 2019. Il risultato per la Lega va al di là di ogni più ottimistica attesa.

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1 Giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Ti piace ’o presebbio?

di Marcello Rossi

Giorni or sono, prima che Mattarella bocciasse il governo giallo-verde, un amico mi ha mandato una mail (ormai la comunicazione si tiene con questi strumenti) in cui, con fare malizioso, usando dell’Eduardo di Natale in casa Cupiello, mi chiedeva: «Ti piace ’o presebbio?». Gli ho risposto con le parole di Tommasino: «Non mi piace ’o presebbio». E gli ho risposto così perché questo “presebbio” mi sembrava sfacciatamente di destra, e a me la destra non piace. E qui tuttavia occorre che io faccia qualche precisazione per non essere frainteso perché io penso che il governo che stava per nascere – mi piacesse o non mi piacesse, d’altronde anche i governi democristiani non mi sono mai piaciuti – era la diretta espressione del voto del 4 marzo, il che lo rendeva assolutamente legittimo.

Come e qualmente questo governo si sia incagliato nella scelta del ministro dell’Economia è altro problema che riguarda i rapporti che sarebbero dovuti intercorrere tra il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio incaricato. Mi spiego: io credo che nella formazione della lista dei ministri i due presidenti avrebbero dovuto trovare un accordo, prima di arrivare alla definizione ufficiale dei ministri secondo l’art. 92 della Costituzione, secondo comma, che recita: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». Vorrei richiamare l’attenzione su quel “nomina”, che è un indicativo, e non un congiuntivo o un condizionale e, secondo la sintassi italiana, la funzione dell’indicativo è quella di indicare una situazione non condizionata da incertezze. Il che vuol dire, secondo me, che le incertezze, i dubbi e i divieti su un possibile ministro si sarebbero dovuti risolvere da parte dei due presidenti prima di mettere in campo l’articolo 92, perché, se si arriva all’art. 92, i giochi sono ormai fatti. Ma altri su questa rivista, con maggiore dottrina della mia, affrontano il problema e a loro rimando il lettore.

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4 Marzo 2014
pubblicato da Il Ponte

«La grande bellezza»? Meglio niente, grazie

di Antonio Tricomi

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 10  de Il Ponte – ottobre 2013 ]

La grande bellezzaE va bene: fingiamo pure che Flaubert, che era Flaubert, volesse realmente scrivere un “romanzo sul niente”, invece che “un libro su nulla”, e che egli davvero non abbia saputo realizzare un proposito cui, tuttavia, non risulta si sia mai dedicato, dal momento che tanto L’educazione sentimentale quanto Bouvard e Pécuchet, per esempio, nascono da tutt’altra ispirazione. Ma, allora, perché cimentarsi in un progetto che, cosí, tanto per chiacchierare, stiamo indebitamente ipotizzando essersi dimostrato superiore persino alle forze di uno fra i massimi autori della modernità? Il rischio è che ne risulti un ambiziosissimo film sul niente che poi si rivela niente e spinge gli spettatori a domandarsi: «non sarebbe stato meglio niente?». A chi non confonda un autentico e rigoroso talento visionario con un ossessivo manierismo che, per eccesso di gratuità, da potenziale virtuosismo onirico si degrada a monocorde formalismo asfittico, La grande bellezza di Paolo Sorrentino apparirà infatti nulla.

Una dopo l’altra, debordanti citazioni sia cinematografiche sia letterarie, raramente essenziali sotto l’aspetto figurativo o nell’economia della pressoché assente narrazione, si affastellano alla rinfusa, dando non troppo congruamente vita a una carrellata, immancabilmente qualunquistica, degli idoli e dei luoghi comuni del nostro tempo. Il quale, appunto perché rievocato con una sensibilità tutta estetizzante, non risulta – al di là delle intenzioni del cineasta, quali che fossero – né decostruito, o almeno effettivamente interrogato, né messo sotto accusa, o al limite assolto. Se il desiderio era cioè quello di svelare il cinico e disperato, anzi mortuario, abbrutimento etico, nonché lo smisurato e persino lugubre cattivo gusto che si cela sotto le triviali immagini di grottesca magniloquenza imposte dall’odierna società dello spettacolo e cui aspirano a uniformarsi anzitutto ceti abbienti sempre piú ipocritamente sguaiati, e se l’ambizione era altresí quella di reperire, sia pure in cotanto squallore, tracce o potenzialità di sopravvissuta o nuova bellezza, di riaffiorata o inedita decenza, Sorrentino manca entrambi gli obiettivi. Il suo oleografico ma fragoroso barocchismo, difatti, ne rende gli slanci satirici cosí ovvi e farseschi da ridurli a epidermici e buffoneschi, dunque a facili e spuntati, sberleffi. E il suo onnivoro compiacimento espressivo, benché voglia magari provare a riscattarle, degrada invece le poche chances o illusioni di grazia e di moralità, che pensa di poter ancora scoprire nella nostra epoca corrotta, a melensi reperti kitsch.

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