13 Dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

In assenza del socialismo

Socialismodi Paolo Bagnoli

Le elezioni sono oramai vicine: un’altra legislatura è trascorsa. Su quella che verrà sembra esserci poca speranza, visto che già si ipotizzano nuove elezioni a giugno, se dal voto dovesse uscire un quadro politico instabile.

La crisi della politica italiana data ormai un quarto di secolo e ancora non se ne vede una plausibile via d’uscita. Il renzismo ha fatto il suo tempo. È naufragato insieme con il Partito democratico e ci ha consegnato un paese in condizioni istituzionali ed economiche più che preoccupanti e alla mercé della demagogia pentastellata. I dati del rapporto Censis, presentato a dicembre, disegnano un quadro allarmante. In un paese in cui la fiducia nella politica non è mai stata particolarmente alta, si registra un ulteriore scadimento: l’84% dei cittadini non nutre fiducia alcuna nei partiti politici e, viene da aggiungere, a ragione, in presenza di soggetti dediti solo a porsi all’attenzione dei media con una vocazione prevalente ad assecondare il governo. Inoltre, ben il 78% non confida neppure nel governo e, al di là delle tanto sbandierate riforme, permane l’ostilità nei confronti della pubblica amministrazione verso la quale il 52% degli italiani non nutre fiducia e, visto come vanno le cose –basti pensare alla sanità – il dato appare anche contenuto. Il sindacato perde pezzi: in un anno le iscrizioni sono calate di ben 180.000 unità. I dati economici non sono poi quelli che si vuole rappresentare, dal momento che il Pil registra un ribasso dello 0,1%.

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25 Settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Le tante facce e i molti equivoci di un’emergenza

profughidi Gian Paolo Calchi Novati

Se e quando il flusso migratorio verso l’Europa finirà o almeno si normalizzerà, si potrà valutare meglio la maggiore o minore eccezionalità del fenomeno che è dilagato negli ultimi mesi e soprattutto nelle ultime settimane. La storia registra processi migratori che hanno di fatto cambiato il mondo plasmando e riplasmando la geografia e la demografia dei continenti. Le Americhe, l’Australia, il Sud Africa ma anche la Turchia e Israele sono il prodotto di spostamenti massicci di popolazioni. Non sempre i nuovi insediamenti sono avvenuti nel vuoto. Le terre senza popolo per popoli senza terra sono più spesso una pia illusione o una pura e semplice ipocrisia per nascondere travasi o sostituzioni di massa con la forza. L’ultimo spostamento di milioni di persone in Europa è avvenuto a seguito della Seconda guerra mondiale come effetto dello slittamento verso ovest dei confini e della reazione alla “sovietizzazione”. La normativa internazionale sul diritto d’asilo ha avuto come spunto contingente proprio gli eventi in Europa degli anni quaranta.

Se si sta ai numeri, i profughi che approdano in Europa sono una quota minima rispetto ai profughi che si muovono all’interno delle stesse aree che soffrono le conseguenze di guerre, carestie, calamità naturali, persecuzioni e regimi autoritari. La grande maggioranza degli uomini e delle donne che in Africa – il continente che consideriamo il nostro continente di riferimento – lasciano i loro paesi d’origine per emergenze di varia natura, ma anche alla ricerca di lavoro o promozione sociale, lascia un paese africano per un altro paese africano. I profughi africani che restano in Africa si contano a milioni, non a decine o, tutt’al più, centinaia di migliaia come per le esperienze recenti di immigrazione da Sud a Nord. Pur ammettendo che è più “facile” integrare o integrarsi in contesti o spazi territoriali informali che non nei nostri Stati ultra-formalizzati, resta tuttavia una bella differenza fra Africa (ma anche Medio Oriente) e Europa. La percentuale media di stranieri nei paesi dell’Unione europea è dell’11%, nel solo Libano è del 25%.

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16 Aprile 2014
pubblicato da Il Ponte

Senato a sorteggio

Senato a sorteggiodi Italo Testa

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 5 de Il Ponte – maggio 2014]

E se il Senato fosse sorteggiato, in tutto o in parte? Se il Senato diventasse una camera dei cittadini e dei discorsi? Una camera in cui le autonomie locali e i saperi disciplinari, anziché chiudersi autoreferenzialmente, si aprano a una deliberazione democratica estesa, potenzialmente aperta a tutti?

I disegni legislativi del governo, e le diverse proposte avanzate nella discussione pubblica circa l’urgenza di riformare il bicameralismo, sembrano costantemente ignorare la prospettiva della legittimità democratica, della sua estensione e miglioramento qualitativo. Così il dibattito sui limiti del bicameralismo perfetto è orientato prevalentemente su aspetti funzionali – lentezza, inefficienza del processo decisionale – o economici (pure nel Ddl Civati/Chiti, alla fine, la proposta principale di riforma riguarda il dimezzamento del numero dei senatori). Anche quando si tocca il problema della scarsa rappresentatività delle istituzioni, i correttivi proposti – Senato delle autonomie locali, delle funzioni sociali, Camera Alta delle competenze – anziché esser pensati in vista di un’estensione e differenziazione della legittimità democratica delle istituzioni, tradiscono invece una matrice neo-oligarchica di stampo vuoi tecnocratico (Il Sole 24 Ore, Elena Cattaneo, Eugenio Scalfari) vuoi  neo-corporativo (il progetto avanzato da Mario Monti con il suo richiamo alle autonomie funzionali).

Il vero problema in questo senso non è costituito dalla proposta di rendere non elettivo l’organismo che prenderà il posto dell’attuale Senato. Il metodo elettivo, infatti, non è di per sé identico con la democrazia. Per quanto il suffragio universale rimanga una conquista democratica imprescindibile,  esso non è tuttavia sufficiente a garantire la qualità del processo deliberativo; e senz’altro vi sono istanze di legittimità democratica – legate alle idee di imparzialità, riflessività, prossimità – che possono essere realizzate anche, e forse meglio, con metodi diversi da quello elettivo.

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