30 Maggio 2016
pubblicato da Il Ponte

Le mani sulle città. Le politiche urbane del governo Renzi

Decreto Lupidi Francesco Biagi

1. L’obiettivo di questo lavoro è analizzare le politiche di intervento del governo Renzi, con un ampio approfondimento intorno alle questioni legate al diritto alla casa e ai nuovi scenari possibili di trasformazione dell’urbano. Prenderemo in esame in modo particolare le disposizioni del «Decreto Lupi» (detto anche «Piano Casa»), ovvero ci concentreremo esclusivamente su quei dispositivi giuridici che guardano – nella congiuntura della crisi economica – all’urbano, cercando di comprendere come i fattori strutturali del modello neoliberista siano rafforzati verso un modello di società sempre più polarizzato. A partire da un’analisi del testo giuridico e dalle ricadute sociali che hanno avuto negli ultimi due anni, decostruiremo le possibili conseguenze di tali politiche sulla dimensione territoriale e urbana in Italia. Le politiche del governo Renzi hanno inasprito o hanno risolto i problemi della crisi economica? Quali le ricadute sui diritti delle persone? Quale ruolo hanno avuto queste scelte politiche nel facilitare operazioni finanziarie volte a trasformare gli assetti urbanistici del territorio?

2. Il «Decreto Lupi», ovvero il decreto legge 47/2014 intitolato «Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per Expo 2015», ha intrecciato nel medesimo dispositivo giuridico le problematiche sociali attinenti all’emergenza abitativa con l’organizzazione di Expo 2015 a Milano. Due macrotematiche che apparentemente non hanno legami, se non quello di essere regolamentate nel medesimo decreto. È possibile ipotizzare che il legislatore, come spesso è accaduto negli ultimi vent’anni in Italia, abbia unito materie disomogenee per l’abuso di uno strumento legislativo d’urgenza come il decreto legge; tuttavia fermarsi a questa interpretazione significa non comprendere a fondo la volontà politica intrinseca a tale progetto legislativo che, conseguentemente, è assunto anche come progetto di società e di città. Perché un dispositivo giuridico ha congiunto un grande evento come l’Expo di Milano alla drammatica questione sociale del diritto alla casa? Perché il legislatore ha immaginato una legge dove connette regolamenti che riguardano il welfare – per quelle persone che si vedono negate il diritto alla casa a causa di forme di esistenza povere e marginali – con la gestione di uno spazio espositivo mondiale che ha dato ampio spazio alle grandi imprese multinazionali?

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24 Marzo 2015
pubblicato da Il Ponte

Un’altra storia

Isisdi Lanfranco Binni

Delle origini in Iraq e in Siria dello «Stato islamico», finanziato e armato dagli Stati Uniti, e sottotraccia da Israele, per disgregare lo Stato siriano con l’obiettivo strategico di attaccare l’Iran ed eliminare due importanti retrovie di sostegno al popolo palestinese, ormai sappiamo tutto. È lo stesso Obama, nella recente intervista del 19 marzo, a riconoscere il ruolo statunitense nella nascita dell’Isis, sia pure attribuendola alle conseguenze della guerra irachena di Bush e sottraendosi alle responsabilità della sua presidenza. Sappiamo anche che l’Isis, strumento del capitalismo senile occidentale e delle sue strategie geopolitiche, svolge oggi un ruolo di attrazione di soggettività radicali nei paesi arabi e nei paesi occidentali, innestando sul disegno eterodiretto dinamiche diverse e più complesse le cui radici affondano nei processi di esclusione sociale nei paesi arabi e di islamofobia e razzismo nei paesi occidentali: contro il neocolonialismo l’odio per l’Occidente, contro lo «Stato ebraico» lo «Stato islamico», contro i simboli del «moderno» integralismo occidentale i simboli di un integralismo islamico delle origini, contro le tute arancione dei prigionieri di Guantanamo le tute arancione dei prigionieri dell’Isis, contro le tecniche e i mezzi della comunicazione occidentale il loro impiego con contenuti opposti e speculari. Ma l’aspetto principale dell’Isis, nonostante l’attrazione di giovani guerriglieri in parte estranei a motivazioni di ordine religioso, resta la sua funzione di disgregazione terroristica degli assetti geopolitici nelle sue aree di intervento, al servizio delle strategie occidentali di creazione del caos che giustifichino gli interventi successivi delle potenze «democratiche».

Insomma, l’Isis è stato un ottimo investimento produttivo. Come ha detto lo storico israeliano Ilan Pappé in una recente intervista a «il manifesto» (18 febbraio), «Lo Stato islamico è la miglior cosa che potesse capitare a Israele. Con il califfato si risolleva la voce di coloro per i quali esiste un solo Stato illuminato in Medio Oriente, Israele, baluardo contro l’avanzata dell’estremismo islamico. Spero che in occidente la gente non cada nel trucco: non si tratta di uno scontro di civiltà, ma di giustizia sociale e modelli democratici di integrazione. Basta guardare a come l’Isis attira giovani musulmani europei andando a pescare tra i gruppi più oppressi e marginalizzati. Non stiamo parlando di una questione culturale e religiosa, ma sociale ed economica: se in Europa si assistesse a una trasformazione democratica, se si impedisse a ideologie razziste e pratiche capitaliste di determinare l’esistenza della gente, gruppi come l’Isis non troverebbero spazio».

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