14 Ottobre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Dieci anni di Pd

Dieci anni di Pddi Rino Genovese

I Prodi e i Parisi hanno oggi di che lamentarsi, ma la responsabilità della tragedia ridicola chiamata Pd è anzitutto loro e dei loro amici, di quelli cioè che credettero di fare un partito, anzi di cambiare un intero sistema politico, a tavolino, con un’operazione da piccoli apprendisti stregoni dediti, nel caso, al gioco del meccano. All’inizio c’era una composita coalizione di centrosinistra, alla fine uno pseudopartito altrettanto composito – ma con una sensibile differenza: esso aveva introiettato il virus del berlusconismo, quello delle formazioni politiche prive di un’identità che non fosse quella di un leader, dei suoi interessi, dei suoi vizi. A quel punto lo pseudopartito, fondato sul mito più o meno plebiscitario delle “primarie”, era del tutto scalabile da un avventuriero qualsiasi. Come poi è avvenuto.

Continua a leggere →

26 Ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

La grande furbata

La grande furbatadi Rino Genovese

Concludendo la sua trionfale kermesse fiorentina, Matteo Renzi l’ha detto piuttosto chiaramente: “Andatevene pure, non me ne frega niente”: questo il messaggio indirizzato alla minoranza Pd. Che, per fargli dispetto, non se ne va. Così l’acuto compagno Fassina, il pugnace compagno D’Attorre, il dolce compagno Civati restano nel partito in attesa di logorarne il segretario e presidente del Consiglio. Logorando logorando, tuttavia, finiranno con il logorare se stessi. È vero che la crisi morde e il tempo di Renzi non è infinito. Ma lui ha sotto il tavolo la carta vincente, quella delle elezioni anticipate, in modo da andare davanti al paese come il leader che avrebbe voluto il cambiamento e invece è stato frenato dalla minoranza Pd: della cui zavorra, del resto, può facilmente liberarsi facendo dei gruppi parlamentari a propria immagine e somiglianza (ora invece sono quelli scelti da Bersani).

Per la minoranza Pd non ci sarebbe altra strada che affrontare a viso aperto la partita elettorale a cui Renzi, con tutta la sua prosopopea, si sta preparando. La scissione è nelle cose quando è addirittura il segretario che la fomenta. A questo punto la sfida andrebbe raccolta – per non trovarsi a dovere uscire dal partito successivamente in posizione di svantaggio ulteriore.

Continua a leggere →

30 Giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

Dove vola l’avvoltoio

avvoltoiodi Lanfranco Binni

C’è qualcosa di serio in quanto sta accadendo in questo paese dietro il polverone “riformistico” sollevato a uso domestico dal piazzista di Pontassieve, ed è l’asservimento italico all’accordo segreto euro-americano del Ttip, il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti.

L’offensiva liberista internazionale scatenata nel 2008 contro la spesa pubblica e i programmi sociali degli Stati nazionali è in fase di accelerazione. «La posta in gioco» – scrive Serge Halimi nel numero di giugno di «Le Monde diplomatique» – «è al tempo stesso piú ampia e piú ambiziosa: riguarda i nuovi privilegi rivendicati dagli investitori di tutti i paesi, magari come risarcimento per una crisi economica che essi stessi hanno provocato». E riguarda l’assetto geopolitico del mondo, da ridisegnare al servizio delle multinazionali. La risposta alla crisi finanziaria del 2008 è l’accelerazione delle dinamiche che l’hanno determinata, e il Partenariato transatlantico euro-americano ne costituisce lo strumento “legale”, il timone delle politiche statuali sulla base di un nuovo diritto internazionale da imporre con le armi di ogni genere e su qualunque terreno. Con l’obiettivo strategico dell’internazionalizzazione del «libero mercato», in concorrenza diretta con la Cina e con il nuovo asse Mosca-Pechino che si va delineando. Il recente viaggio di Renzi in Vietnam, in un momento di tensione tra Vietnam e Cina per ragioni territoriali (ed energetiche), rientra in questo quadro in movimento.

Continua a leggere →

4 Giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

Chiodo scaccia chiodo

morire democristianidi Marcello Rossi

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 6 de Il Ponte – giugno 2014]

Durante la Prima repubblica, di fronte ai continui successi della Democrazia cristiana, avevamo coniato uno slogan: «Non vogliamo morire democristiani!». Di fatto, però, questa nostra speranza rimase sempre inascoltata e, se non fosse intervenuta l’azione del pool di Mani pulite, forse saremmo ancora qui a cantare la stessa canzone. Ma l’effetto di Mani pulite, purtroppo, fu quello di far subentrare alla Balena bianca Berlusconi, e allora, pur avendo preso atto che non saremmo morti democristiani, dovemmo rispolverare un vecchio adagio che era di moda nel Regno d’Italia alla fine dell’Ottocento: «si stava meglio quando si stava peggio», che è come dire, per usare un altro adagio, «dalla padella nella brace». E in questa brace per venti lunghi anni si sono bruciate le poche cose buone che la Prima repubblica aveva realizzato e le molte speranze che la Resistenza prima e la Costituzione poi avevano suscitato.

Come sia finito Berlusconi, o come stia per finire, è sotto gli occhi di tutti e non mi sembra di buon gusto affondare il bisturi nella piaga. Gli italiani, che purtroppo hanno sempre amato affidarsi a un “ghe pense mi”, dopo vent’anni gli hanno chiesto il conto, come lo chiesero già, in condizioni molto piú tragiche, all’uomo della provvidenza.

Certo, a proposito di Mussolini, altri tempi e altre tensioni, ma è ancora di grande effetto – almeno per me – rileggere le parole di Calamandrei che commentavano la fine del dittatore annunciata da un giornale-radio: «Alla fine della trasmissione c’è qualche attimo di silenzio, di desolato e vuoto silenzio: non un commento, non una esclamazione di giubilo, non un’imprecazione. Da vent’anni questa fine fatale si prevedeva, si attendeva, si invocava: ora che la conclusione arriva, inesorabile come la morale di un orribile apologo, ci ritroviamo, invece che consolati, umiliati dal disgusto e dalla vergogna. Ecco, era tutto qui: un ventennio di spaventose apocalissi concluso in questo mucchio di stracci insanguinati. E noi che non abbiamo saputo impedirlo: e noi che abbiamo aspettato vent’anni a tirar questi conti cosí semplici».

Continua a leggere →

2 Giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

Sudditanza e contro

M5Sdi Mario Monforte

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 6 de Il Ponte – giugno 2014]

Elezioni del 25 maggio 2014 (europee, ma di primaria valenza interna al paese, pur nel rapporto con l’Ue, e inoltre estese amministrative): al Pd una messe di voti, verso il 41%; «successo storico» (tutto è ormai detto «storico», quanto meno lo è); Renzi, «commosso e determinato», si presta ai «bagni di folla» e va allo «sblocca Italia»; la Boschi parla di «partito rivoluzionario», beninteso «nelle idee» (ormai discorsi e misure, peraltro piú che discutibili, sono detti «rivoluzionari», nella banalizzazione pubblicitaria dei termini) – e via sciorinando retorica e scempiaggini.

Verso il 41%, sí, ma dei votanti, i quali, in base ai dati (quelli ufficiali), sul complesso degli aventi diritto (49.250.169), sono stati il 58,69% (28.908.004), di cui il 5,30% (1.536.257) ha posto nell’urna schede nulle, bianche, contestate. Il voto valido è stato il 54,39% (27.371.147), mentre il non-voto (astenuti, voti nulli, bianchi, contestati) è stato il 45,61% (21.779.002). Dunque, il Pd di Renzi ha avuto il consenso del 22,19% degli elettori; per l’insieme di M5S, Lega Nord, Lista Tsipras, Fd’I-An, ha votato il 20,06% degli elettori; per Forza Italia, Ncd, Idv e altri, ha votato il 12,14%. Detto questo per la precisione, che ridimensiona la “storicità” del successo di Renzi-Pd, fatto invece apparire come maggioranza totale, o comunque travolgente.

A ogni modo, pur ridimensionato da «rumori e fragori» mediatici, e da sospetti di brogli (che, del resto, non mancano mai, in nessuna tornata elettorale), il successo di Renzi-Pd è innegabile: in cifre assolute, circa 11 milioni di italiani l’hanno votato. Secondo è il M5S, con un po’ meno di 6 milioni di elettori. Terza è Forza Italia, con circa 4 milioni e mezzo di voti. Viene poi la Lega, che ha accresciuto i consensi, benché in maniera pur sempre contenuta, dato il suo “impianto” e il suo tipo di radicamento. Seguono gli altri, con la Lista Tsipras e il Ncd contenti di aver superato lo sbarramento (peraltro piuttosto assurdo, in elezioni del tutto proporzionali), con quelli del Fd’I-An scontenti di non esserci riusciti, ma felici di aver raddoppiato i consensi – e cosí via. Ma l’attenzione va spostata su altro – su tutt’altro.

Continua a leggere →

10 Febbraio 2014
pubblicato da Il Ponte

Di ricatto in ricatto

di Giancarlo Scarpari

È dunque finito il partito padronale? Ancora no, per il momento; e tuttavia il Pdl è stato messo seriamente in crisi, non perché battuto politicamente dalle forze di opposizione, ma perché una sentenza emessa dalla magistratura ha superato gli ostacoli seminati negli anni dai parlamenti dei nominati, ha interrotto con la condanna definitiva di Berlusconi la lunga serie delle precedenti prescrizioni e innestato cosí un processo a catena, questo sí tutto politico, ancora in corso e dagli esiti ancora incerti.

In estate aveva preso forza il progetto della “nuova” Forza Italia, che, con il suo estremismo non piú simulato, aveva visto protagonisti i vari Verdini, Brunetta, Santanchè, decisi a spostare gli equilibri interni del Popolo della libertà e a ricattare ogni giorno il governo pur di ottenere, con l’avvallo o la comprensione di molti, una copertura immunitaria per il loro leader condannato; ma questa volta la minaccia di far cadere l’esecutivo, pur ottenendo immediati e visibili vantaggi – il cedimento del Pd sull’Imu ne è stato il segnale piú evidente – stentava a raggiungere l’effetto sperato; e allora, da vero avventuriero della politica, Berlusconi portava il ricatto alle sue estreme conseguenze: cosí, evocando il colpo di Stato realizzato, a suo dire, dalla sentenza della Cassazione, ordinava ai suoi nominati in Parlamento di presentare dimissioni di massa, per protestare contro la congiura che voleva eliminarlo (“Ho contro tutti: la Consulta, il Csm, Magistratura democratica, i magistrati soggetti a Magistratura democratica”, ecc.): e quelli, come sempre, avevano prontamente eseguito.

Un fatto inquietante, si era limitato a commentare un contrariato capo dello Stato; ma a quella reazione altre erano seguite e Berlusconi, di fronte al calo nei sondaggi, alla flessione di Mediaset in borsa, alle proteste di industriali e commercianti, dopo soli tre giorni aveva cambiato di spalla al suo fucile e, per invertire la rotta, aveva giocato la solita carta delle tasse, prendendo questa volta a pretesto l’inerzia dell’esecutivo e il conseguente mancato blocco dell’aumento dell’Iva; denunciava cosí la presunta violazione dei «patti di governo», ordinava questa volta la dimissione dei ministri, invocando a gran voce le elezioni immediate; ma la manovra era maldestra, frutto della disperazione di un condannato che, con un atto eversivo e senza precedenti, intendeva ricattare l’intera Giunta del Senato chiamata a decidere sulla sua decadenza: i ministri dipendenti tuttavia obbedivano, la crisi veniva aperta e rivendicata, ma questa volta persino il «Corriere» perdeva la pazienza (Uno sparo nel buio affermava Ainis il 28 settembre e Moderati dove siete? si chiedeva affranto P. G. Battista il giorno successivo).

Continua a leggere →