5 Maggio 2020
pubblicato da Il Ponte

Un parallelo impossibile e fecondo: Gramsci e Dossetti

di Massimo Jasonni

Le attenzioni del momento, pur inevitabilmente rivolte alla salute pubblica e ai tempi della ripresa industriale, non crediamo possano esimersi dal ripensare alle basi etico-politiche che valgano a portare a un cambiamento. La débâcle istituzionale ed economica del paese sollecita una riflessione sulla formazione di una classe politica dirigente altra, rispetto a quella a cui da troppo tempo siamo abituati. Solo una nuova classe dirigente potrà cogliere i segnali profondi del disagio, che le più recenti elezioni confermano, prospettando aggregazioni politiche e coaguli culturali capaci di fronteggiare o, almeno, di contenere la globalizzazione selvaggia che ha provocato la devastazione del pianeta.

L’ultimo dopoguerra offre spunti importanti. Si parla di un’avventura diversa da quanto è oggi sotto i nostri occhi, ma negli effetti rapportabile alla pandemia di ora per il cordoglio, la reclusione e la paralisi lavorativa in cui le vite dei cittadini sono gettate. Il capolavoro che consentì di riprenderci dalla sciagura bellica fu la Costituzione della Repubblica. Da cosa nacque questo documento tradotto e studiato in tutte le lingue, per nulla miracolistico, ma anzi frutto di una laboriosa sintesi ideologica? Nacque da un accordo tra formazioni anche tra di loro contrapposte, tuttavia accomunate dalla coscienza dell’ignominia del fascismo e della insopportabilità delle collusioni mussoliniane con il razzismo e il bellicismo hitleriano. Alla base di tutto, il sogno di riportare il paese alle tradizioni e alle bellezze che ne avevano fatto, in passato, il giardino non solo naturale, ma anche intellettuale d’Europa. Ricordo, al proposito, le lezioni in cui Calamandrei spiegava agli studenti milanesi il portato della Carta repubblicana, riscontrandovi «grandi voci lontane»: quelle di Cattaneo, di Beccaria, di Cavour, di Garibaldi e di Mazzini.

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8 Novembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Nascita e morte del Moderno

carlo emilio gaddadi Massimo Jasonni

 Nel settembre del 1945 Gadda pubblica su Il Mondo[1] una recensione di Rüssel, Profilo d’un umanesimo cristiano[2], che ora, dalle macerie della carta stampata, quasi miracolosamente ricompare grazie ad Adelphi[3].

La rilettura di oggi impone massima attenzione: perché si parla del più grande letterato, con Svevo, dell’Italia del Novecento che, peraltro, si affida alla rivista di Pannunzio, che gli è assai cara[4]; quanto a Herbert Werner Rüssel, di uno storico di rara e inquieta, all’epoca, larghezza di vedute. Ma non solo: è il tema stesso, nella sua oggettività, a suggerire cura: perché si tratta, per dirla con Gadda, di Rivelazione e bonae litterae lungo la storia ascendente, ovvero – decodificando il gergo barocco dell’ingegner Fantasia – dell’incidenza del pensiero greco e della teologia cristiana sull’avventura occidentale. Per storia ascendente l’ermeneuta evidentemente intende riferirsi alla «storia della libertà» di crociana memoria.

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