28 Giugno 2016
pubblicato da Lanfranco Binni

Avanti popoli, alla riscossa

Avanti popolidi Lanfranco Binni

In Italia le elezioni amministrative del 5 e 19 giugno, in Francia la mobilitazione operaia e studentesca contro le politiche liberiste del governo socialista, in Gran Bretagna il referendum del 23 giugno, in Spagna le elezioni politiche del 26 giugno: venti giorni che hanno cambiato profondamente lo scenario politico, sociale e culturale dell’Europa. In Italia, la disfatta della lobby del Partito democratico con tutte le sue ruote di scorta (da una pretesa sinistra interna al malaffare verdiniano, ai media arruolati con ruoli di propaganda e disinformazione) e dei modesti conati di Sinistra italiana, la sconfitta e dispersione della destra berlusconiana e leghista, e l’«imprevedibile» forte affermazione del Movimento 5 Stelle, non solo in grandi città simboliche come Roma e Torino. In Gran Bretagna, la decisione di un elettorato maggioritario, espressione in gran parte di ceti popolari, di dissociarsi dall’Unione europea a egemonia tedesca, per recuperare una pretesa sovranità. In Spagna, la paralisi del sistema politico tradizionale che ha coinvolto lo stesso tentativo di «assalto al cielo» dell’alleanza Podemos-Izquierda unida. In tutte queste situazioni, a crollare o a entrare in crisi sono i sistemi politici subalterni ai poteri finanziari, mentre avanzano, con esiti dirompenti, l’astensionismo e movimenti e forze politiche che sono espressione di vasti settori popolari e di ceto medio impoveriti dalla crisi economica, vessati dalle politiche europee di austerità e da oligarchie al potere sempre più isolate.

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2 Aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Guerra terrorismo e diritti umani. La nascita dello Stato islamico

terrorismodi Ferdinando Imposimato

Negli ultimi decenni un governo mondiale invisibile, ma reale e concreto, muove le fila dei governi nazionali, dei centri di potere economico e militare, e, con media subalterni, alimenta il terrorismo. E lo fa per giustificare nuove guerre per un nuovo ordine planetario contro Stati detentori di risorse energetiche, per stravolgere le costituzioni e giustificare interventi militari di grandi potenze in aree strategiche del pianeta. Emblematica è stata la guerra all’Iraq del 2003 di Usa, Gran Bretagna e Francia: non fu guerra contro il terrorismo di Saddam Hussein, ma di conquista. Non fu effetto dell’11 settembre 2001 in quanto fu decisa prima dell’attacco alle torri gemelle. Ed è stata proprio quella guerra la causa della crisi e del dilagare del terrorismo nel mondo1.

L’attacco all’Iraq per una lotta al terrorismo fu smentito dopo decenni sia dall’ex presidente George Bush sia da Tony Blair, che hanno ammesso «l’errore». Il 2 dicembre 2008, Bush, in un’intervista alla rete tv ABC, ammise l’errore della guerra all’Iraq, «viziata da informazioni di servizi di intelligence infondate» sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq.

Oggi sappiamo con certezza che sono stati ammazzati in Iraq più di un milione di civili, è stato bruciato più di un trilione di dollari e la crisi economica che sconvolge il mondo intero è la tragica conseguenza di una guerra ingiusta spacciata per lotta al terrorismo. In Iraq non c’erano armi di distruzione di massa.

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17 Novembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Il fallimento di Hollande nella decolonizzazione andata a male

decolonizzazionedi Rino Genovese

Con il trascorrere delle ore, si precisano i contorni della terribile notte parigina di venerdì 13 novembre. E sono i soliti: gli attentatori, i jihadisti disposti a farsi saltare in aria, sono giovani europei, francesi e belgi, usciti dalla immigrazione post-coloniale. Figli, a tutti gli effetti, di quella République con cui a Parigi ci si sciacqua la bocca, ma che ha allevato una generazione di paria.

Andate nelle banlieues, toccherete con mano che cos’è l’odio nei confronti del razzismo strisciante che pervade la Francia, e che sarebbe riduttivo riassumere con il nome di Marine Le Pen. Non sono solamente i dati statistici a dirlo (la disoccupazione giovanile, il fallimento scolastico: chi è nato e vissuto nelle periferie francesi ha il doppio delle possibilità di non terminare gli studi, e parliamo della scuola dell’obbligo); sono soprattutto i cappucci delle felpe perennemente alzati, gli sguardi torvi. Là c’è una numerosa schiera di arrabbiati, alcuni dei quali disposti a diventare dei kamikaze e a fare un macello.

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6 Maggio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Dell’Europa secondo Houellebecq

houellebecqdi Antonio Tricomi

Chi ha interpretato Sottomissione (Milano, Bompiani, 2015) come un greve romanzo provocatoriamente islamofobo, o addirittura alla stregua di un qualunquistico pamphlet anti-islamico, ha in larga misura letto un libro che poco ha da spartire con quello effettivamente licenziato da Michel Houellebecq e contraddistinto da ben altri, reali difetti. Esploriamo subito il primo: il testo non brilla né per levigatezza formale né per scrupolosa abilità nella costruzione di un pur volutamente minimale intreccio, rivelandosi in tal modo esangue, e anzi trasandato, sotto l’aspetto stilistico; noioso, ripetitivo e quindi, per paradosso estremo, prolisso dal punto di vista squisitamente narrativo; incapace, perciò, di strutturarsi su un’autentica complessità concettuale e di esprimerla. Si potrà magari obiettare che un simile impianto complessivo è scientemente elaborato da Houellebecq perché, rispecchiandola, dia conto della normale mediocrità dell’io narrante, e che allora esso non rappresenta il limite principale di Sottomissione, bensì l’orma stessa e il significato ultimo del suo equivoco messaggio. In parte, le cose stanno esattamente così, ma l’impressione è che tale sforzo di adeguamento sia della macchina narrativa sia dell’ispirazione letteraria all’intrinsecamente comica banalità esemplare del protagonista del romanzo abbia finito col prendere la mano all’autore, spingendolo sulla cattiva strada di una semplificazione delle istanze psicologiche e delle valutazioni socioculturali troppo marcata finanche per chi voglia raccontare, con ormai sfinito e non più polemico piglio grottesco, una storia di ordinario conformismo individuale e collettivo, come pure pronosticare, con vena solo nichilisticamente umoristica, un futuro di altrettanto convenzionale e opportunistico allineamento dei soggetti e delle masse a inviolabili stili di vita nei quali nessuno saprà riconoscere il tramonto stesso della civiltà.

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