6 Maggio 2016
pubblicato da Il Ponte

Musica e società oggi

Musica e societàdi Marco Gatto

Sono trascorsi più di cinquant’anni dall’epoca in cui Adorno, il massimo filosofo della musica del secolo ormai passato, dichiarava guerra al sistema musicale di massa, denunciando l’incapacità degli individui di accedere a un ascolto consapevole della vecchia come della nuova musica. La tentazione di attualizzare in senso aggravante l’idea di un sostanziale imbarbarimento dell’ascolto e di un ormai totalizzato feticismo del mondo sonoro – termini utilizzati in quel libro straordinariamente radicale quanto preveggente che è Dissonanze1 – è forte. A essa dobbiamo resistere con lucidità e senso storico, perché i limiti delle argomentazioni di Adorno sono insiti nella situazione sociale da cui le sue teorie emergono: nella fattispecie, dal risentimento nei confronti di una cultura nascente, massificata e corruttrice, figlia del neocapitalismo, rea di aver soppresso, agli occhi dell’esponente della Scuola di Francoforte, la cultura alta dell’umanesimo occidentale e di averla sostituita con l’americanismo dell’industria culturale, caratterizzato non solo da bassezza e volgarità, ma da un vuoto culturale e semantico che, in modo del tutto pianificato, elide il legame tra arte e società. Si deve resistere a questa visione, si diceva, anzitutto perché il sentire di Adorno è quello, in fondo condivisibile, dell’apocalittico che vive sulla pelle la dissoluzione di un intero paradigma di senso; è quello, in altri termini, dell’uomo borghese che scorge, dopo la catastrofe dei totalitarismi, la crisi dello statuto individuale e l’annichilimento di una possibile prospettiva emancipativa fondata sul rapporto critico tra individuo e totalità2.

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14 Ottobre 2015
pubblicato da Il Ponte

Persistenze della teoria letteraria

teoria letterariadi Marco Gatto

1. A cosa serve la teoria della letteratura? In un mondo di teorici e di “discorsi teoretici” (secondo la formula di Fredric Jameson), a poco o a nulla: la famosa legge della saturazione regna sovrana anche nel campo, per costituzione ibrido e dinamico, della teoria letteraria. Ma la superfetazione di metodi, prima, e teorie, poi – gli uni, figli minori della sbornia strutturalista degli anni sessanta e settanta; gli altri, nipoti sparsi della decostruzione americana e di un marxismo spoglio di pretese totalizzanti –, se segnala un’esigenza, dimostra altresì di riflettere un disorientamento collettivo, un’errabonda incapacità di darsi punti fermi e di calibrare in modo non troppo superficiale il lavoro teorico. Che, d’altro canto, non è un lavoro da specialisti – e in ciò si potrebbe rintracciare la sua natura oppositiva e non-conciliativa, la sua distanza dall’accademismo –, ma un lavoro che pur necessita della padronanza – Edward W. Said direbbe “dilettantesca”, ossia non ideologicamente professionistica – di ampi spazi di sapere. E, allora, la proliferazione di teorie non può spiegarsi semplicemente con il motivo ricorrente della scomparsa dell’umanesimo o delle lyotardiane grandi narrazioni: piuttosto, essa oggi è l’esito, spesso inconsapevole, di un qualche frattura più profonda, le cui ragioni storiche non possono essere negate o sorvolate con superficialità. L’esplosione frammentaria di correnti teorico-politiche, di metodologie di lettura le più disparate, di un marxismo che rincorre il suo stesso fantasma, di aree di approfondimento culturale contrassegnate dalle mode della differenza e dell’autonomia, riconsegna l’immagine di una teoria che, snaturandosi, è diventata essa stessa un genere, un comparto specialistico del sapere, una formula di comodo, o forse, semplicemente, una disciplina sottomessa al diktat della specializzazione. E ciò è avvenuto perché la teoria, reificandosi nella costruzione di un armamentario concettuale astruso e autoreferenziale, ha perso il ben noto contatto con la realtà, con lo spazio della politica: ha perso, per dirla in breve, quella capacità di immaginazione sociologica che non solo le dava una dignità culturale, ma la candidava a essere la protagonista di un lavoro culturale che potesse dirsi militante e costruttivo.

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